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giovedì 2 gennaio 2014

notte di capodanno

Zanna rotta era nervoso, aveva sentito lamenti, e ora insieme al branco stavano cercando nel bosco. Nel cielo, lampi di luce e boati, ma non preannunziavano pioggia o neve. Sono gli umani che si divertono, gli aveva detto una volta sua madre, la grigia,molto tempo prima. Che modo di divertirsi, aveva pensato zanna rotta, a fare tutto questo rumore si spaventano tutti gli animali, e si rischia il fuoco nel bosco. Zampe storte, il cane che gli umani avevano lasciato l'estate prima nel bosco aveva le orecchie tese e correva tutto storto, voleva arrivare prima di zanna rotta e del suo branco di lupi, aveva un presentimento. Poi li videro, i cuccioli d'uomo, nascosti sotto una roccia, nel muschio. Piangevano e si tenevano stretti. Orecchio mozzo si leccò i baffi, e un filo di bava pendeva dalla mascella. Il branco di cani e lupi si fermò a guardare, mentre nel cielo i fuochi non terminavano. Il primo a parlare fu orecchio mozzo, ce li mangiamo questi cuccioli disse ansimando. Zampe storte si irrigidì, lui non avrebbe mai potuto mangiare un cucciolo d'uomo, un bambino come quelli che giocavano con lui quando era pure lui un cucciolo. Nel bosco, non molto lontano, una donna aspettava che venisse la morte a prendersela, o che qualcuno la ritrovasse. Si era ormai dimenticata dei bambini e del motivo per cui li aveva abbandonati, c'era freddo, molto freddo, solo a questo pensava. Zanna rotta scoprì i denti, nessuno toccherà i cuccioli d'uomo, o dovrà vedersela con me, che sono ancora il vostro capo. Gli altri animali indietreggiarono, mentre zampe storte si avvicinò ai bambini che si erano addormentati stretti l'uno all'altro e si accucciò al loro fianco, ossa contro ossa, cuore contro cuore, per ripararli dal freddo di quella notte strana. Allora coda corta, la sua compagna, prese in bocca un guantino, perso dai bambini, e lo portò al sentiero, che non era distante; passeranno gli uomini e lo vedranno, e verranno da questa parte a cercare i cuccioli d'uomo, disse poi a zanna rotta. Sentirono voci che chiamavano, poi fasci di luce tra gli alberi. Arrivarono degli uomini, molto vicino al branco dei lupi e dei cani. Andiamo via, disse zanna rotta, e gli animali strisciarono tra i cespugli, fermandosi sul crinale della collina, e videro uomini grandi che prendevano in braccio i cuccioli d'uomo. Il sole stava per sorgere, andiamo via, disse di nuovo zanna rotta.

giovedì 5 dicembre 2013

a te l'euro ti ha rovinato

Parcheggio con difficoltà, sono arrivato con qualche minuto di ritardo rispetto al solito e i posti comodi sono già occupati. Scendo dall'auto e apro il portellone per prendere la borsa con il cambio e le racchette: è un attimo, si materializza accanto a me un tipo, ha un cartone in testa a mò di paracqua allargato, ma non sta piovendo. Cerca il mio sguardo, lo aggancia, io intanto penso che non ho soldi in tasca e che se questo vuole rapinarmi resterà parecchio deluso. Invece quello si mette una faccia allegra e mi dce, mi urla quasi "a te, l'euro ti ha rovinato. lo sapevi?". Io ribatto prontamente "ma ha rovinato pure te!". Quello si fa una risata e andandosene dice "a me non mi rovina nessuno, io sono pazzo e ho la pensione, ciao". La lezione di tennis a cui sto andando ha un inizio carveriano, chissà come va a finire.

venerdì 1 novembre 2013

sul filo

quelle scarpe ce le avrà lasciate qualcuno che tentava di camminare sul filo, o forse no. Forse non gli servivano più e le ha lanciate in aria, e poi sono rimaste lì.

