Dunque, lo psicoshop. Che secondo me ci hanno studiato insieme psichiatri, psicologi del comportamento giovanile, esperti di qualcosa e grandi figli di b*.
I miei pargoli mi avevano avvisato "sulla quinta c'è stò posto, ci dobbiamo andare per forza".
Vabbè, mi sono detto, ci andremo.
Arrivati nei pressi noto una fila, una lunga fila di teenager, molti accompagnati dai rispettivi portatori di portafoglio. Una cosa che mi ha colpito è stata il fatto che chi era in fila aveva già pacchetti al polso con il nome di codesto negozio, "sono recidivi" ho pensato subito.
Da fuori, non si vedeva un accidente, le vetrine sono perennemente sprangate da assi di legno che danno l'idea che stai per entrare in un baraccone. Man mano che ti avvicini senti prima la musica ; non semplice musica da discoteca bum=bum, ma un certo sound sofisticato, a volume sostenuto, però si capiva che lì dentro non ci saremmo assordati.
La seconda cosa che ho notato, anzi che ho percepito, è stata il profumo. Dall'ingresso del negozio promanavano ettolitri di fragranza della casa, per cui già la testa cominciava a girare un pò.
Dunque siamo arrivati nei pressi della soglia, siamo entrati e la terza cosa che ho notato è stata che tutti ti salutavano come se ti conoscessero da tempo, molti ti toccavano anche, le braccia, il torace, le spalle.
"cominciamo bene" ho pensato, ed ho notato una quarta cosa; tra il personale del negozio non c'erano adulti, erano tutti più o meno teenager, i ragazzi boni con la camicia aperta sui pettorali, le ragazze miaumiau che sbattevano le ciglia come se avessero il parkinson alle palpebre. La quinta cosa che ho notato è stata che alle casse, dove si pagava, e ce n'era una ogni piano, non sostava nessuno; se però ti avvicinavi con della merce in braccio, anelante di strisciare voluttuosamente la carta di credito per concretizzare l'acquisto della ambita merce, subito spuntava un bel giovane o una bella giovane che sorridendo amabilmente ti conducevano per mano verso la dannazione del conto corrente. La sesta cosa che ho notato è che dentro era tutto un gioco di luci e penombre, poche luci per la verità, per cui se ti andavi a provare qualcosa nei camerini, non avresti capito come ti stava. Non è vero, non è che non avresti capito, perchè appena uscivi dal camerino con la t-shirt indosso subito si avvicinavano un paio di angioletti o angiolette che ti dicevano ma quanto sei carino ma come ti sta bene ma come sei fico. Ovviamente in nuiorchese, ma si capiva benissimo. La settima cosa che ho notato è che nonostante ovunque a niuiorc ci fossero sconti, là non ti scontavano proprio nulla. Dovevi essere felice di pagare il prezzo pieno. E poi tutti a sorridere, e a sfiorarti, una specie di microeden dello sciopping.
Alla fine ho comprato una t-shirt blu con una testa di pellerossa disegnata pure io, e la ottava cosa che ho capito è che mi sta proprio a pennello.
(lo psicoshop è quello dell'ultima foto del post precedente, non lo nomino per non fare pubblicità, che tanto non gli serve).
*i grandi figli di bovviamente si capisce benissimo chi sono.
Non nel senso che smetto col blog. Non ora, magari dopo, forse quando il contatore arriverà al numero centomila.
Allora, lo stupore. Tirato, giustamente, in ballo, da qualcuno nei commenti. Evvabbè, lo stupore, la curiosità, il divertimento, menomale, che ancora mi stupisco.
(foto di medicineman)
Strani animali a NYC, buttando un occhio dentro ad un giardinetto privato.
(foto di medicineman)
Che anche se guardi altrove, i grattacieli ti saltano sempre negli occhi, e nell'obbiettivo.
(foto di medicineman)
Un posto dove, anche a volerci provare, sarà difficile sentirsi pesce fuor d'acqua.
(foto di medicineman)
E se cerchi il circolo dei fantini, basta guardare poco sopra il giardino.
(foto di medicineman)
Hai una grande sete? Niente di meglio di un grande distributore di bevande. Del resto sono tutti belli grandi e grossi, oppure belle magre e scattanti, oppure bianchi, nere, gialli e centoottanta lingue e dialetti diversi. M'è venuta sete.
(foto di medicineman)
A Central Park, si può andare a fare jogging vestiti da carnevale anche se non è carnevale, con dei bellissimi calzoncini color tovaglia da tavola, che li ho cercati ma non li ho trovati!
(foto di medicineman)
Uno scoiattolo ladro, un gatto gigante a molla, una canoa a spasso al centro della città, basta guardarsi in giro per vederli.
