giovedì 5 aprile 2018

dune buggy

Viaggiavo, sulla via del ritorno. Ero su un viadotto, dalle casse dello stereo pompava forte un pezzo dei Pearl Jam, facendo vibrare i pannelli negli sportelli.
Ha squillato il telefono, era il mio capo. Ho rallentato, mentre lui parlava guardavo a sinistra il mare che scorreva sotto al viadotto.
Quello ha parlato da solo per cinque minuti buoni, ogni tanto dicevo sì o no tanto per far capire che ero vivo e non avevo interrotto la chiamata.
Poi ho visto lo svincolo, ho rallentato e messo la freccia per uscire, seguendo le curve fino al bivio al mare.
Sono passato nel sottopasso ferroviario, le piogge delle settimane precedenti lo avevano trasformato in un laghetto e un torrentello scorreva fino alla spiaggia.
Ho seguito il lungomare per un po’, poi ho chiuso la telefonata con il capo “sto entrando in galleria, ti chiamo dopo”, quello ha risposto ok, io ho pensato fanculo.
Ho parcheggiato, sono sceso dall’auto e mi sono fatto bagnare dal sole; era velato, un sole adolescente di aprile, ho buttato la giacca sul sedile e ho cominciato a camminare sul marciapiedi che era ancora invaso dalla sabbia delle mareggiate invernali.
Scrutavo il mare, le piccole onde che si spiaggiavano delicatamente con un timido rumore di risacca, un paio di gabbiani inventavano coreografie volanti, tutto sembrava quasi perfetto.
Poi è arrivata una macchina, una di quelle dune-buggy che si noleggiano nelle località turistiche, ne sono scesi due ragazzi e tre ragazze, avranno avuto venti, venticinque anni.
Pallidi, di quel colore lattescente che hanno gli anglosassoni, con capelli lunghi e arruffati: si capiva che si erano appena svegliati, e che il loro unico pensiero era rivolto alla sabbia, al mare, al sole siciliano.
Ho pensato che quel biancore sarebbe diventato presto rosso ustione, ma mi hanno prevenuto cominciando a spalmarsi reciprocamente una crema svizzera col barattolo rosso, si raccontava che la usassero per salvaguardare i capezzoli delle vacche da latte.
Forse era una minchiata partorita dalla mente deviata del creativo di turno.
Mi sono seduto sul muretto dal lato del mare, con le gambe a penzolare nel vuoto, senza particolari pensieri.
Le ragazze si sono tolte il pezzo di sopra del bikini, e ridendo hanno continuato a imbiancarsi con la protezione solare lanciando gridolini e sospiri , e i seni sono diventati più bianchi di quanto non fossero naturalmente.
Guardandomi sul muretto mi sono detto “sembri il solito guardone anziano” e stavo per andarmene.
Nel frattempo è arrivato uno scooter, il tizio che lo guidava si è tolto il casco e si è seduto vicino, aveva la barba incolta e un aspetto trasandato.
Intanto io cominciavo a sentirmi a disagio, i ragazzi in spiaggia pareva si divertissero a trasgredire, sapendo di essere osservati.
Il tizio stazzonato che si era seduto accanto a me ha detto “sono pieni di vita”.
Mi sono detto, il solito pappagallo di paese che conosce quattro parole d’ inglese e ora tenterà di portarsi in giro qualche ragazza da far vedere agli amici.
L’ho guardato con uno sguardo neutro, ma sentivo crescere dentro una specie di rimprovero da somministrare.
Invece lo scooterista ha continuato “mia moglie ha un tumore, il dottore ha detto che ha tre mesi di vita”.
Ho di nuovo girato lo sguardo verso i ragazzi che ora si erano distesi a bersi il debole sole di aprile, poi mi sono alzato e sono tornato verso la macchina.
Ho premuto il pulsante di messa in moto, l’abitacolo si è subito riempito della pressione sonora dei Pearl Jam.

3 commenti:

Dea Amoilmare ha detto...

Ripensavo proprio giorni fa ai tempi di Splinder. Bello rileggerti in questa nuova casa, con queste parole.

Medicineman ha detto...

che tempi, quelli di Splinder. Chissà che non ritornino, data la bassa fortuna di questi giorni di faccialibro...che per certi impieghi risulta assolutamente inadatto.

Dea Amoilmare ha detto...

Penso che quello di Splinder stato il periodo più creativo su internet, leggevo avidamente racconti di tutti i tipi, alcuni straordinari. Mi manca quella voglia di condivisione che era genuina, il voler ritrovarsi in un luogo ancora incontaminato.