martedì 6 dicembre 2011

lo zio Englebert

Avevo perso il lavoro; il proprietario del negozio di armi che mi aveva assunto tre mesi prima era stato arrestato per una storia di tasse non pagate. Era venuta l’FBI, avevano messo sottosopra l’ufficio e poi se l’erano portato via in manette. Poi un ciccione sudato aveva messo i sigilli alla porta e mi aveva detto “arrangiati”. Io ero rimasto per un po’ appoggiato al palo della luce sul marciapiedi, poi ero tornato a casa .
Radunai le mie cose nel soggiorno, poi le sistemai in due scatoloni, scrissi un biglietto al padrone di casa che lasciai sul tavolo di formica della cucina, misi le chiavi nel portavaso della pianta finta davanti l’uscio e me ne andai. In strada telefonai a mia madre, che non sembrò sorpresa del fatto che fossi rimasto senza lavoro: mi disse che se volevo, lo zio Englebert aveva bisogno di assistenza medica, e che avrei potuto andare a stare da lui per qualche tempo, in cambio appunto di qualche lavoretto per lo zio. “Ma è in Florida” obiettai flebilmente, mentre due negri guardavano con cupidigia gli scatoloni che erano rimasti fuori dalla cabina telefonica. “Che vendi” mi chiese il negro più anziano “pentole, libri, una radiolina a transistor e qualche altra stronzata”. Vollero vedere gli oggetti ad uno ad uno, passandoseli tra loro e rigirandoseli tra le mani, poi il negro più giovane disse “quanto vuoi”, “trenta dollari” risposi senza convinzione “datemi trenta dollari e vi lascio tutto, anche gli scatoloni”. Mi misero in mano le banconote stropicciate e sudaticce, comunque presi i trenta dollari, senza tante storie e andai a piedi alla fermata del Greyhound.
Comprai il biglietto per Cape Canaveral e mi sedetti sulla panca di legno ad aspettare che passasse l’autobus. Ad un certo punto mi venne fame a furia di guardare un poster con una donna che cucinava, dentro la stazione dei bus c’era uno Starbucks deserto, l’impiegata al banco sembrava una faina annoiata, comprai una ciambella ed un caffè e ritornai ad aspettare.
Lo zio Englebert era stato avvertito da mia madre, e si fece trovare a letto: lo conoscevo poco, e di lui ricordavo un certo lugubre umorismo, che alle cene di Natale, quando ancora vivevamo tutti a Filadelfia, contrastava con l’allegria standard dei miei genitori, e di noi figli, che non vedevamo l’ora di piantare i denti nella carne del monumentale tacchino che troneggiava al centro del tavolo. Quello invece pregava a lungo, anche per l’anima del tacchino morto, salvo poi mangiarsi anche la pelle e le cartilagini che noi bambini lasciavamo nei piatti.
Le cure mediche di cui necessitava lo zio Englebert consistevano nel passargli i pacchetti di fazzoletti di carta con cui si soffiava il naso ogni cinque minuti, nel prendere le compresse delle confezioni, riempire bicchieri d’acqua e passargliele. Il farmacista aveva regalato allo zio una specie di rastrelliera in cui alloggiare le pillole della giornata: al mattino, quando le sistemavo, sembrava uno di quegli spartiti per scolari con le note colorate, tramite i quali si imparava a suonare Jingle Bells sul pianoforte giocattolo, che aveva appunto dei dischetti di colore diverso sui tasti. Era talmente facile che dopo dieci minuti di suonare veniva voglia di cambiare gioco, ma l’insegnante di musica aveva alcuni brutti vizi, tra i quali quello di sibilarti in faccia che ancora l’ora non era passata, e la sua alitosi era meglio evitarla.
Una mattina, mentre in bagno mi stavo radendo davanti allo specchio, sentii il passo pesante dello zio che si trascinava lungo il corridoio; pensai che dovesse fare la seconda pisciata della mattina, ma quando con la coda dell’occhio lo vidi affacciarsi alla porta mi accorsi che aveva preso la mia pistola, quella che mi aveva prestato il proprietario del negozio d’armi prima che l’arrestassero.
“Se viene qualche faccia di merda, piantategliela in bocca, vedrai che cambia aria” aveva detto lui. Lo zio biascicò qualcosa di cui riuscii a percepire solo “pillole…veleno…bastardo…crepa”, poi sparò.
Ebbi il riflesso di appiattirmi contro il lavandino, sentii un forte calore sul braccio sinistro e il tonfo secco della pallottola che si conficcava nel muro, lo zio cadde a terra nel corridoio per il rinculo del colpo.
Era grasso, con i muscoli inflacciditi dalla lunga permanenza a letto, non ci pensai su due volte, raccolsi la pistola che gli era scivolata dalle mani e gli sparai due volte, nel petto, senza neanche guardarlo in faccia. La puzza della balistite mi fece sentire bene, tamponai la ferita di striscio al braccio con una tovaglietta e in quel momento dal corpo dello zio uscì un rumore come di pneumatico che si sgonfia “maiale, ti scorreggi pure da morto”. Poi tolsi il sangue dal pavimento di linoleum verde acido con l’asciugamano, e trascinai il corpo in cucina, pesava più da morto che da vivo pensai anche. Le altre villette della zona erano abbastanza distanti e mi sentivo abbastanza sicuro che nessun altro avesse sentito gli spari: non riuscivo a decidermi se chiamare la polizia o fare finta di niente.
Uscii in giardino, buttai l’asciugamani sporco di sangue nel bidone della spazzatura, una mandria di nuvole basse all’orizzonte prometteva pioggia, rientrai convinto che mi conveniva tagliare la corda.
Andai al lavello in cucina, mi sciacquai le mani, poi sentii un rumore alle mie spalle: impugnai di nuovo la pistola e mi voltai di scatto, tenendo il dito sul grilletto. Un alligatore enorme, grosso quanto la Dodge dello zio, fissava il cadavere steso a terra in cucina dall’uscio sulla veranda, che era rimasto aperto. Non feci nulla, puntai tra gli occhi del rettile che aveva deciso di fare una scampagnata dalla palude alla villetta dello zio, quello si mosse sulle zampe, poi addentò avidamente il morto e se ne andò, trascinandolo per il vialetto.
Misi la caffettiera sul fornello, e la pistola sul tavolo, ma non si videro altri alligatori.

martedì 1 novembre 2011

lo zio englebert (ovvero come ho trovato un racconto completo dentro un sogno)


Mi sono svegliato, sapendo già che mi sarei messo  a scrivere questo racconto. Nelle fasi rem mi si era srotolato dentro la testa, mentre facevo colazione (e infatti ci sono ancora tracce di marmellata sulla tastiera del pc) l'ho scritto, così come lo avevo sognato. Sapevo anche che se avessi rimandato al pomeriggio, probabilmente lo avrei dimenticato. Eccolo:

 





Avevo perso il lavoro, il proprietario del negozio di armi che mi aveva assunto tre mesi prima era stato arrestato per una storia di tasse non pagate: era venuta l’Fbi, avevano messo sottosopra l’ufficio e poi se l’erano portato via in manette. Poi un ciccione aveva messo i sigilli alla porta e mi aveva detto “arrangiati”. Io ero rimasto per un po’ appoggiato al palo della luce sul marciapiedi, poi ero tornato a casa. Sistemate le mie cose in due scatoloni, scrissi un biglietto al padrone di casa che lasciai sul tavolo di formica  della cucina, misi le chiavi nel portavaso della pianta finta davanti l’uscio e me ne andai. In strada telefonai a mia madre, che non sembrò sorpresa  del fatto che fossi rimasto senza lavoro: mi disse che se volevo, lo zio Englebert aveva bisogno di assistenza medica, e che avrei potuto andare da lui per qualche tempo. “ma è in Florida” obiettai mentre due negri guardavano con cupidigia gli scatoloni fuori dalla cabina telefonica "arrangiati, sei adulto" rispose mia madre. “Che vendi” mi chiese il negro più anziano, “pentole, libri, una radiolina a transistor e qualche altra stronzata”. Vollero vedere gli oggetti uno ad uno, rigirandoseli tra le mani e poi gli dissi “datemi trenta dollari e vi lascio tutto, pure le scatole”. Presi i trenta dollari e andai a piedi alla fermata del greyhound, comprai il biglietto per Cape Canaveral e mi sedetti sulla panca di legno ad aspettare che passasse l’autobus. A un certo punto mi venne fame, dentro la stazione dei bus c’era uno Starbucks, l’impiegata al banco sembrava una faina annoiata, comprai una ciambella e un caffè, e ritornai ad aspettare.