(foto di medicineman)
Gonzo? un dollaro per la foto, dai scendi dal bus che ce la facciamo, un caffè italiano modello lambretta, solo un dollaro e venticinque.
(foto di medicineman)
Un pirata a spasso, e non era un fantasma, un homeless coreograficamente addormentato, come se fosse stato messo lì dall'agenzia del turismo. Basta guardarsi in giro.
(foto di medicineman)
questo è uno psicoshop, ma ve lo racconto alla prossima.
I camion dei pompieri, enormi, lunghi e tirati a lustro, con delle grandi bandiere attaccate in coda, erano onnipresenti, dovunque siamo andati. Gli interventi delle ambulanze venivano accompagnati da questi incrociatori di terra rossi, che fendevano il traffico rumorosamente. Queste autobotti sono meglio di quelle di latta a frizione (i fortunati le avevano telecomandate a batteria) con la scritta fire dept con cui tutti abbiamo giocato da piccoli.
(foto di medicineman)
(foto di medicineman)
Come andiamo al Greenwich Village? Abbiamo chiesto ad un passante. E lui ha detto che avremmo capito di essere lì non appena si arrivava in un quartiere dove le strade non avevano la struttura classica di New York, tutta di rette parallele, ma che formavano un reticolo confuso, disordinato. Vi accompagno, ha detto lui, tanto sono due passi e vado anch'io da quella parte. E'successo spesso, che le persone si fermassero a chiederci se avevamo bisogno, vedendoci con una cartina in mano. Al Greenwich Village, ad un certo punto su di una recinzione abbiamo visto una collezione di piastrelle decorate. Come ex-voto. Solo che avvicinandociè venuto fuori che si trattava di dipinti e decorazioni fatte da amici e parenti di gente morta l’undici settembre di otto anni fa.Il tema principale è la pace, e la coesione del popolo americano, molte sembrano fatte da bambini, o da gente che non ha dimestichezza con la pittura, ma vederle lì, fa un certo effetto. A me ha fatto molto più di un certo effetto. Alla trattoria irlandese, sottopiatti letterari, tutti diversi, ma pensa un pò, proprio a me.
L’estate è cominciata il 24 luglio, con la nostra partenza per gli stati uniti, il nostro primo viaggio in direzione della merica, dove nessuno di noi era stato prima d’allora. Avevamo tanti timori e tante aspettative, possiamo dire che la maggior parte dei timori è stata dissipata, e che le aspettative sono state realizzate appieno. Però prima parliamo del gatto nella foto.
Dal cofano della zafira nera usciva uno strano rumore. “giuliana, hai i gatti nel cofano?”. Eppure, aprendolo, nel cofano si vedevano due minuscoli occhietti azzurri. “ tu chi sei?” ho chiesto agli occhietti azzurri. Tutti quelli intorno al cofano hanno infilato la mano per tirare fuori quella pallina di pelo nero, ma lui non era tanto d’accordo, si è dimenato come una biscia, ha graffiato e soffiato come una tigre, infine è riuscito a scappare a rotta di collo nella campagna, perdendosi chissà dove.
Però la notte successiva, il vigliacco è venuto a piagnucolare sotto le finestre di casa; sono uscito un paio di volte per prenderlo, ma non appena sentiva che ero fuori a cercarlo, smetteva di piangere.
L’indomani mattina lo abbiamo chiamato, facendo il verso della mamma gatta, e lui rispondeva, perso chissà dove nella fitta macchia mediterranea. Al pomeriggio si è organizzata una vera e propria battuta di caccia. Alla fina l’abbiamo individuato, nascosto sotto un cespuglio di rovi. Uno ha fatto da battitore, l’altro si è appostatp dall’altro lato del cespuglio, sperando che uscisse proprio di lì. Ho fatto tanto di quel casino che alla fine è stato costretto ad uscire, proprio dal lato in cui c’era Fabrizio ad aspettarlo. L’ha achiappato, e di nuovo la palla di pelo nero ha tirato fuori il suo armamentario da tigre per tentare di fuggire, ma ha finito la sua sceneggiata dentro una scatola di cartone; una siringa piena di latte prima, e dei croccantini junior poi lo hanno covninto che poteva essere una solizione valida, quella di restare con noi per farsi svezzare. Guardandolo bene, qualcosa di tigresco gli è rimasto; i denti di sopra non collimano perfettamente con la mascella inferiore, cosicchè sembra proprio un...gatto dai denti a sciabola!
la merica
il primo sterotipo che voglio demolire è quello relativo al fatto che i viasggi in auto attraverso gli stati uniti rischiassero di trasformarsi spesso in orrende odissee tipo "un tranquillo weekend di paura”. nessun inseguimento da parte di autobotti assassine, nè pattuglie di poliziotti zombie dalla pistola facile. il tragittto tra washington e boston, circa mille chilometri, è stato facile, non faticoso, ed è bastato seguire l'onda del traffico per arrivare a destinazione.
