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martedì 1 novembre 2011

lo zio englebert (ovvero come ho trovato un racconto completo dentro un sogno)


Mi sono svegliato, sapendo già che mi sarei messo  a scrivere questo racconto. Nelle fasi rem mi si era srotolato dentro la testa, mentre facevo colazione (e infatti ci sono ancora tracce di marmellata sulla tastiera del pc) l'ho scritto, così come lo avevo sognato. Sapevo anche che se avessi rimandato al pomeriggio, probabilmente lo avrei dimenticato. Eccolo:

 





Avevo perso il lavoro, il proprietario del negozio di armi che mi aveva assunto tre mesi prima era stato arrestato per una storia di tasse non pagate: era venuta l’Fbi, avevano messo sottosopra l’ufficio e poi se l’erano portato via in manette. Poi un ciccione aveva messo i sigilli alla porta e mi aveva detto “arrangiati”. Io ero rimasto per un po’ appoggiato al palo della luce sul marciapiedi, poi ero tornato a casa. Sistemate le mie cose in due scatoloni, scrissi un biglietto al padrone di casa che lasciai sul tavolo di formica  della cucina, misi le chiavi nel portavaso della pianta finta davanti l’uscio e me ne andai. In strada telefonai a mia madre, che non sembrò sorpresa  del fatto che fossi rimasto senza lavoro: mi disse che se volevo, lo zio Englebert aveva bisogno di assistenza medica, e che avrei potuto andare da lui per qualche tempo. “ma è in Florida” obiettai mentre due negri guardavano con cupidigia gli scatoloni fuori dalla cabina telefonica "arrangiati, sei adulto" rispose mia madre. “Che vendi” mi chiese il negro più anziano, “pentole, libri, una radiolina a transistor e qualche altra stronzata”. Vollero vedere gli oggetti uno ad uno, rigirandoseli tra le mani e poi gli dissi “datemi trenta dollari e vi lascio tutto, pure le scatole”. Presi i trenta dollari e andai a piedi alla fermata del greyhound, comprai il biglietto per Cape Canaveral e mi sedetti sulla panca di legno ad aspettare che passasse l’autobus. A un certo punto mi venne fame, dentro la stazione dei bus c’era uno Starbucks, l’impiegata al banco sembrava una faina annoiata, comprai una ciambella e un caffè, e ritornai ad aspettare.

 



 

 


Lo zio Englebert era stato avvertito da mia madre, e si fece trovare a letto: lo conoscevo poco, e di lui ricordavo un certo lugubre umorismo, che alle cene di Natale, quando ancora vivevamo tutti a Filadelfia, contrastava con l’allegria standard dei miei genitori, e di noi figli, che non vedevamo l’ora di piantare i denti nel monumentale tacchino che troneggiava al centro del tavolo. Quello invece pregava anche per l’anima del tacchino morto, salvo poi mangiarsene la pelle e le cartilagini che rimanevano nei piatti.

Le cure mediche di cui necessitava consistevano nel passargli i pacchetti di fazzoletti di carta con cui si soffiava il naso ogni cinque minuti, nel prendere delle compresse dalle confezioni, riempire un bicchiere d’acqua e passargliele. Il farmacista aveva dato allo zio una specie di rastrelliera in cui alloggiare le pillole della giornata: al mattino, quando le sistemavo, sembravano uno di quegli spartiti per bambini con le note colorate, tramite i quali si imparava a suonare Jingle Bells sul pianoforte giocattolo, che aveva appunto dei dischetti di colore diverso sui tasti. Era talmente facile che dopo dieci minuti di suonare il piano veniva voglia di cambiare gioco.

 

Una mattina, mentre in bagno mi stavo radendo davanti allo specchio, sentii lo zio che si trascinava lungo il corridoio, pensai che dovesse fare la seconda pisciata della mattina, ma quando con la coda dell’occhio lo vidi affacciarsi alla porta mi accorsi che aveva preso la mia pistola, quella che mi aveva prestato il proprietario del negozio di armi prima che l’arrestassero “se viene qualche faccia di merda, piantagliela in bocca, vedrai che cambia aria” aveva detto lui. Lo zio biascicò qualcosa di cui percepii solo “pillole…veleno…bastardo”, poi sparò. Ebbi il riflesso di appiattirmi contro il lavandino, sentii una specie di calore sul braccio sinistro, e lo zio cadde a terra nel corridoio per il rinculo del colpo: non ci pensai su due volte, raccolsi la pistola che gli era scivolata dalle mani e gli sparai due volte, nel petto, senza guardarlo in faccia. La puzza di balistite mi fece sentire bene, tamponai la ferita di striscio al braccio con un asciugamani, e in quel momento dal corpo dello zio uscì un rumore come di pneumatico che si sgonfia: “maiale, ti scorreggi pure da morto”. Poi tolsi il sangue dal pavimento con l’asciugamano, e trascinai il corpo in cucina: le villette vicine erano abbastanza distanti, e mi sentivo sicuro del fatto che nessuno avesse sentito gli spari, non riuscivo a decidermi se chiamare la polizia o fare finta di niente. Uscii in giardino, e buttai l’asciugamani sporco di sangue nel bidone della spazzatura, una mandria di nuvole basse all’orizzonte prometteva pioggia.