 



 

 


Lo zio Englebert era stato avvertito da mia madre, e si fece trovare a letto: lo conoscevo poco, e di lui ricordavo un certo lugubre umorismo, che alle cene di Natale, quando ancora vivevamo tutti a Filadelfia, contrastava con l’allegria standard dei miei genitori, e di noi figli, che non vedevamo l’ora di piantare i denti nel monumentale tacchino che troneggiava al centro del tavolo. Quello invece pregava anche per l’anima del tacchino morto, salvo poi mangiarsene la pelle e le cartilagini che rimanevano nei piatti.

Le cure mediche di cui necessitava consistevano nel passargli i pacchetti di fazzoletti di carta con cui si soffiava il naso ogni cinque minuti, nel prendere delle compresse dalle confezioni, riempire un bicchiere d’acqua e passargliele. Il farmacista aveva dato allo zio una specie di rastrelliera in cui alloggiare le pillole della giornata: al mattino, quando le sistemavo, sembravano uno di quegli spartiti per bambini con le note colorate, tramite i quali si imparava a suonare Jingle Bells sul pianoforte giocattolo, che aveva appunto dei dischetti di colore diverso sui tasti. Era talmente facile che dopo dieci minuti di suonare il piano veniva voglia di cambiare gioco.

 

Una mattina, mentre in bagno mi stavo radendo davanti allo specchio, sentii lo zio che si trascinava lungo il corridoio, pensai che dovesse fare la seconda pisciata della mattina, ma quando con la coda dell’occhio lo vidi affacciarsi alla porta mi accorsi che aveva preso la mia pistola, quella che mi aveva prestato il proprietario del negozio di armi prima che l’arrestassero “se viene qualche faccia di merda, piantagliela in bocca, vedrai che cambia aria” aveva detto lui. Lo zio biascicò qualcosa di cui percepii solo “pillole…veleno…bastardo”, poi sparò. Ebbi il riflesso di appiattirmi contro il lavandino, sentii una specie di calore sul braccio sinistro, e lo zio cadde a terra nel corridoio per il rinculo del colpo: non ci pensai su due volte, raccolsi la pistola che gli era scivolata dalle mani e gli sparai due volte, nel petto, senza guardarlo in faccia. La puzza di balistite mi fece sentire bene, tamponai la ferita di striscio al braccio con un asciugamani, e in quel momento dal corpo dello zio uscì un rumore come di pneumatico che si sgonfia: “maiale, ti scorreggi pure da morto”. Poi tolsi il sangue dal pavimento con l’asciugamano, e trascinai il corpo in cucina: le villette vicine erano abbastanza distanti, e mi sentivo sicuro del fatto che nessuno avesse sentito gli spari, non riuscivo a decidermi se chiamare la polizia o fare finta di niente. Uscii in giardino, e buttai l’asciugamani sporco di sangue nel bidone della spazzatura, una mandria di nuvole basse all’orizzonte prometteva pioggia.

Andai al lavello in cucina, mi lavai le mani, poi sentii qualcosa alle mie spalle: impugnai di nuovo la pistola e mi voltai di scatto. Un alligatore enorme, grosso quanto la Dodge dello zio, fissava il cadavere steso a terra dall’uscio sulla veranda. Non feci nulla, puntai tra gli occhi del rettile che aveva deciso di fare una scampagnata dalla palude alla villetta dello zio, quello si mosse sulle zampe, poi addentò avidamente il morto, e se ne andò, trascinandolo per il vialetto.

Misi la caffettiera sul fornello, e la pistola sul tavolo, ma non si videro altri alligatori.  


venerdì 21 ottobre 2011

kill gheddafi

In diretta, l'orrore trasmesso da un telefonino al satellite più vicino e quindi rovesciato senza preavviso sui telegiornali della sera, mentre le famiglie stanno cenando con i bambini. Kill Gheddafi, Kill!!!

E ora, il coro sguaiato di chi esulta perche'un vecchio leone spelacchiato, a cui era rimasto solo il rauco ruggito, e' stato giustiziato. Gioisce chi ormai e'certo che l'ex-amico, ex-alleato, ex-socio ormai e'muto per sempre. Parecchie cosiddette democrazie occidentali avrebbero vacillato se il tiranno di Tripoli avesse parlato ad un processo. In casi del genere, sono i cosiddetti consiglieri strategici, sempre presenti, che aiutano l'esaltato di turno a premere il grilletto. 

domenica 16 ottobre 2011

Carnage, ovvero il difficile mestiere di fare il lavoro degli altri




se uno vuole fare il mestiere di un altro, è giusto che ci pensi bene...ho visto ierisera "carnage", il nuovo film di Roman Polanski. I presupposti per una storia divertente e scomodamente attuale c'erano tutti: due famiglie, di diverso reddito e posizione sociale, si incontrano in un appartamento (dei meno ricchi) per dirimere la scomoda faccenda di una lite tra i figli, undicenni ma già abbastanza agitati, lite nella quale il ragazzino della coppia più sfigata subisce la perdita di due denti e tumefazioni sparse in faccia. Il film si svolge tutto dentro l'appartamento, e onestamente dopo la prima mezzora lo spettatore si immagina già come andrà a finire. La storia è sicuramente più adatta ad una trasposizione teatrale, ma al cinema annoia, e a questo punto spiego la faccenda del mestiere degli altri: Polanski, probabilmente tediato dalla lunga detenzione in Svizzera, voleva divertirsi e divertire con una pellicola divertente, che satireggiasse sul costume contemporaneo (iperprotettività delle famiglie, tensioni di coppia, lavori che invadono il privato etc.) ma non ha il mestiere di Woody Allen, a cui chiaramente voleva rubarlo. Poteva benissimo durare venti minuti, invece dell'ora e mezza abbondante che ruba allo spettatore, e sarebbe stato sicuramente più divertente. Jodie Foster è sprecata, ingessata nella parte di una madre frustrata che vorrebbe agire più di quanto non faccia, e gli altri sono automi, spinti stancamente dal copione. Conclusione, risparmiatevi i soldini del biglietto, e se proprio non potete fare a meno dell'ultima opera del signor Polanski, la noleggerete a tempo debito. Voto: 5 e mezzo, voto di mia moglie, 3.


