
Guardo la fotografia, lì è giovane, posso dire che somiglia al secondo dei miei figli, il dna non mente.
Lo sfondo è il muro della casa di campagna del nonno, con le persiane verdi. Lui ha una cernia bruna sulle braccia, l’animale ha le fauci spalancate, e il suo cacciatore esibisce un sorriso di circostanza, quello di un giovane pescatore subacqueo che ha sorpreso e arpionato un grande pesce nella sua tana.
Se si guarda bene la foto, ci sono pure io. Ho in mano una fetta di pane spalmato di burro, col sale sopra, e nell’altra un pomodoro rosso, raccolto dal nonno. Se la guardo bene (anche se basterebbe girare la piccola foto stampata su carta agfa per leggere la data che qualcuno ha scritto dietro a matita), riesco a ricordarmi che si tratta dell’agosto del 1968. Io indosso una t-shirt bianca, ed i miei primi blue jeans, che erano di una tela dura, forte, con le cuciture di un bel giallo oro, ed i rivetti di metallo brunito. Mi ricordo la marca, e mi ricordo che li avevo visti indosso a quel fratello di mia madre, che poi me li aveva acquistati, lo stesso che nella fotografia mostra la grande cernia bruna al fotografo.
Erano i miei primi pantaloni lunghi, in qualche modo mi facevano sentire grande, avevo finito la terza elementare, l’estate lunga mi scaldava con i suoi raggi, l’estate di un bambino fortunato, che alla fine della scuola poteva godere di tre mesi di spiaggia e campagna, della vicinanza del nonno, dei genitori, degli zii che erano giovani. Appunto come il giovane della foto, dal quale mi separano diciotto anni. Praticamente un fratello maggiore.
Sposto la memoria più in là, all’estate del 1978: ho preso la maturità classica, un esame devastante, la solita orribile esperienza. Devo prendere la patente B.
Il ragazzo con la cernia sulle braccia è cresciuto, ha messo probabilmente la testa a posto, mi dice che passerà a prendermi per la mia prima lezione di guida, visto che lui ha una autoscuola, anche se non è vicino casa ma in un paese della provincia. Manca poco agli esami, dico io. Non ci pensare, dice lui, del resto sono sicuro che sai guidare.
Certo, qualche volta sulle trazzere di campagna papà mi aveva messo al volante della fiat millecento color carta da zucchero, con un ostico cambio al volante, ma di sapere guidare non ne ero certo.
Passa a prendermi, scendi con qualche cambio di biancheria, dice al citofono. Ho capito, andrò a stare qualche giorno da lui, così avrò il tempo di prendere confidenza con la guida dell’automobile. Arrivo giù, lui ha le chiavi in mano, me le lancia, guida tu dice lui, va bene dico io, che penso di fare una classica prima lezione di guida di cinque minuti, e invece porto la macchina, che solo per mia tranquillità psicologica ha i doppi comandi, fino all’autoscuola, e per tutta la settimana successiva percorriamo insieme centinaia di chilometri.
Il giorno degli esami metto in atto i suggerimenti dati dallo zio, quando ti siedi avrai l’esaminatore accanto, salutalo, aggiustati il sedile alla giusta distanza dai pedali, sistema lo specchietto interno prima e quello esterno dopo, lo guardi negli occhi e gli chiedi ingegnere dove dobbiamo andare. L’esaminatore si rilassò, dopo che per tutta la mattinata aveva dovuto sopportare rustici aspiranti automobilisti, mi disse ho già notato i movimenti che ha fatto, facciamoci un giro dove vuole lei, anzi andiamocene al bar sul lungomare che lo zio mi offre un caffè, finalmente mi posso rilassare.
Presi la patente, e dopo di me i miei fratelli ed i miei figli e tutti i cugini e i parenti.
Dieci anni dopo, è il 1988, io ho deciso di incasinarmi defintivamente, chiedo allo zio di farmi da testimone alle nozze , lui mi dice sei sicuro, io dico sono sicuro, anche se non era sicuro che ero sicuro, e dico di si.
Stamattina pioveva, ho preso la macchina per andare nella sua casa di campagna, quando sono arrivato mi ha ricevuto mia cugina, lei vive a Berlino, ha in braccio il suo secondo cucciolo, quello che ha la faccia da tedesco. Entriamo nella casa, al muro c’è l’ingrandimento di quella fotografia, la guardo per qualche secondo, poi vado nella sua stanza.
Lo saluto, mi prende la mano e mi chiede se ho visto le sue analisi del sangue. Devo dire una bugia, non le ho viste, io so perfettamente che le analisi e tutto quello che è stato fatto per lui ed intorno a lui è completamente inutile.
Ha la bocca spalancata, come la cernia della fotografia, cerca aria, il cancro gli ha completamente invaso i polmoni. Gli porgo la mascherina della bombola dell’ossigeno, l’appoggia sul volto. Perché non c’è il dottore, dice lui. Verrà più tardi dico io. Più tardi, troppo tardi.
Sono tornato a casa, pioveva ancora, guidavo piano, sull’altra corsia dell’autostrada una vecchia auto stava bruciando, la polizia aveva chiuso la corsia e la gente scesa dalle altre auto in viaggio guardava attonita da sotto l’ombrello.
Guardo di nuovo la fotografia, lui, la cernia, il muro della casa, io bambino con il pomodoro in mano.
Guardo la fotografia, ma non la vedo più bene, forse perchè sta nascendo una lacrima