Andai al lavello in cucina, mi lavai le mani, poi sentii qualcosa alle mie spalle: impugnai di nuovo la pistola e mi voltai di scatto. Un alligatore enorme, grosso quanto la Dodge dello zio, fissava il cadavere steso a terra dall’uscio sulla veranda. Non feci nulla, puntai tra gli occhi del rettile che aveva deciso di fare una scampagnata dalla palude alla villetta dello zio, quello si mosse sulle zampe, poi addentò avidamente il morto, e se ne andò, trascinandolo per il vialetto.

Misi la caffettiera sul fornello, e la pistola sul tavolo, ma non si videro altri alligatori.  


sabato 5 marzo 2011

ma che bel sogno


Sto dormendo, e devo fare un sogno in cui faccio finta di. Scarto i sogni erotici, non ho più il phisique du role, scarto i sogni alimentari, sono a dieta, e scarto i sogni di volare, precipitare, lottare che tanto ne faccio di mio.

Facciamo finta che io sia un deputato del pdl. La mattina mi sveglio e penso a come migliorare l'Italia, le sue infrastrutture, valorizzare i giovani con lo studio e il lavoro, combattere il malcostume e lo sbracamento globale. Poi, mi ricordo che sono stato scelto dal premier per fare leggi adatte a salvargli il culo flaccido. Devo immediatamente svegliarmi, ma non ci riesco, o forse si, ma nel frattempo il deputato pdl del sogno urla come un ossesso" Fanculo all'Italia e agli italiani".


lunedì 21 febbraio 2011

vado pazzo per le proiezioni


Udite, udite:



Vado Pazzo per le Vacche sarà proiettato sabato 26 Febbraio alle 18.15 presso il Cinema Lumiere (Cineteca di Bologna) a Bologna, nell'ambito del festival di cortometraggi "Visioni Italiane".

Andate, e tifate per me e Tommaso Magnano, il regista che va pazzo per le vacche. 
 


domenica 23 gennaio 2011

vado pazzo per le vacche - le proiezioni

Dunque: a Enna, presso il caffè letterario Al Kenisa, venerdì 11 febbraio alle 19

                 a Palermo, presso il b&b "al giardino dell'alloro" (in vicolo san carlo 8) sabato 12 e domenica 13 dalle 18              alle 20.

                 a Palermo, presso la libreria "modusvivendi" di via quintino sella, domenica 13 febbraio alle 11.30.



accorrete, accorrete.



vado01 

lunedì 3 gennaio 2011

vado pazzo per le vacche

Eccolo, il trailer del corto che Tommaso Magnano ha realizzato sulla base del mio racconto "vado pazzo per le vacche" (contenuto nella raccolta Fulminati). 



http://www.youtube.com/watch?v=JcUG577rP3Q&feature=player_embedded

giovedì 30 dicembre 2010

duemilaundici


Potrebbe essere un anno sensibilmente migliore del 2010, se...

Potrebbe essere invece drammaticamente peggiore di tutti quelli che abbiamo vissuto finora, se...

Sarebbe bello ringiovanire, arricchire, vedere enfatizzato il proprio fascino, tanto da diventare insopportabilmente affascinanti, se...

Sarebbe carino che il vicino rompipalle, il collega nocivo, il padrone del cane che vi caca davanti al portone si trasferissero su altro pianeta, se...

Vi auguro una ampia dose di culo, pazienza, fortuna, miglioramento della vista e dell'udito, potenziamento delle capacità sessuali, forza di persuasione, senso di orientamento, amore, dimagrimento o ingrassamento a scelta, che il vostro compagno o la vostra compagna acquisiscano la caratteristica di anticipare sempre i vostri desideri, anche quelli insulsi o capricciosi, così imparate ad essere capricciosi o capricciose.

Insomma, auguri.