giovedì 29 settembre 2011

Mariastella, minatrice a sua insaputa

Ho un neutrino

Sotto al cuscino

Ed un fotone 

Nell'armadione

Con Dante e Petrarca

Ci vado in barca

Son diplomata

E lau-re-atta

Dell'istruzione ho il dicastero

So tutto per davvero

Son Mariastella

Geniale e bella

Tremate studenti

Attenti docenti

Più veloce della luce

Con aria truce

Vado in tivvu'

Non ridete più 

Prossimo passo

Percorrero'il tunnel

Ginevra Gran Sasso

Da me finanziato

E poi realizzato

Dal grande governo

Imbattibile e eterno

Del fare e del dire

Minchiate orbe a non finire

venerdì 22 luglio 2011

(ec)cessi d'autore

cari amici,

stiamo preparando un volume che si chiamerà come il titolo di questo post.

se in fondo a qualche cartella, cassetto, carpetta giace un racconto che si svolge dentro, intorno, vicino al cesso, mandatemelo. Ne pubblicheremo una quindicina, su un libro vero, di carta, non igienica comunque.

comunicazioni e informazioni in mp.

mercoledì 29 giugno 2011

siccome non avevo da fare

...ho iniziato a collaborare ad un blog serio, di quelli che hanno ben chiaro l'obiettivo da raggiungere (loro si, io non saprei)



http://hifimusica.blogspot.com/ 



in questa rivista online io mi occupo di recensioni di musica indie pop e indie rock e in genere di musica ignorante contemporanea.



leggetivillo.

giovedì 23 giugno 2011

kill your writer

Ci avete pensato, chiudendo quel libro-mattone che avete finito di leggere solo grazie a generose cucchiaiate di maalox. Ci avete pensato e avete sibilato "se l'avessi qui l'ammazzerei". Avete la possibilità di farlo, di accoppare lo scrittore che vi ha causato emicrania, acidità di stomaco, prurito, meteorismo, foruncoli.

Kill your writer è un concorso letterario in cui vi si chiede di scrivere come accoppereste lo scrittore insopportabile. 

I dettagli qui: http://scimmiettedimareproject.wordpress.com/



f
orza, che inizino le stragi purificatrici.

martedì 17 maggio 2011

quelli che


Quelli che ci mettono la faccia, non rendendosi conto che e' diventata culo.

Quelle che tanto c'e' il secondo turno, e si vince facile.

Quelli che pensavano che napoletani e milanesi fossero stupidi.

Quelli che invitavamo tutti e tutte al bungabunga.


Quelli che non sanno che la munnizza e' un boomerang di ottima memoria.

Quelli che hanno comprato la macchina del fango, credendo al venditore, oh yea
h!


sabato 30 aprile 2011

da un recente passato




Ci pensavo da parecchio tempo. Al passato, a quei mesi trascorsi in desolate caserme del nord, gonfie di spettri e di inutilità. Mi ero spesso chiesto che fine avessero fatto i compagni di quei tempi, dove fossero finiti quelli che avevano condiviso con me le brande, le camerate, l’obbedienza, il rancio, le paure, le notti insonni. Venticinque anni prima.



Nel frattempo mi ero realizzato nella professione, ero diventato uno scrittore famoso, avevo anche trovato il tempo di mettere su una famiglia, allevare dei figli, sfasciare la famiglia e allontanare i figli da me. Ero fuori giri, dedito a praticare sport assurdi e compagnie inopportune, abusare di quasi tutte le sostanze conosciute, disintossicarmi, farmi travolgere dalle religioni più strane, credere in tutto e in niente, farmi massacrare dai critici letterari, buttare alle ortiche la reputazione. Poi, un sussulto di ragionevolezza mi aiutò a riacquistare dignità e la protezione di un distratto angelo custode e di un agente letterario che ancora credeva in me. “Fallen Angels” era stato un best-seller, ne avevo ceduto i diritti cinematografici, ed in banca il direttore non mi guardava più storto, con la sua faccia da cane pechinese troppo cresciuto.



Ero tornato a vivere da solo, guardato con sospetto dagli amici e dai colleghi, odiato dalla mia ex moglie, ignorato dai miei figli, ai quali erogavo cospicui assegni per placare il rimorso della coscienza, ammesso che ne avessi una, come soleva dire la mia ex-moglie. Forse aveva ragione. Forse no.



Comunque, forse i farmaci, forse le costose terapie analitiche avevano dissepolto dai circuiti della mia memoria quei mesi di servizio militare, a cui pensavo assiduamente, in maniera insistente. Forse il tempo aveva trasformato in mitici quei giorni, che allora mi erano sembrati di grande fatica, non certo da mitizzare.



Poi, una sera, smanettando sul social network in voga in quel periodo, trovai delle facce collegabili a quelle che conservavo nella memoria. Facce e nomi che collimavano. Di alcuni non c’era traccia, altri sembravano troppo vecchi, altri ancora troppo giovani.



Così, cominciai a inviare e-mail, senza particolari speranze. Forse avrei ritrovato qualcuno, magari qualcun altro avrebbe letto il messaggio con fastidio e lo avrebbe cestinato. Avevo previsto come naturali anche un certo numero di risposte acide, o ironiche, del tipo “Antonio, ma che cerchi ancora dopo tanti anni?”



In pochi giorni rintracciai una ventina di ex-ragazzi, ci scambiammo i numeri telefonici, le email, notizie sulla carriera e sulla famiglia, c’era chi era diventato ricco e famoso, e chi ancora volava basso. Tra i compagni ritrovati c’era anche Francesco; avevamo vissuto nella stessa camerata, me lo ricordavo bene, sempre sul chi vive, nervoso come un animale selvatico, con una giacca indosso anche in estate. Un lupo solitario dicevano alcuni, uno che porta sicuramente sfiga dicevano altri. Francesco era un tipo taciturno che indossava occhiali dalle lenti fotocromatiche, che impedivano di leggere dentro i suoi occhi, ferocemente inappuntabile nelle sue operazioni da allievo ufficiale, che viveva in stretta simbiosi con il coinquilino del letto a castello, uno scuro, di poche parole pure lui, che quando era costretto a parlare scopriva i denti lucidi e appuntiti.