(foto di medicineman)
Precisazione: l'auto che ho noleggiato aveva in dotazione il navigatore satellitare, altrimenti non saremmo arrivati da nessuna parte: le indicazioni stradali sono in effetti accurate per quel che riguarda i numeri di autostrade ed interstatali , ma non danno alcun supporto nel caso si conosca la destinazione ma non la strada per arrivarci. Dicevo che basta seguire l'onda del traffico, per cui anche se il limite di velocità era quasi ovunque compreso tra 50 e 60 miglia all'ora, che corrispondono ai nostri 80-100 kmh, le altre auto sulle strade a quattro corsie andavano tra le 6 e le 75, così mi sono adeguato, anche per evitare di essere di ostacolo.
Gli autogrill sono di due tipi, quelli dove c'è starbucks, mcdonald ed altri ristoranti di questo tipo e quelli in cui invece ci sono ristpranti di catene più economiche, in cui il livello di servizio e qualità dei cibi e delle bevande servite è veramente pietoso.
(foto di medicineman)
Che bello fare mille chilometri con trentaciqnue dollari di benzina...ecco perchè molti americani preferiscono l’auto all’aereo per i viaggi interni. Tutto chiaro.
Poi, una sera che la magia ci aveva avvolti del tutto, su una piccola isola collegata alla terra con un ponte, in una villa dove aveva soggiornato persino greta garbo, un bicchiere rotto ha lacerato il polpastrello di uno dei miei figli.
Corsa in ospedale, ricovero al pronto soccorso, cinque punti di sutura. Dopo un mese è arrivato il conto, 2448 dollari. Avete letto bene, 500 dollari a punto. Si capisce perchè le lobbies non vogliono che la sanità diventi pubblica, perchè altrimenti questa fonte di ricchezza verrebbe dirottata dalle ricche tasche dei privati.
Ho stipulato-per eccesso di prudenza-una polizza assicurativa sanitaria prima di partire. Ora mi accorgo di aver fatto bene. Ne sarò sicuro quando arriverà il rimborso.
Faccio un paragone con la vita in italia: mangiare è più facile e costa meno, vestirsi costa meno (le lacoste in saldo a 28 euro...), viaggiare in auto costa meno. Sanità e case costano di più, le case in muratura al centro delle città, ovviamente, che quelle in legno sono in svendita.
Com’è per ora l’america? Con le infradito ed i piedi pittati, il 90% delle donne indossava infradito di plastica, di gomma, economiche. Scomparse le orrende crocs coi calzini, per fortuna. Il numero di saloon per manicure e pedicure era realmente impressionante, e con prezzi accessibili a tutti.
Prima parte della vacanza. Che non me lo immaginavo proprio. Temevo di andare incontro ad una città pomposa, tutta compresa nel suo ruolo di bomboniera monarchica.
Invece no; dove sorgono edifici di fantasiosa architettura, spesso si legge “qui c’era la chiesa dei santi pinco e pallino” che siccome non se li filava nessuno è stata abbattuta e al suo posto c’è stò palazzone, che tanto se tra qualche decennio ai madrileni non piace più, un po’ di tritolo e lo buttano giù e ci fanno magari uno zoo o una piscina per anziani poveri convalescenti.
M’è piaciuta la metropolitana, le strade pulite, i ristoranti tipici, anche il caldo m’è piaciuto, che era secco e non faceva sudare. Poi, dopo qualche giorno, è caduto un aereo di potenziali bagnanti, e un po’ di dolore l’ho sentito anch’io, che di quell’enorme aeroporto mi ero beato. Tranne il fatto che l’aereo che arriva e parte da Palermo lo imbarcano da una specie di corridoio segreto, di quelli da dove possono passare solo irregolari e fantasmi.
Siamo entrati (e poi ci siamo tornati) in un ristorante asturiano, vicino la Puerta di Toledo, e siccome non capivamo niente della lista dei cibi uno dei camerieri ha capito la difficoltà e si è avvicinato, dicendoci che ci mandava il chico italiano, che poi ci ha spiegato: “qui si mangia in compagnia, dalla stessa padella e dalla stessa pentola, ordinate una cosa per volta, e vedrete che vi riempirete la pancia”. Infatti, con le raciones ci si mangiava in quattro, e poi restava voglia di assaggiare ancora qualcos’altro. Se passate da quelle parti una puntatina alla sidreria “la burbuja que rie” fatevela. E se proprio vi va di essere esotici, ordinate il sidro, che necessita di una mescita acrobatica, che da sola vale la spesa; altrimenti meglio la birra o il vino. Ma si, va tutto bene quando si sta tra gente accogliente. E poi, tra tutti quei Lopez e Fernandez e Rodriguez mi sentivo a casa.