Antonio


giovedì 23 settembre 2010

new brand item


Tutto pronto per il lancio, i negozi son stati riforniti nella massima sicurezza e segretezza. Gli insiders sono già all'opera, e le azioni della società hanno raggiunto livelli impensabili, muovendo enormi flussi di capitale che serviranno alla mia prossima impresa..



i_motion ha fatto il vuoto tra la concorrenza, e contiene il nucleo del prossimo prodotto.



Oggi lanciamo i_love, periferica personale che instaura condizioni di amore, utilizzabile in modalità self, other, all, personalizzabile per egoisti, altruisti, cultori dell'amore universale.



Cosa dice, i cinesi? Quelli li abbiamo lasciati indietro, non sono in grado di seguirci; dopo il fallimento planetario della loro ultima copia, il my-pad, si sono arresi. Hanno dovuto comprare i nostri processori emozionali, e li ho costretti a vendere anche i loro prodotti con il nostro marchio.



I-love è un accessorio indispensabile, si potrà usare anche da soli, davanti lo specchio; se avete relazioni col pubblico, con parenti, con amici o solo volete sentirvi più amati, la soluzione è i-love.



Il prossimo progetto? Beh, glielo racconto, questo lo lanciamo il prossimo mese, i beta tester sono soddisfattissimi. I-god. Si, si ha capito bene. I-god. Abbiamo previsto quattro versioni base, i-jesus, i-buddha, i-mecca ed una per gli indiani, personalizzabile con l'ologramma della divinità prescelta. Le posso anche dire che ci sono arrivate richieste per realizzare una versione per Cuba, i-fidel si chiamerà. Ora devo lasciarla, il mondo aspetta, ha bisogno d'amore. Se passa alla reception, c'è un demo per lei.


mercoledì 28 aprile 2010

il portamangiare




 



Ogni pomeriggio ci trovavamo al chianu, uno portava il pallone, se ce l'aveva. Altrimenti si pigliava una buatta di pomodori pelati sfondata, una mezza cucuzza, una palla di stracci sfardati. E diventavano pallone.


Io, sempre nella squadra di Piero giocavo. Quando si faceva il tocco a pari miei e dispari tuoi, Piero per primo si pigliava a me. Umbertino è mio, e mi spostava da una parte; capace che eravamo dispari, e allora lui diceva, siccome mi sono preso Umbertino, quello in più ve lo pigliate voi. Io ero nico, ma correvo, e facevo per tre. Tanto vincevamo lo stesso. Poi, un'estate Peppe, che abitava a Bologna, tornò con la novità che si poteva fare a porta romana, un solo portiere, e due squadre, una bella novità, che veniva meglio quando eravamo dispari.


In porta ci finiva sempre Pinuzzo, che era sciancato e non poteva correre, e qualche volta Mirella, la sorella di Peppe, che dice che era sua sorella ma cafuddava come un masculo, se serviva di alzare le mani. A me, quella mi era sempre sembrata un maschio con la gonna, e il dubbio mi restò a lungo. Un'estate non vennero al paese, né Peppe e manco Mirella; la gente diceva che avevano buttato il padre in collegio, perchè aveva sparato a uno. Ma che significa collegio? Non si chiamava galera?


Comunque non vennero più, per molte estati, e quando ripigliarono a venire al paese nel mese di agosto passavano sempre arraso al muro, e al chiano non si fermavano.


 


Lo sapevo, lo sapevano tutti che la mamma di Piero non stava bene. Quando passavo davanti alla sua casa lei era sempre assittata in una seggia di legno, col gatto sotto, e spicchiava fave e piselli, se era maggio, o tagliava i pomodori per farli secchi se era agosto,e mi chiamava, Umbertino, vieni vieni da zia. Io m'avvicinavo, ma mi faceva impressione, aveva la faccia mezza caduta, anche se rideva pareva che piangeva, e un poco di saliva ci scolava, che se l'asciugava con un fazzoletto che subito ammucciava nella sacchina del vestito. Mi faceva una carezza, e io mi scantavo, e un poco mi schifiavo, e poi per fortuna affacciava Piero e ci dicevo, Piero, amuninni al chiano, c'aspettano per la partita.


Però da casa sua usciva sempre un ciavuru, un profumo di roba da mangiare, e Piero me lo diceva, oggi a'mamà mi cucinò il coniglio, stasera ci sono le patate al forno con le cipolle, e a me mi venivano i rumori allo stomaco, che qualche volta ci sarei rimasto a mangiare, pure che sua madre mi faceva impressione, con quella faccia caduta e la bava che ci scendeva sul mento.


Invece a casa mia, che eravamo nove fratelli, e quelli grandi travagghiavano in campagna ci toccava un piatto funnuto di pasta e fagioli ogni sera, e a me se mi andava bene, nel mio piattino ci finiva la pasta rotta con tanticchia di acqua di fagioli.