“Verrò a Milano, per affari, spero di trovare qualche minuto per rivederci, ci raccontiamo qualcosa, e poi pianifichiamo un raduno di tutti gli ex” avevo scritto a Francesco, e lui mi aveva fatto capire che non gli sarebbe dispiaciuto; ci scambiammo i numeri di telefono, fissammo un appuntamento.



La vibrazione del cellulare richiamò la mia attenzione, sul display lampeggiava un numero sconosciuto, risposi, era lui che mi diceva di essere nei paraggi e che di lì a poco sarebbe arrivato all’hotel.



“Che facciamo, ci prendiamo un caffè?”, Francesco mi rispose che era in auto, e che mi avrebbe portato a fare un giro.



Un giro, in compagnia di uno che non vedevo da venticinque anni. Risposi “Breve, questo giro, non sono solo qui a Milano, come sai stasera ho una riunione di lavoro, una cosa seccante, alla quale devo assolutamente arrivare puntuale”.



Mi rassicurò, un giretto, giusto il tempo di spicciare una commissione e poi ovviamente mi avrebbe riaccompagnato in albergo, niente di cui preoccuparmi, non avrei fatto tardi alla mia riunione. Nei minuti che passarono dalla fine della telefonata mi chiesi se avrei riconosciuto Francesco, le cui foto sul social network erano piccole e sfocate, se mi sarei sentito a disagio, se ne avrei gradito la compagnia, se, se, se.



All’orario dell’appuntamento passeggiavo nella hall, osservando gli oggetti contenuti nelle vetrine, tutte cose inutili che costavano il triplo di quanto si sarebbero potute pagare nel negozio sotto casa. Oggetti dalla squallida inutilità, adatti a placare le crisi di coscienza di mariti fedifraghi o padri distratti. Il cellulare vibrò nuovamente. Era lui “vieni fuori, qui non posso fermarmi perché ci sono i vigili, mi riconoscerai subito, ho una Skoda verde pisello”.



“Verde pisello, va bene esco subito” dissi. Certo, ricordavo le stranezze di Francesco, certi atteggiamenti non del tutto lineari, e in fondo una Skoda verde pisello poteva essere coerente al personaggio. A quello che avevo conosciuto, ma l’avevo conosciuto veramente, oppure il tempo trascorso mi nascondeva qualcosa?



Uscii dall’hotel, attraversai la strada stando attento a non farmi arrotare dagli Schumacher del quartiere, poi passai dal giardinetto pubblico, facendo slalom tra un plotone di bottiglie di birra vuote e rotte, residuo di un rutto party o di uno scontro tra bande di qualche sera prima, infine raggiunsi la Skoda ferma accanto alla fermata del tram.



Francesco scese dall’auto facendo ampi segnali con le braccia; certo, era diverso da come me lo ricordavo, ma come me lo ricordavo?







“Eh, quanto tempo!” esclamammo praticamente all’unisono stringendoci in un abbraccio, reso ingombrante dalle nuove forme dei nostri corpi di cinquantenni in sovrappeso stipati dentro capaci giubbottoni imbottiti di piume.



Per superare l’attimo di imbarazzo seguito alle rumorose effusioni di prima dissi “Dai andiamo, dove mi porti?”



Ci accomodammo nell’abitacolo della Skoda, impregnata dal puzzo di fumo vecchio, Francesco sfilò un pacco da sotto il mio sedile e lo spostò dietro, poi infilò le chiavi nel cruscotto e accese il motore.



“Allora, per restare in tema con la nostra esperienza di allievi ufficiali ti porto al poligono di tiro, è qui vicino, devo incontrare una persona , poi possiamo prendere un caffè e sparare”, disse Francesco ingranando la prima.



La macchina partì con un goffo sussulto “la frizione, devo farla regolare” disse Francesco, e poi “Ah, nel pacco che ho spostato da sotto il tuo sedile, ho due pistole” aggiunse sogghignando. Restai zitto, e volsi lo sguardo verso di lui, che continuava a fissare la strada “Cosa credi, che solo a Palermo si giri armati? Anche a Milano… e senza porto d’armi!”



Un brivido freddo percorse la mia schiena ”due pistole sicuramente cariche e senza porto d’armi… magari con la matricola abrasa”.



“Ma in che cazzo di storia mi sto infilando, e se ci fermano i carabinieri che facciamo: mostriamo i documenti di ufficiali in congedo?” mi chiesi. Intanto Francesco guidava e parlava, nel traffico di una Milano avvilita dalla pioggia e dai cantieri della vorace speculazione edilizia per l’esposizione universale. Scheletri di cemento enormi, gru e strade semi dissestate, uomini come formiche al lavoro, fantasmi anonimi che passavano sui marciapiedi. Parlava del fatto che era costretto a vivere con una che lo odiava, che l’avrebbe lasciata volentieri ma la stronza era proprietaria di una casa col riscaldamento e comunque gli cucinava.



Pochi minuti dopo, arrivammo nel parcheggio del poligono. Francesco mi disse di aspettarlo in macchina, intanto che andava a rinnovare la tessera. “Passami il pacco” mi disse con uno sguardo cattivo e io, meccanicamente, quasi con sollievo, glielo diedi. Poi, Francesco scese dalla Skoda e si diresse verso la reception. Attraverso il parabrezza, punteggiato da gocce di pioggia, lo vidi avvicinarsi a un uomo, che nel frattempo era sceso da un’altra auto parcheggiata: iniziarono a discutere animatamente, poi il cielo si fece più scuro. “Sta per iniziare a grandinare”, mi dissi ad alta voce. Scesi anch’io dalla macchina, con l’ombrello in mano, dirigendomi verso i due che ormai avevano iniziato a gridare e sembravano pronti a litigare. O peggio. La discussione era confusa, non capivo bene cosa si stessero dicendo, sicuramente non discutevano di problemi condominiali. L'altro mi guardò, un lampo, riconobbi lo sguardo cattivo.