Trenta giorni di mare
Senza meduse, non se ne sono viste, e allora nuotate amniotiche, che ho ancora i seni paranasali pieni d’acqua salata, e bracciate sott’acqua tra le castagnole e le piccole occhiate. Però qualcuno mancava, ci sono stati dei giorni irreali, come se nulla fosse successo, come se l’equilibrio fosse ancora mantenuto. Il fatto che mi preoccupa e che comincio a conoscere un certo numero di vedovi e vedove miei coetanei, si vede che sto invecchiando.
Appuntamenti inevitabili
Con le persone che non si vedono per trecentotrenta giorni, fino all’agosto successivo, con quelli a cui viene voglia di dirlo, che non importa la frequenza e la presenza, siamo amici anche se ci parliamo ormai solo due o tre volte sulla spiaggia o al belvedere.
Con la casa, il giardino, gli alberi che crescono, qualcuno si dovrà tagliare per fare posto a qualcun altro che vegeta più impetuosamente, con la necessaria inevitabile manutenzione; lo scorso week-end ho finalmente riparato un avvolgi tubo cannibalizzandone un altro che si era rotto un paio d’anni fa e che-prudentemente-non avevo ancora buttato.
Con i tramonti, con i pensieri del dopo cena, con la domanda quanto durerà ancora, con le zanzare e gli uccelli notturni, e con la vendemmia, anticipata come sempre, e dimezzata da gazze e colombacci. Ho già in programma l’acquisto di una carabina a piombini per fare in modo che le cento bottiglie previste l’anno prossimo si riempiano davvero, di chardonnay e pinot grigio, torrefatti nella vigna che si calcina a sud, davanti alla casa.
Con le visite al cimitero, dalle quali ritorno sempre con l’urgente necessità di un collante emotivo, dato che a guardarli, i nomi ed i volti mi fanno sentire incolmabile e definitiva la mancanza dell’intera famiglia di mio padre. Ti porterò le rose del mio giardino, anche se so che i fiori non ti piacevano.
Musica, musica.
Chissà chi contatta i manager dei gruppi che si presentano all’Ypsigrock, quest’anno erano più di un paio i nomi di rilievo, a suonare nella piazzetta davanti al castello medievale.
Art Brut, rumorosi, dissacranti, la macchietta rock di Brian Ferry e compagni, e la sera dopo i DeUs, dei quali le radio FM quest’estate hanno mandato una hit in heavy rotation, facendo pensare al popolo italiano intero che loro siano dei sofisticati musicisti pop; siccome che Tangerine me li aveva amichevolmente consigliati, li conoscevo per quelli che sono, cioè dei tosti rocker di un paese dove il rock manco te l’aspetti, infatti vengono dal Belgio. Bravi, cento minuti spesi bene, che neanche loro ci credevano, e continuavano a ringraziare la Sicilia e l’Italia. Li avranno soffocati di mare, vino e sole, così imparano a vivere a Bruxelles.
Ritorno alla normalità?
Praticamente, come già descritto, domenica 31 siamo tornati in città, lasciandoci dietro la sensazione di trenta giorni passati troppo velocemente, e la mattina presto dell’1 settembre ero in aeroporto, poco dopo scodellato a Firenze per una simpatica riunione tra colleghi di lavoro. Ovviamente non potevo fare a meno di fare quello che mi riesce meglio, cioè spiare il prossimo in aeroporto, o godermi le gesta dei passeggeri latitanti nello schiumoso vuoto emotivo che accompagna i viaggi aerei con risicate coincidenze.
Al ritorno da Firenze, un procione viaggiatore camuffato da magra donna presumibilmente dell’est Europa ha sgranocchiato, pescandole da un sacchetto di cellophane trasparente, un numero impressionante di mele e pesche. Forse si stava preparando al letargo, e quando è passata la hostess per il micro rinfresco che ancora Alitalia (ancora per poco, poveri i miei punti millemiglia che finiranno dissipati nel niente, come un peto di Tremonti) graziosamente somministra, la prociona non ha capito nulla, ha afferrato una bottiglia di cocacola e messo le mani nel cassettino con gli snack, e non c’era verso di farglieli restituire.