Umbertino è nico ma crescerà, pigliati stò pezzo di pane diceva Paolo, mio fratello maggiore, e io me lo mangiavo, che quando uno è nico, sempre pititto ha.


 


Un pomeriggio, faceva un caldo che pareva che le pietre del chiano erano state messe nel fuoco, aspettavamo a Piero per giocare a pallone, a Salvuccio ne avevano regalato uno come quello che usavano i calciatori veri in televisione, a spicchi bianchi e neri, che prima di usarlo dovevamo passare da Santuzzu u'falegname, Salvuccio pigliava dalla tasca una specie di cannuccia di ferro, l'attaccava prima al compressore e poi al pallone e quello si gonfiava, e quando era bello gonfio a tirarlo di destro ci sentivo soddisfazione,  e diventava veloce.


Però Piero non arrivava, a un certo punto dissi che l'andavo a chiamare io a casa, e mi feci una corsa di quelle, che è vero che ero nico, ma ero veloce.


Davanti alla porta la seggia non c'era, e manco il gatto. E la porta era chiusa. Piero Piero mi misi a chiamare, poi s'affaccio nella vanedda la gnà Giulietta, e mi disse Umbertino basta non abbanniare più. Poi uscì dalla porta, se la portarono all'ospedale la mamma di Piero, disse la gnà. E Piero dov'è, chiesi io, poi torna, andò in campagna a chiamare a so zio. 


Non ce n'era ciavuru di mangiare, allora passai al chiano e ci dissi agli altri che non si giocava.


Me ne tornai a casa, e mentre mia madre mi metteva la minestra nel piatto chi chiesi dov'era il portamangiare, quello d'alluminio col tappo a vite che si portava mio padre quando andava al cantiere della forestale. A che ti serve, rispose mia made, niente, a niente ci dissi io.


La sera arrivò la notizia che la zia Amelia, la mamma di Piero, era morta, e che l'indomani la portavano al paese per il funerale.


Prima di coricarmi, cercai nella dispensa, dietro alla burnia con le olive salate trovai il portamangiare.


Me lo misi sotto al cuscino, e all'angelo custode ci dissi che me lo doveva fare trovare pieno, che ci dovevo portare il mangiare a Piero, che mi sceglieva sempre per la sua squadra, ora che la sua mamma non ci poteva cucinare più.


 


lunedì 12 ottobre 2009

linee aeree puffe e gli occhi di vent'anni (che non ho più)



Linee aeree Puffe



Me lo dovevo proprio immaginare. Appena ho visto quell’aereo dipinto di blu, ho capito. Infatti, il signore seduto. Anzi, meglio dire incastrato, nel sedile. Dunque, il signore incastrato nel sedile accanto a me ha cominciato subito a lamentarsi. E aveva ragione, l’aereo era blu perchè era quello delle linee aeree Puffe.



Sissignore, i Puffi avrebbero viaggiato benissimo , ma esseri umani di taglia normale sarebbero stati in grandi difficoltà, proprio come il signore seduto accanto a me, dall’alto dei suoi 197 cm, ed anch’io, dal basso dei miei 175 cm di statura.



Il signore accanto a me era un giornalista tedesco, uno di quelli che ha studiato in italia, affascinato dalla romanità, ma che mi ha dovuto confessare che, dopo essere tornato in Italia per lavorare come corrispondente della televisione tedesca, “più tempo passo in Italia, meno la capisco...”.



Petit France a Strasburgo e il figlio lontano.



sera a strasburgo

























































(foto di medicineman)



Strasburgo, molto meglio di quanto mi fossi immaginato. Piccola, ma non provinciale, un gran numero di giovani in giro, anche la sera, quando solitamente nelle città di provincia, specialmente se il clima non aiuta, tutti restano tappati a casa. A Strasburgo sabato sera, dopo l’impegno del congresso (non parlo ai congressi, semplicemente mi piazzo allo stand della società per cui lavoro e alleno il sorriso e l’inglese, oltr a fornire spiegazioni rilassanti su come siano buoni i farmaci che stiamo propagandando) mi ha raggiunto mio figlio. Già, a fine agosto, quasi a tradimento, è partito per fare l’Erasmus in Francia. Non sapevo che avesse queste intenzioni finchè non ci ha comunicato che era stato accettato nel programma e che sarebbe venuto a vivere in Francia per qualche mese. Sabato sera siamo stati insieme, siamo andati a cenare in un ristorante carino, non eravamo soli, lui ha dato a tutti l’idea di essere uno con le idee chiare, un bravo ragazzo studioso insomma. Non è solo un’idea, corrisponde abbastanza alla realtà.