Uno degli ufficiali di carriera, che avevano reso difficile la nostra esistenza, una vera carogna. Uno cattivo, anzi cattivissimo, che era scomparso in circostanze misteriose. La sua jeep era stata centrata da un proiettile sparato da un obice mentre era in giro d'ispezione al campo di tiro in Sardegna.



Il corpo non era mai stato ritrovato, si era parlato di strani fenomeni che avvenivano lì, a Perdas de Fogu, di luci scintillanti tra le rocce, di notte, e di entità che sabotavano gli strumenti di puntamento, ma non si era mai scoperto niente, solo voci.



Era arrivato a pochi passi di distanza, quando i due si tolsero le giacche a vento, e spiegarono alla pioggia grandi ali nere, di piume gonfie, luccicanti e frementi. La pioggia sembrò fermarsi, improvvisamente si spensero anche i rumori di fondo, un break nel tempo, pensai. E ritornai col pensiero a quel giorno, quel giorno in cui era partita quella maledetta cannonata. E l'ufficiale responsabile del pezzo era proprio Francesco, e l'addetto al comando tiri ero io. E il tenente Porrus era sparito, sublimato insieme ai pneumatici della sua jeep.



Poi Francesco estrasse rapidamente dal sacchetto le due pistole, ed io cominciai a leggere la scena in slow motion. Fermo immagine, pallottole calibro 7,65 uscirono roventi dalle canne dei revolver. Fast forward, le ogive di piombo raggiunsero l’altro al torace, dal quale inizia a uscire sangue, nero come le sue ali. L’altro indietreggiò, portandosi le mani al petto, cercando forse di fermare l’emorragia. Poi gridò, un urlo lancinante, e in quel momento Francesco si avvicinò, l’altro era in ginocchio, e gli sparò un colpo a bruciapelo in testa. Mi parve di sentire il rumore di un pallone che si sgonfia. La mia bocca si aprì ma non ne uscirono parole, solo una nuvola di condensa, che rimase per qualche istante ferma a mezz’aria. Le loro ali sbatterono, senza rumore, ripiegandosi quelle di Francesco, restando aperte, in una tensione innaturale, impossibile quelle dell’altro. Per qualche istante, tutto si fece scuro, scariche elettriche attraversarono orizzontalmente il cielo gravido di nubi e orrore, restai a guardare ancora la scena, non potevo distogliere lo sguardo, sentivo che avrei dovuto fare qualcosa ma ero come paralizzato.



Poi Francesco si girò, ridendo forte, e sempre con le pistole in mano si avvicinò a me. “Ora mi ammazza” pensai, “a causa di quella vecchia storia, il passato ritorna sempre”. Non riuscivo a muovermi, osservavo con orrore il corpo dell’altro che a terra si stava disseccando, mummificando, poi diventò polvere e rapidamente si dissipò, scomparve, non ne restò nulla. Lo stato di congelamento della realtà sembrò rompersi, la cappa di nuvole si allargò, sentii il sangue che scorreva urgente nei miei vasi cerebrali, i rumori ambientali riempirono nuovamente le mie orecchie.



Guardai Francesco negli occhi, lui prese le pistole dal lato della canna e me le porse “conservale, e ricordati di me”, mi disse, con una voce strana, irriconoscibile. Afferrai le pistole impugnandole, il calcio era gelido e sgradevole, e mentre stavo alzando lo sguardo nuovamente su di lui per chiedergli cosa farne, dove metterle, Francesco sparì, ancora qualche piuma nera volteggiò nell’aria e poi appesantita dalla pioggia cadde sull’asfalto umido del parcheggio. Ebbi il tempo di vedere le piume planare a terra e svanire, come assorbite dalla terra stessa, mentre sirene urlavano sinistramente nel tramonto inquinato e sanguinoso della città.



Tolsi il mio giaccone, lo buttai via lontano, si liberarono grandi ali bianche, sbatterono alcune volte, presero forza, mi alzai e presi quota mentre le pantere della polizia entravano nel parcheggio del poligono di tiro. Ero già alto, tra le nuvole impregnate di gas velenosi sopra la città, guardai sotto, forse questa storia non era ancora finita. Forse.


venerdì 22 aprile 2011

la fine del mondo, domenica a mezzogiorno


Le folle oceaniche del ventesimo secolo erano ormai un ricordo. Spesso, si sedeva nella sua poltrona bianca, accendeva il televisore a  schermo virtuale gigante, e rivedeva con enorme nostalgia le piazze piene, riascoltava i cori, gli applausi, la vibrazione che si propagava dalla folla fino a raggiungere la finestra dalla quale si compiaceva, leggeva, declamava, salutava, benediva le folle. E le colombe bianche, che volavano via incerte e spaventate.

Quella domenica, la piazza era semideserta, solo gli uomini della sicurezza, alcuni curiosi capitati lì per caso, una pattuglia di turisti tedeschi, di cui due omaccioni vestiti alla moda tirolese, un paio con giubbotti di pelle già brilli, uno con una t-shirt sulla quale campeggiava il faccione equino di Michel Schumacher.

Il consigliere, accanto a lui dietro la finestra aperta, da dietro la tenda mormorava tenendosi il volto tra le mani “la fine del mondo, la fine del mondo…”

L’uomo con le ciabatte rosse serrò le mascelle ruminando qualcosa d’incomprensibile, poi chiuse la finestra, si calcò la papalina sul cranio lucido, si ritirò nel suo ufficio.

“Lasciatemi solo”, disse ai suoi collaboratori. Il Papa aprì il cassetto del secretaire, prese la chiave della cassaforte, e scese le scale fino alla Cappella Sistina. Spense le luci, aprì il forziere che conteneva il tabernacolo, scostò il calice con le ostie consacrate, premette un grosso pulsante rosso.

“La fine del mondo, e così sia”, mormorò il Papa.

Dalle stazioni spaziali orbitanti, si vide un fiore di fuoco sbocciare sulla terra, poi tutto fu spazzato via dall’onda d’urto.


 

sabato 5 marzo 2011

ma che bel sogno


Sto dormendo, e devo fare un sogno in cui faccio finta di. Scarto i sogni erotici, non ho più il phisique du role, scarto i sogni alimentari, sono a dieta, e scarto i sogni di volare, precipitare, lottare che tanto ne faccio di mio.