Menomale che l’hostess era di buonumore, e se l’è presa a ridere (pure io me la sono presa a ridere, per solidarietà con l’hostess) nonostante che, temo, perderà il posto. La mia vicina di posto plantigrada ha continuato a rosicchiare salatini e biscotti per tutto il viaggio, accompagnando il bolo con ampie sorsate di cocacola, e quando è ripassato il carrello-cestino ha buttato dentro pure quegli snack che non era riuscita a mangiare. Poi, ha ruttato in maniera composta, coprendosi la faccia con un fazzoletto di carta. Ecco il bello di viaggiare, si imparano usanze sempre nuove.
Questo lo spiego dopo
eccomi che lo spiego:
Siamo stati adottati, da lei.
Grande mangiatrice di croccantini e lucertole, dispensatrice di fusa a tonnellate e strusciamenti sulle gambe, e contenitore ambulante di coccole a tempo: scaduto il tempo dissuadeva i coccolatori con precise unghiate, tipo freddy krueger, che ne portiamo ancora tutti i segni sulle mani.
Ma si sa, i gatti di campagna non vanno tanto per il sottile, e non sono avvezzi alle mollezze dei gatti cittadini.
Tanto, in città, al b&b della med-moglie, siamo stati adottati da un gatta’altra, pazza come una tempesta tropicale in scatola di montaggio, che si presenta solo se le si fischia (il muci-muci con cui si chiamano i gatti siculi con lei non funziona) e che per fare le feste preme con i cuscinetti delle zampe sulle mani e mordicchia, è di modi più urbani anche se inconsueti.
Ecco spiegato l’Al Stewart d’antan. Se proprio devo dargli un nome, questo me lo ricorderò come l’anno dei gatti.
Qualche giorno ancora. le ferie sono finite adesso; ho finito di scaricare la station wagon ed ho cominciato a preparare la valigia per la inevitabile riunione di inizio anno lavorativo. A Firenze fino a giovedì. Poi, venerdì, torno. E parlerò di questa estate bella.
uno, due,tre (acrilico su tela sprecato da medicineman)
I vermi sul soffitto
Riaprendo casa dopo quattro settimane di ferie ci siamo accorti che il soffitto della cucina era pieno di vermetti bianchi. "contali" ha suggerito qualcuno, così ho preso la scala, un bicchierino di plastica ed un pezzetto di carta e li ho trasferiti. Diciotto, erano diciotto, dal tetto alla spazzatura. "ma da dove vengono" ha chiesto ansiosa la med-moglie: scartando l'ipotesi televisiva che la vecchiarda al piano di sopra fosse cadavere sul pavimento, e che i bacarozzi avessero perforato il solaio, anche perchè la megera era già schiattata due anni prima, abbiamo esplorato gli armadi. Banalmente, una confezione di savoiardi andati a male. Diciotto scappati e un centinaio dentro. E tutti nella spazzatura.
Telegiornali
I telegiornali sono pieni di belle notizie, compresa quella dei giocattoli velenosi; ci potevano mettere una vernice alla camomilla, oppure della cipria alla cocaina, quelli della matxxx, così almeno i bambini stavano buoni giocando.
Troppe telefonate o visite di condoglianze per genitori che se ne vanno: si vede che sto diventando vecchio, ed in effetti essere intorno ai cinquanta ha i suoi effetti collaterali.
Ramon e la differenza
Ramon è un ramarro triste e compunto, che ha deciso di vivere sull’albero di pere che cresce davanti la mia casa di campagna.
Le strade sul mare o “stratuna”, sono quegli arabeschi che si disegnano sulla superfice quando c’è bel tempo, e spesso sembrano autostrade disegnate col curvilineo.
La differenza tra ramarro e lucertola, tra un’estate felice ed una meno, tra essere giovani ed invece stare attraversando il campo minato dell’età matura, la differenza cerco di raccontarla.
Si sta alzando la brezza sulla riva, tenere i piedi dentro l’acqua aiuta a scrivere, e scioglie il bozzolo salino in cui sono avviluppati i ricordi.
Quanto è profondo il mare?
Era un pomeriggio dorato, la roccia basaltica di Capo Raisigerbi si tingeva di rosa infinito, al centro del golfetto, su una lancia a remi, si trovavano un ragazzo fresco di maturità classica, una donna ed una ragazza, nipote di lei.
La donna remava piano, disegnando le traiettorie dei remi come un architetto, e guardava negli occhi il ragazzo e la ragazza, seduti sulla panca di fronte; la donna domandava delle loro speranze sul futuro.
Poi la donna smise di remare, esaurito l’abbrivio la barca restò praticamente ferma, sembrava sospesa sulla superfice trasparente, castagnole ed occhiate nuotavano eterne.