Ho noleggiato una macchina in aeroporto, appena arrivato, avevamo concordato, col figlio, che lo avrei riportato in auto nella cittadina della regione remota in cui si trova la sua università. E così abbiamo fatto.



Il giro è stato un pò lungo, abbiamo attraversato quattro nazioni, sperimentando panorami differenti tra Francia, Belgio, Germania, Lussemburgo. Arrivati in Lussemburgo (la visita della capitale è un pò deludente, in meno di un’ora si vede tutto il centro) siamo stati accolti dal granduca che è arrivato con la sua macchinona ed un autista a presenziare ad una cerimonia militare; la banda era un pò scalcinata, non quello che ti aspetti di vedere in una delle capitali dell’esportazione di valuta, ma tant’è.







arriva il granduca

































(foto di medicineman)



colori autunnali









































(foto di medicineman)



Poi finalmente, dopo un lungo viaggio piovoso, siamo arrivati a destinazione. Ho sentito una strana sensazione di disagio, e non era il clima. Dopo che ho visto l’alloggio cubicolare in cui passerà i prossimi mesi, il cuore mi si è ristretto, come dopo un lavaggio in lavatrice col programma sbagliato. Mi sono chiesto perchè ha voluto punirsi abbandonando le comodità domestiche, le amicizie consolidate, l’uso di tutto quello che può servire ad un ragazzo di vent’anni , trasferendosi in un posto triste, alloggiando in una tana triste, condividendo con altri ragazzi uno spazio comune che sembra la sala d’aspetto di una stazione ferroviaria periferica, in cui l’unico conforto è indossare un auricolare e connettersi con skype agli affetti rimasti altrove. Da una parte i ragazzi e le ragazze europei, dall’altra quelli con problemi religiosi. Si, ho scritto bene, quelli con il problema di essere musulmani.



Forse, è colpa mia, che non ho più gli occhi di quando avevo vent’anni. Sicuramente è colpa mia.



Nel frattempo non ha smesso di piovere, avevo un lungo viaggio di ritorno, per reimmettermi nella routine delle mie attività paracongressuali, mi sono rimesso in auto, il mio viso si è bagnato, e non era pioggia.







a proposito di pioggia, oggi mentre aspettavo di decollare è passata una tromba d'aria sull'aeroporto di Fiumicino. Ho immortalato l'arcobaleno smagliante spuntato subito dopo.



dopo la tromba d





















































(foto di medicineman)



mercoledì 23 settembre 2009

la merica III (e forse smetto)

Non nel senso che smetto col blog. Non ora, magari dopo, forse quando il contatore arriverà al numero centomila.



Allora, lo stupore. Tirato, giustamente, in ballo, da qualcuno nei commenti. Evvabbè, lo stupore, la curiosità, il divertimento, menomale, che ancora mi stupisco.



strani animali a ny















































(foto di medicineman)



Strani animali a NYC, buttando un occhio dentro ad un giardinetto privato.







skyscraperin the mirror















































(foto di medicineman)



Che anche se guardi altrove, i grattacieli ti saltano sempre negli occhi, e nell'obbiettivo.







pesci fuordacqua a ny









































(foto di medicineman)



Un posto dove, anche a volerci provare, sarà difficile sentirsi pesce fuor d'acqua.







circolo dei fantini



































(foto di medicineman)



E se cerchi il circolo dei fantini, basta guardare poco sopra il giardino.







dispenser



















































(foto di medicineman)

Hai una grande sete? Niente di meglio di un grande distributore di bevande. Del resto sono tutti belli grandi e grossi, oppure belle magre e scattanti, oppure bianchi, nere, gialli e centoottanta lingue e dialetti diversi. M'è venuta sete.






tasce a central park















































(foto di medicineman)



A Central Park, si può andare a fare jogging vestiti da carnevale anche se non è carnevale, con dei bellissimi calzoncini color tovaglia da tavola, che li ho cercati ma non li ho trovati!







gatto a mollafuori i biscotticanoa urbana 2































































(foto di medicineman)



Uno scoiattolo ladro, un gatto gigante a molla, una canoa a spasso al centro della città, basta guardarsi in giro per vederli.







gonzo!italian cafe

































(foto di medicineman)



Gonzo? un dollaro per la foto, dai scendi dal bus che ce la facciamo, un caffè italiano modello lambretta, solo un dollaro e venticinque.







pirata a bostondrunk in boston

























(foto di medicineman)



Un pirata a spasso, e non era un fantasma, un homeless coreograficamente addormentato, come se fosse stato messo lì dall'agenzia del turismo. Basta guardarsi in giro.







psico shop















































(foto di medicineman)



questo è uno psicoshop, ma ve lo racconto alla prossima.