Facciamo finta che io sia un deputato del pdl. La mattina mi sveglio e penso a come migliorare l'Italia, le sue infrastrutture, valorizzare i giovani con lo studio e il lavoro, combattere il malcostume e lo sbracamento globale. Poi, mi ricordo che sono stato scelto dal premier per fare leggi adatte a salvargli il culo flaccido. Devo immediatamente svegliarmi, ma non ci riesco, o forse si, ma nel frattempo il deputato pdl del sogno urla come un ossesso" Fanculo all'Italia e agli italiani".


domenica 23 gennaio 2011

vado pazzo per le vacche - le proiezioni

Dunque: a Enna, presso il caffè letterario Al Kenisa, venerdì 11 febbraio alle 19

                 a Palermo, presso il b&b "al giardino dell'alloro" (in vicolo san carlo 8) sabato 12 e domenica 13 dalle 18              alle 20.

                 a Palermo, presso la libreria "modusvivendi" di via quintino sella, domenica 13 febbraio alle 11.30.



accorrete, accorrete.



vado01 

lunedì 3 gennaio 2011

vado pazzo per le vacche

Eccolo, il trailer del corto che Tommaso Magnano ha realizzato sulla base del mio racconto "vado pazzo per le vacche" (contenuto nella raccolta Fulminati). 



http://www.youtube.com/watch?v=JcUG577rP3Q&feature=player_embedded

sabato 4 dicembre 2010

basso volume


Girò per i viali tristi di Pineta Marittima per più di mezz’ora, poi finalmente trovò la stradina, dove c’era la villetta di Giulio.

La sera prima aveva sentito Giulio, e l’amico gli aveva chiesto se, giacché tornava a Genova in macchina, avrebbe fatto una deviazione per lui. C’era da recuperare una valigetta, niente d’importante diceva Giulio, solo che la moglie lo stressava dicendogli che serviva a casa.


E ora aveva appena finito di esplorare la triste geografia invernale di un paesino di villette e stabilimenti balneari, privo di vita, come un cetaceo spiaggiato.

Parcheggiò l’auto sotto un platano, dal quale pendevano poche foglie di un marrone stecchito, spense l’autoradio, che aveva tenuto a basso volume tutto il tempo del viaggio, piovigginava e non voleva andare più veloce di quanto necessario, del resto il blues lento di Eric Clapton non invitava certo a premere il pedale sull’acceleratore.

Frugò nel cassettino portaoggetti, trovò le chiavi che gli aveva dato Giulio, rimpianse il comodo e tiepido abitacolo dell’auto, prese l’ombrello e s’infilò tra le gocce di pioggia nell’umida mattinata di Pineta Marittima.

Il catenaccio che chiudeva il cancello fece un po’ di resistenza, prima di scattare, gli fecero male le dita, quasi si bloccarono, per il contatto con il metallo bagnato e freddo, pochi passi sul vialetto di brecciale biancastro, ricoperto di foglie accartocciate, e fu sulla soglia.

Si sentiva a disagio, estraneo, osservato, con una strana eccitazione; si voltò “mi sento osservato da quello stupido nano da giardino”, fece una risatina isterica e aprì la porta.

“L’interruttore generale lo trovi a destra della porta d’ingresso” aveva detto Giulio, “non ti scordare di staccarla, la luce, quando te ne vai, altrimenti ti addebito le bollette” aveva aggiunto sogghignando.

Si accese un lampadario al centro della stanza, una misera lampada da venticinque candele, poi si sentì anche il compressore del frigorifero che si avviava con una specie di brivido metallico, l’aria era quella greve di una casa chiusa da cinque mesi, alcuni pesciolini d’argento scapparono a rintanarsi dietro i mobili.

“Devi aprire l’armadio della stanza da letto, la valigetta la trovi lì, appoggiata sul ripiano centrale”.

Ripassò mentalmente le indicazioni fornite da Giulio, aggirò il letto matrimoniale che era stato coperto da un foglio di cellophane, aprì l’armadio e vide la valigetta.

Vide anche un costume da bagno rosa, che sicuramente era di Nora, la moglie di Giulio, e se la immaginò per un istante, abbronzata, sfilarsi lo slip e mostrare la forma bianca del costume, in contrasto con il resto della pelle dorata.

Aveva spesso posato lo sguardo sui quarti posteriori di Nora, ma la libidine era mitigata dal fatto che si era imposto di non elaborare fantasie fornicatorie sulle mogli degli amici, almeno su quelle che l’avevano mai provocato; come invece era successo con quella stronza della donna di Sergio, il suo collega d’ufficio, che un giorno, in quella stessa villetta si era tolta la parte di sopra del bikini e gli aveva sfacciatamente chiesto se gli piacevano le sue tette nuove. Certo che gli piacevano, e le avrebbe anche volentieri toccate, e già sentiva movimenti sussultori dentro il boxer da bagno a fiori, quando Sergio dal giardino aveva gridato “ Elena, vieni fuori, che sono arrivate le pizze!”.

Scacciò con un gesto della mano il film fastidioso che scorreva davanti agli occhi della mente, allungò il braccio e prese la valigetta, una di quelle da fotografo in alluminio goffrato, massiccia ma leggera allo stesso tempo.

Ritornò all’ingresso, fece scattare l’interruttore generale sulla posizione di off, la pompa del gas del frigorifero emise un rantolo, l’oscurità si riappropriò della villetta, fino all’estate successiva.

 

Il nano da giardino lo guardava con il suo sorriso deforme, “ che cazzo ridi, che sei pure nano, e condannato a startene fuori con questo freddo che prima o poi ti spaccherà la vernice” pensò mentre si avviava verso la macchina.

Chiuse il cancello, il catenaccio scattò, aprì lo sportello lato passeggero posando la valigetta, girò attorno alla macchina, mise l’ombrello sul sedile posteriore, si sedette.

Allacciando la cintura lanciò uno sguardo alla valigetta metallica “Chissà che cosa c’è di così importante dentro” si disse “sarà sicuramente chiusa a chiave…”.