“a quanti metri sarà il fondo?” disse la donna. “sette, otto” stimai io. “dieci” disse sicura la ragazza, osservando le increspature della sabbia bianca laggiù.
Ci tuffammo, l’acqua marina tiepida si richiuse mentre il corpo scivolava sotto, compensai, dissi ce la faccio e con la punta delle dita sfiorai la sabbia, con un fremito cercai di prenderne un pugno, la fame d’aria mi respinse sopra.
Riemerse anche lei, mostrò alla donna e poi a me una pietra grigia venata di bianco, rise, risalì con mossa da serpente marino sulla barca.
La differenza allora era nella conquista di un risultato tangibile: lei aveva rubato la pietra al fondale, e dopo qualche giorno la vidi abbracciata ad un altro, più bravo di me a scendere a nel suo cuore marino.
La differenza oggi è che la lancia a remi è abbandonata sulla spiaggia, vicino al muro della ferrovia, e dei personaggi minimi di quel pomeriggio sono rimasto solo io, a poterlo ricordare e raccontare, la donna e la ragazza di allora non ci sono più.
Kidnapping
Stavo consultando l’orario dei treni, e cercavo anche di trascriverlo sul foglietto striminzito trovato nel cruscotto della macchina.
“vado in treno” mi aveva detto, “tanto il b&b è vicino alla stazione, così non ho il pensiero della tua macchina”.
“aiutatemi, vi prego, aiutatemi, mi hanno rapito, non so dove mi trovo, non so dove sono mamma e papà”. Poi ha posato la cornetta del telefono pubblico, uno di quelli arancione che accetta qualsiasi tipo di pagamento, ha tirato fuori un paio di biglietti dalla tasca ed ha composto un altro numero.
Un bolo di adrenalina mi è sceso lungo la schiena sudata: mi trovavo nella condizione di dovere aiutare un bambino rapito, forse da un pedofilo, però volevo capire bene cosa fare.
Ho continuato a trascrivere l’orario dei treni per Palermo, alzando il livello di attenzione al livello allarme rosso.
Il ragazzino ha piagnucolato al telefono la stessa storia di prima, ed ha riattaccato prima che ci fosse il tempo per l’interlocutore di rispondergli.
Guardandomi intorno non ho scorto tipi sospetti, poi una ragazzina si è avvicinata, lui le ha detto dammi un altro numero, lei ha risposto è l’ultimo non ne ho copiati più. Dimmelo ha insistito lui, otto zero zero ha cominciato a recitare lei.
Dopo avere recitato la stessa frase angosciata ha posato la cornetta ed ha detto alla sorella dove sono mamma e papà, in macchina che ci aspettano, andiamo ha risposto la bambina, devi copiarmi altri numeri verdi ha detto lui, si ora guardo sulla rivista che ha comprato mamma ha risposto la bambina trascinandolo fuori dalla stazione.
Ho guardato gli orari che avevo copiato, erano storti ed illeggibili, ho girato il foglietto e mi sono applicato ad una scrittura più concentrata.
una settimana da pazzi
quella passata a casa per accontentare i figli che vogliono dormire separati: da due stanze attigue, una grande ed una piccola, un'orda di operai ne ha creato due simili, di comparabile comfort, cosicchè la prole risulti accontentata. Ma la settimana con gli unni a casa ha lasciato tracce sul nostro sistema nervoso, e non solo su quello. Per fortuna ho ripreso a lavorare.
la fine dell'estate
l'estate rantola, i colori sono quelli che mi riportano all'età pediatrica, la temperatura non brucia più, il mare è verde sporco. Preferisco l'estate, mi fa sentire ancora vivo.
Ad esempio durante il fine settimana ho capito perchè fa così caldo. E' tutta colpa dei clandestini, che portano con sì delle piccole otri piene di aria calda, e non appena arrivano sul territorio lampedusano le aprono, e sgonfiando i gommoni generano un vento che riscalda oltremodo l'aria sul continente. E' una specie di arma di distruzione di massa, farà così caldo che ad un certo punto sopravviveranno solo loro, marocchini egiziani e senegalesi, che riescono anche a riprodursi a temperature altissime. Non so a voi, ma a me i quarantaquattro gradi all'ombra sono un ottimo deterrente per l'attivazione della libido. Non si muoveva foglia, anche le mitiche tende con i gattini sono rimaste ferme, la cosa migliore da fare era respirare piano, in questo ultimo weekend campagnolo. I necessari lavori li ho fatti all'alba, ma ho sudato lo stesso. E da ciò che ho visto, sarà un altro anno delle lucertole, probabilmente.