(segue)

lunedì 15 giugno 2009

quarantanovesima stagione (viste)

umbrella


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


foto di medicineman


umbrella and chairs


 


 


 


 


 


 


 


 


 


foto di medicineman


 


solitario on the beach


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


foto di medicineman


quello aperto, vale 24. Gli altri, uno.


(Poi, se avete qualche difficoltà, fatemi gli auguri lo stesso.)

venerdì 6 marzo 2009

piccoli particolari e una buona frittura

isola delle femmine brutta giornata


 


 


 


 


 


 


 


 


 


(foto di medicineman)


Che per fare una buona frittura, non è necessario essere grandi cuochi. Affatto, basta conoscere la chimica. Certo è un po’ più difficile, però io la conosco. Lo so, non è sufficiente fare una bella frittura croccante, evitando di inondare la casa di fumo ed evitando i sapori di bruciato per essere stimati e rispettati, ma può essere un buon punto di partenza. Ah, l’olio non deve fumare, perché quando l’olio inizia a fumare significa che la temperatura è salita troppo, e quando la temperatura sale troppo si formano le acroleine. Che alla faccia della parolina che finisce in ine non sono per niente sostanze carine.

Chiedete al fegato, per conferma.

E che le cose non siano sempre come sembrano lo si può dedurre anche dal nome di quest’isola. Che si chiama Isola delle Femmine, ma che con le femmine non ha assolutamente niente a che vedere.

Però, se chiedete agli indigeni che abitano nel piccolo borgo marinaro che sta sulla terraferma, vi racconteranno delle storie orrende, alcune strappalacrime, altre in cui tenterete di provare ad immaginare il cinico destino cui furono destinate delle povere donne portate lì dai mammalucchi. Falso, tutto falso. Sull’isola non ha mai vissuto nessuno.


Stasera, dopo che finalmente sono riuscito a parcheggiare la macchina, mi sono accorto che comincia a fare buio più tardi; non si direbbe, proprio non si direbbe visto che il clima è ancora orrendo e fino a oggi ho incontrato pioggia mista a nevischio e temperature polari andando in giro per la Sicilia. Non si direbbe che l’inverno sta per finire, e che finalmente la luce darà nuovamente dignità al pomeriggio.

E poi, dopo aver fotografato l’isola, ho visto un aereo passare basso, diretto a Punta Raisi. Così per provare, l’ho fotografato. Lì per lì ho pensato se qualcuno su quell’aereo sapeva che a poche centinaia di metri qualcun altro lo stava guardando.

aereo e kitesurfer
















 (foto di medicineman)


 Però a casa, quando ho riversato la foto sul computer, mi sono accorto di un piccolo particolare che mi era sfuggito. Già, guardando le cose grandi, spesso le piccole sfuggono. C’è un kitesurfer, in basso a sinistra, nonostante la giornata terribile, probabilmente si è divertito un sacco.

dettaglio


























(foto di medicineman)


L’Isola delle Femmine non ha nessuna valenza metaforica, no non c’entra niente con l’8 marzo, anzi.

mercoledì 25 febbraio 2009

sicilia double-face

La giornata inizia sul versante tirrenico, si sale, e dopo pochi tornanti si può dare uno sguardo alle Isole Eolie.


filicudi invernale rid










pochi chilometri dopo, il paesaggio cambia, non lo riconosco.


tanta neve in sicilia 23 feb












davvero, non lo riconosco.


tanta neve 23 feb











però, bastano pochi chilometri ancora e tutto cambia di nuovo


nicosia 1 rid













e di nuovo


nicosia 3 rid














e ancora


nicosia 4 rid


 


 


 


 


 


 


 


 


 


e ancora...


nicosia 2 rid


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


(foto di medicineman)

lunedì 9 febbraio 2009

cosmodromo in blog&nuvole

Andate a darci un'occhiata, e poi lasciate un commento sia  che qui.


i disegni sono opera di Armin Barducci



il resto su Blog&Nuvole

giovedì 15 gennaio 2009

A_loro report

sabato pomeriggio, intorno alle 17, la sera prendeva possesso del cielo


fine della festa


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


i quadri aspettavano di essere visti


tre ritratti


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


poi sono arrivati i visitatori


movida













hanno visto pitture su vetro,


pittura su vetro













teneri acquerelli


quattro acquerelli













grandi acrilici angosciosi


ritratto grande
















e forme di electronic art


apparecchio dentario












poi, è scesa la notte, anche sui quadri


tre ritratti notturni
















e tu, perchè non sei venuto a visitarli?