Riaccese l’autoradio, sentì il cd che ripartiva dentro il lettore, infilò la chiave nel blocchetto di accensione, mise in moto, spense subito dopo.

“Chissà che cosa può esserci di tanto importante qui dentro, da spingere Giulio a chiedermi di fare questa deviazione”, e sfiorò con la mano il coperchio di alluminio.

Sentì di nuovo la strana eccitazione di prima, “Ora la apro” disse ad alta voce.

Alzò istintivamente il volume dell’autoradio, mentre Tori Amos cantava elettrica “I’m not your senorita… I’m not from your tribe…”, provò le serrature, che scattarono immediatamente, “Cazzo, allora non siete chiuse a chiave…”.

Sollevò piano il coperchio, all’interno la gommapiuma color antracite era stata sagomata per contenere alcuni oggetti, che non riconobbe subito.

Un arsenale di falli di gomma in diversi colori e misure, un paio di manette, una pistola, alcuni altri piccoli affari, per i quali era per lui difficile decifrarne il possibile impiego.

Restò alcuni secondi con il fiato sospeso, poi allungò la mano.

“Ecco, come si diverte quel perbenista di Giulio con quella santarellina di Nora”.

Prese le manette, erano di vero metallo, fredde e minacciose. Le rimise subito nella valigetta.

Intanto aveva ricominciato a piovere.

Guardò la pistola, coricata sul fianco, sembrava finta, “sarà sicuramente una pistola giocattolo”, la estrasse dal vano, dove era incastonata, la sentì subito pesante e molto reale.

“Una pistola vera, gioca pesante il mio amico Giulio”, sfilò il caricatore da sotto il calcio, l’ogiva del primo proiettile occhieggiava cattiva, rimise il caricatore a posto.

L’eccitazione di prima aveva avuto un deciso incremento dopo l’esame del contenuto della valigetta.

Guardò l’orologio, “Ho ancora tempo, magari riesco anche a divertirmi con questa roba, a Genova arriverò lo stesso se proseguo sulla statale, invece di prendere subito l’autostrada”.

Chiuse il coperchio della valigetta, rimise in moto la macchina, guardò nello specchietto il ghigno gelido del nano nel giardino che si allontanava, accelerò e si diresse verso la statale.

Per un tratto la strada seguiva la costa, con il nastro grigio della spiaggia deserta, e le onde che si frangevano annoiate, un panorama di mare d’inverno, in assoluto contrasto con il suo stato d’animo attuale.

Arrivò all’incrocio, dove la provinciale s’immetteva nella statale, si fermò allo stop, lasciò transitare un furgone con un grande pennello dipinto sulla fiancata, ripartì sgommando.

“Tra qualche chilometro, vediamo chi incontro” pensò mentre guidava sulla statale semideserta, continuava a piovere piano, e le spazzole del tergicristallo battevano una cadenza lenta, accordata con il ritmo della musica che usciva, di nuovo a basso volume, dagli altoparlanti sugli sportelli.

A sinistra il mare lontano, a destra la campagna bagnata, i cartelloni pubblicitari sbiaditi, superò un distributore di benzina chiuso, proseguì costeggiando adesso la pineta.

Mise la freccia a destra, rallentò e si fermò in una piazzola di sosta. Attivò l’alzacristalli elettrico lato passeggero, una testa bionda s’introdusse nell’abitacolo, “ciao bello, scopare in macchina 30 euro, se andiamo al motel, ti faccio divertire e mi dai 60 euro più la camera”.

“Sali” disse lui scostando la valigetta sul sedile posteriore della Mondeo, “facciamo presto, niente motel”, la ragazza si accomodò sul sedile e abbozzò una specie di sorriso.

Puzza di fumo e di sperma, pensò lui rimettendo in moto.

“Di qua, gira di qua” disse la ragazza, “poi ti fermi vicino a quella baracca, è tranquillo”.

Seguì le indicazioni, spense il motore dell’auto, slacciò la cintura di sicurezza.

La ragazza si stava sfilando il collant e gli slip, poi allungò le mani verso di lui.

“aspetta”, disse, “aspetta, voglio che facciamo una cosa diversa”.

Lei lo guardò, con gli occhi pieni di sospetto, mentre lui rovistava con le mani dentro la valigetta, da cui estrasse un cazzo oversize di gomma trasparente.

“Voglio guardarti mentre giochi con questo, ti pago lo stesso, non voglio scopare adesso”.

La ragazza lo guardò schifata, non prese l’oggetto che lui le tendeva, la situazione si stava cristallizzando in una specie di natura morta con cazzo di gomma.

“Con quello ci fai giocare tua moglie, io non ci sto, dammi i soldi, ti faccio un pompino che te lo ricordi per un anno”.

Lei non ebbe il tempo di aggiungere altro, perché vide l’occhietto nero e crudele della pistola che la scrutava.

“Non fare tante storie, ti pago, fammi vedere come fai e poi ti lascio andare”, disse lui mentre in una mano teneva la pistola e nell’altra il cazzo di gomma.

Una goccia di sudore gli colò lentamente dalla fronte sulla guancia poi sul collo della camicia.

Lei tentò di scendere dalla macchina, con le mutande ancora abbassate, ma non fu sufficientemente veloce, non tanto da scansare i due colpi di pistola che la raggiunsero alla spalla, e tra le costole, non tanto da evitare di sentire lui che diceva “hai fatto male, carina, a dirmi di no, non dovevi dirmi di no”.

Lui scese dalla macchina, girò da dietro per andare ad aprire lo sportello lato passeggero, ancora rintronato dal botto dei colpi nel chiuso dell’abitacolo.

Scostò lo sportello, la ragazza cadde sulla sabbia con tutto il tronco, lui la tirò dal collant che era rimasto semiabbassato, divincolò le gambe dall’abitacolo, la trascinò per un paio di metri fino alla baracca, la striscia lasciata dal corpo sulla sabbia era venata da un segno rosso vivo.

Le orecchie gli fischiavano, la strana eccitazione stava sbollendo, risalì in macchina, rimise a posto la pistola e il cazzo di gomma, chiuse la valigetta, innestò la retromarcia, ritornò sulla statale.

Prese il telefono cellulare, quando Giulio rispose, mise la radio a basso volume.