Poi oggi, in un "american bar" ho attirato l'attenzione della bargirl apostrofandola con l'ignobile appellativo di "signora". Che sciovinista, staranno già pensando le più talebane delle mie lettici. Infatti la signora si è girata come una gatta a cui hanno appena pestato la coda "signorina, sono signorina" mi ha sibilato. la sua collega le ha detto zitta Debora, ma quella si era già praticamente offesa. E pensare che io pensavo che signorina fosse politically uncorrect. O meritevole di esere trasformata in un popolare nick (vero Signorina? ).
Preavviso i lettori e i denigratori di queste personali considerazioni online che tra una settimana si chiude, magari con un sondaggione, e se ne riparla a settembre.
Quelli che ti chiamano col numero nascosto, e si incazzano se non gli rispondi.
Quelli che è meglio non tenere il numero in memoria, e poi fare finta che non si sono riconosciuti.
Quelli che è bene non tenere il numero in memoria, comunque lo capisci subito che sono loro.
Quelli che si ricordano di te solo al momento del messaggio di auguri.
Quelli che si ricordano di te al momento del messaggio di auguri di Natale.
Quelli che si ricordano di te, allegramente, al momento del messaggio di auguri di Capodanno.
Quelli che si ricordano di te, chissà mai perché, al momento del messaggio di auguri di Pasqua.
Quelli che mandano un sms che farebbe miglior figura pronunciato dal papa all’angelus.
Quelli che non si ricordano del tuo compleanno anche se tu ti ricordi del loro.
Quelli che scrivono sms così banali che farebbero vergognare chi ha inventato l’sms.
Quelli che stanno una settimana a pensare a cosa scrivere nel messaggio circolare di auguri di Pasqua e poi pensano che è meglio non mandarlo.
Quelli che ti rimandano dopo un anno lo stesso sms che gli avevi mandato tu lo scorso anno.
Quelli che non ti rispondono mai, perché sono tirchi.
Quelli che non ti rispondono mai, perché sono presuntuosi.
Quelli che non ti rispondono mai, perché sono pigri.
Quelli che vorresti chiamarli, però sono passati troppi anni dall’ultima volta che li hai chiamati.
Quelli che vorresti chiamarli, però hai paura che ti risponda la persona sbagliata.
Quelli che vorresti chiamarli, ma non sei tanto sicuro che la telefonata sia gradita.
Quelli che gliel’hai detto per telefono, ed era meglio che non glielo dicevi.
Quelli che non gliel’hai detto per telefono, ed era molto meglio se invece glielo dicevi.
Quelli che si aspettavano i miei auguri e invece non li hanno ricevuti, quelli che non si aspettavano i miei auguri e invece li hanno ricevuti, quelli che non mi aspettavo che mi facessero gli auguri e invece me li hanno fatti, quelli che mi aspettavo che mi facessero gli auguri e non me li hanno fatti, quelli che mi aspettavo che ricambiassero e non l’hanno fatto, quelli che si aspettavano che ricambiassi e invece non l’ho fatto.
A tutti quelli e a tutte quelle, e anche a quelli e quelle che non ho citato, coraggio, domani è ancora vacanza.
L’anno delle lucertole. Come l’anno scorso era stato quello dei grilli, e quello prima quello dei gechi.
Sto archiviando la memoria dei mesi trascorsi in villeggiatura in questa casa con le specie animali prevalenti: non so se si tratta di una gentilezza della Natura, o se semplicemente il variare delle condizioni metereologiche causa la proliferazione o la diminuzione di questa o quella specie. Meglio l’anno delle lucertole di quello delle vespe, per le quali non nutro grande simpatia.
estate
L’estate si era ufficialmente inaugurata con grande vampa di scirocco, notti con temperature da fornace, sonni immersi nel sudore. Poi, finito luglio, il clima si è orientato ad una strana e insolita stagione atlantica, fresca, piovosa, con il mare perennemente agitato. Tranne due giorni di disastroso scirocco, perché si legge dopo.
libri
Ho comprato i soliti libri a caso. Non troppo a caso comunque, una raccolta di racconti di un premio Nobel spagnolo di cui non avevo ancora letto nulla, un libro di Jeoshua, un altro di una tizia indiana il cui titolo mi aveva attratto.
Negli spazi di tempo lasciati liberi dall’editing del volume che andrà pubblicato ad ottobre, dagli incroci obbligati (destinati ai solutori più che abili) della immutabile inossidabile settimana enigmistica, dagli scorrazzamenti in moto con i figli a scoprire nuovi sentieri nel parco, dalla cura e raccolta di peperoni pomodori e melanzane ( dieta biologica al 100%) ho letto i libri che avevo comprato. Non so, mi sembra che manchi sempre qualcosa per poterle definire ottime letture.
computer
Il computer l’ho portato con me, per via del fatto dell’edit, ma non sono andato neanche una volta dalla zia a chiedere zia mi fai usare la tua linea telefonica?