(foto di medicineman)


mercoledì 31 dicembre 2008

lunedì 22 dicembre 2008

il lancio dell'anno


e vaffanculo sia a giorgino watercloset cespuglio


sia a quel vecchio maniaco di babbonatale.

sabato 20 settembre 2008

efficenza silviatica




Non si riesce ad eleggere il presidente dell'organismo di vigilanza della Rai.

Però oggi sono state elette le due veline che sculetteranno sul desk di striscialanotizia.

Però le pulzelle erano in microgonna.
E mi sorge un dubbio.
Sono buttane-quindi multabili- quelle che portano sculettando e ancheggiando lascive la minigonna in strada, mentre non si può dire buttana a chi porta la minigonna in tv?
Ecco, la televisione SALVA.
Quello che è reato fuori, nella vita reale, si sublima nella finzione catodica.
Le buttane ora lo sanno, c'è un modo per evitare le noiose multe della buoncostume.
Basterà affittare uno studio televisivo, non un appartamento o un marciapiede, e non saranno più colpevoli di adescamento.

lunedì 8 settembre 2008

meglio tardi



antegatto e postgatto



 



questo lo spiego dopo.


























Madrilista



Prima parte della vacanza. Che non me lo immaginavo proprio. Temevo di andare incontro ad una città pomposa, tutta compresa nel suo ruolo di bomboniera monarchica. 



madrid 2



Invece no; dove sorgono edifici di fantasiosa architettura, spesso si legge “qui c’era la chiesa dei santi pinco e pallino” che siccome non se li filava nessuno è stata abbattuta e al suo posto c’è stò palazzone, che tanto se tra qualche decennio ai madrileni non piace più, un po’ di tritolo e lo buttano giù e ci fanno magari uno zoo o una piscina per anziani poveri convalescenti.



madrid 3



M’è piaciuta la metropolitana, le strade pulite, i ristoranti tipici, anche il caldo m’è piaciuto, che era secco e non faceva sudare. Poi, dopo qualche giorno, è caduto un aereo di potenziali bagnanti, e un po’ di dolore l’ho sentito anch’io, che di quell’enorme aeroporto mi ero beato. Tranne il fatto che l’aereo che arriva e parte da Palermo lo imbarcano da una specie di corridoio segreto, di quelli da dove possono passare solo irregolari e fantasmi.



madrid 6



Siamo entrati (e poi ci siamo tornati) in un ristorante asturiano, vicino la Puerta di Toledo, e siccome non capivamo niente della lista dei cibi uno dei camerieri ha capito la difficoltà e si è avvicinato, dicendoci che ci mandava il chico italiano, che poi ci ha spiegato: “qui si mangia in compagnia, dalla stessa padella e dalla stessa pentola, ordinate una cosa per volta, e vedrete che vi riempirete la pancia”. Infatti, con le raciones ci si mangiava in quattro, e poi restava voglia di assaggiare ancora qualcos’altro. Se passate da quelle parti una puntatina alla sidreria “la burbuja que rie” fatevela. E se proprio vi va di essere esotici, ordinate il sidro, che necessita di una mescita acrobatica, che da sola vale la spesa; altrimenti meglio la birra o il vino. Ma si, va tutto bene quando si sta tra gente accogliente. E poi, tra tutti quei Lopez e Fernandez e Rodriguez mi sentivo a casa.



 madrid 5



Trenta giorni di mare



Senza meduse, non se ne sono viste, e allora nuotate amniotiche, che ho ancora i seni paranasali pieni d’acqua salata, e bracciate sott’acqua tra le castagnole e le piccole occhiate. Però qualcuno mancava, ci sono stati dei giorni irreali, come se nulla fosse successo, come se l’equilibrio fosse ancora mantenuto. Il fatto che mi preoccupa e che comincio a conoscere un certo numero di vedovi e vedove miei coetanei, si vede che sto invecchiando.



 



Appuntamenti inevitabili



Con le persone che non si vedono per trecentotrenta giorni, fino all’agosto successivo, con quelli a cui viene voglia di dirlo, che non importa la frequenza e la presenza, siamo amici anche se ci parliamo ormai solo due o tre volte sulla spiaggia o al belvedere.



Con la casa, il giardino, gli alberi che crescono, qualcuno si dovrà tagliare per fare posto a qualcun altro che vegeta più impetuosamente, con la necessaria inevitabile manutenzione; lo scorso week-end ho finalmente riparato un avvolgi tubo cannibalizzandone un altro che si era rotto un paio d’anni fa e che-prudentemente-non avevo ancora buttato.



Con i tramonti, con i pensieri del dopo cena, con la domanda quanto durerà ancora, con le zanzare e gli uccelli notturni, e con la vendemmia, anticipata come sempre, e dimezzata da gazze e colombacci. Ho già in programma l’acquisto di una carabina a piombini per fare in modo che le cento bottiglie previste l’anno prossimo si riempiano davvero, di chardonnay e pinot grigio, torrefatti nella vigna che si calcina a sud, davanti alla casa.



Con le visite al cimitero, dalle quali ritorno sempre con l’urgente necessità di un collante emotivo, dato che a guardarli, i nomi ed i volti mi fanno sentire incolmabile e definitiva la mancanza dell’intera famiglia di mio padre. Ti porterò le rose del mio giardino, anche se so che i fiori non ti piacevano.



 



Musica, musica.



Chissà chi contatta i manager dei gruppi che si presentano all’Ypsigrock, quest’anno erano più di un paio i nomi di rilievo, a suonare nella piazzetta davanti al castello medievale.


art brut



Art Brut, rumorosi, dissacranti, la macchietta rock di Brian Ferry e compagni, e la sera dopo i DeUs, dei quali le radio FM quest’estate hanno mandato una hit in heavy rotation, facendo pensare al popolo italiano intero che loro siano dei sofisticati musicisti pop; siccome che Tangerine me li aveva amichevolmente consigliati, li conoscevo per quelli che sono, cioè dei tosti rocker di un paese dove il rock manco te l’aspetti, infatti vengono dal Belgio. Bravi, cento minuti spesi bene, che neanche loro ci credevano, e continuavano a ringraziare la Sicilia e l’Italia. Li avranno soffocati di mare, vino e sole, così imparano a vivere a Bruxelles.


DeUs



 













Ritorno alla normalità?



Praticamente, come già descritto, domenica 31 siamo tornati in città, lasciandoci dietro la sensazione di trenta giorni passati troppo velocemente, e la mattina presto dell’1 settembre ero in aeroporto, poco dopo scodellato a Firenze per una simpatica riunione tra colleghi di lavoro. Ovviamente non potevo fare a meno di fare quello che mi riesce meglio, cioè spiare il prossimo in aeroporto, o godermi le gesta dei passeggeri latitanti nello schiumoso vuoto emotivo che accompagna i viaggi aerei con risicate coincidenze.



Al ritorno da Firenze, un procione viaggiatore camuffato da magra donna presumibilmente dell’est Europa ha sgranocchiato, pescandole da un sacchetto di cellophane trasparente, un numero impressionante di mele e pesche. Forse si stava preparando al letargo, e quando è passata la hostess per il micro rinfresco che ancora Alitalia (ancora per poco, poveri i miei punti millemiglia che finiranno dissipati nel niente, come un peto di Tremonti) graziosamente somministra, la prociona non ha capito nulla, ha afferrato una bottiglia di cocacola e messo le mani nel cassettino con gli snack, e non c’era verso di farglieli restituire.



Menomale che l’hostess era di buonumore, e se l’è presa a ridere (pure io me la sono presa a ridere, per solidarietà con l’hostess) nonostante che, temo, perderà il posto. La mia vicina di posto plantigrada ha continuato a rosicchiare salatini e biscotti per tutto il viaggio, accompagnando il bolo con ampie sorsate di cocacola, e quando è ripassato il carrello-cestino ha buttato dentro pure quegli snack che non era riuscita a mangiare. Poi, ha ruttato in maniera composta, coprendosi la faccia con un fazzoletto di carta. Ecco il bello di viaggiare, si imparano usanze sempre nuove.



 



Questo lo spiego dopo


eccomi che lo spiego:



Siamo stati adottati, da lei.


gatta pollina


Grande mangiatrice di croccantini e lucertole, dispensatrice di fusa a tonnellate e strusciamenti sulle gambe, e contenitore ambulante di coccole a tempo: scaduto il tempo dissuadeva i coccolatori con precise unghiate, tipo freddy krueger, che ne portiamo ancora tutti i segni sulle mani.



Ma si sa, i gatti di campagna non vanno tanto per il sottile, e non sono avvezzi alle mollezze dei gatti cittadini.



Tanto, in città, al b&b della med-moglie, siamo stati adottati da un gatta’altra, pazza come una tempesta tropicale in scatola di montaggio, che si presenta solo se le si fischia (il muci-muci con cui si chiamano i gatti siculi con lei non funziona) e che per fare le feste preme con i cuscinetti delle zampe sulle mani e mordicchia, è di modi più urbani anche se inconsueti.



Ecco spiegato l’Al Stewart d’antan. Se proprio devo dargli un nome, questo me lo ricorderò come l’anno dei gatti.