Una specie di processo di detossicazione dal web. E non ho quindi né letto né aggiornato il blog.
persone
Ho rivisto le persone che ormai incontro solo anno dopo anno, in spiaggia o scambiandoci visite nelle rispettive dimore di campagna. Che le promesse fatte sotto l’ombrellone “se vengo a milano in riunione ti chiamo e usciamo insieme” restano sempre disattese. Il fatto è che anno dopo anno, complice il decadimento cellulare, qualcuno sta male o sta peggio dell’anno scorso, o forse non supererà l’estate, e dire che quando adolescenti guardavamo il fondo dalla barca, a capo Raisigerbi, e scommettevamo chi di noi, maschio o femmina avrebbe preso la manciata di sabbia a diciotto metri di profondità, allora la vita ci sembrava eterna, senza angoli bui.
amici
Che scopro come classificare l’amicizia: anche se non ti vedo per anni, anche se non ci telefoniamo , se quando ci si incontra partono positive vibrations e moviole emotive impattanti, allora vuol dire che siamo amici.
Surgillino
Un scoperta interessante, o raccapricciante. Mi è stato detto dalla signora che oltre a fare l’aiuto sacrestano in chiesa si diletta di medicina popolare e altre magie più o meno colorate, che per eliminare il problema dell’enuresi notturna nei ragazzini, qui in paese, si usa somministrare loro un surgillino.
Inutile andare a cercare nella Farmacopea: tale rimedio naturale è una specie di topolino campagnolo, la cui caratteristica è quella di avere delle linee bianche sopra gli occhi e sulla schiena. Esso viene catturato, spellato, arrostito e dato da mangiare ai bambini che bagnano il letto. Dice che funziona. Non so se dipenda dal contenuto di ormone antidiuretico del povero roditore o dall’abominevole schifo dato dal mangiarselo arrosto. In ogni caso, poveri loro, i surgillini e i bambini piscialletto.
r.i.p.
si sa, le mogli sono facili all’urlo di terrore. E ormai non mi impressiono più. I miei figli mi hanno detto, un pomeriggio che leggevo una rivista di moto ( meglio di playboy) “papà, papà, ti è passato speedy gonzales tra i piedi”, contemporaneamente si è scatenata l’ugola della donna di famiglia.
“che volete che sia, un topo di campagna è, in fondo non siamo in campagna? Ospiti suoi siamo, e dobbiamo chiedergli scusa.”
Non c’è stato verso però, Speedy è stato condannato alla pena capitale a causa degli stronzetti che disseminava sulle sdraio e a causa del potenziale rischio di danno atomico da roditore libero.
Però non è stato necessario comprare il veleno: consentitemi di elevare una prece all’animaccia del sorcio morto, perché lo scoprirete dopo. Sappiate che ha lasciato rimpianto e ricordi nostalgici, anche nell’animale femmina di famiglia.
Ringraziamenti
1.A fine vacanza, ringrazio il benzinaio stronzo e baffuto dell’unico distributore nel raggio di 25 kilometri che alla richiesta di un litro di benzina per soccorrere il quad di mio figlio rimasto a secco ha risposto acido “voi turisti ve ne andate a mare e pretendete che io faccia gli straordinari, è la una e dieci e la pasta mi aspetta a casa, tornate alle quindici.”
Minchia, di lotta di classe si tratta allora, io borghese villeggiante contro di te, proletario pompista. Comunque, fanculo.
2.Grazie al piromane che nel giro di due giorni e due notti, riprovandoci quattro volte, ha incenerito i terreni incolti accanto al mio. Grazie perché senza il suo intervento non avrei potuto assistere al lancio ravvicinato di acqua da parte di Canadair a bassissima quota e di elicotteri della Guardia Forestale condotti da cow-boys drogati. Grazie perché se lui non avesse deciso che era ora di distruggere cento ettari di uliveti e macchia mediterranea non avrei potuto assistere allo spiegamento di armate brancaleone spegnifuoco e paludati funzionari regionali, e ufficiali delle varie armi, nel giardino scottato della mia casa, discutere e dissertare su come meglio muovere le pedine sullo scacchiere.
Grazie perché la coppia di abeti bianchi , “i fratellini” li chiamavo io, ora ha l’aspetto di una lisca di pesce gigante piantata nel terreno. Anche al signor piromane un doppio fanculo. E una promessa: un posto in prima fila, legato per i piedi all’albero che brucerà per ultimo nella sua prossima impresa. Fanculo anche allo scirocco.