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martedì 6 dicembre 2011

lo zio Englebert

Avevo perso il lavoro; il proprietario del negozio di armi che mi aveva assunto tre mesi prima era stato arrestato per una storia di tasse non pagate. Era venuta l’FBI, avevano messo sottosopra l’ufficio e poi se l’erano portato via in manette. Poi un ciccione sudato aveva messo i sigilli alla porta e mi aveva detto “arrangiati”. Io ero rimasto per un po’ appoggiato al palo della luce sul marciapiedi, poi ero tornato a casa .
Radunai le mie cose nel soggiorno, poi le sistemai in due scatoloni, scrissi un biglietto al padrone di casa che lasciai sul tavolo di formica della cucina, misi le chiavi nel portavaso della pianta finta davanti l’uscio e me ne andai. In strada telefonai a mia madre, che non sembrò sorpresa del fatto che fossi rimasto senza lavoro: mi disse che se volevo, lo zio Englebert aveva bisogno di assistenza medica, e che avrei potuto andare a stare da lui per qualche tempo, in cambio appunto di qualche lavoretto per lo zio. “Ma è in Florida” obiettai flebilmente, mentre due negri guardavano con cupidigia gli scatoloni che erano rimasti fuori dalla cabina telefonica. “Che vendi” mi chiese il negro più anziano “pentole, libri, una radiolina a transistor e qualche altra stronzata”. Vollero vedere gli oggetti ad uno ad uno, passandoseli tra loro e rigirandoseli tra le mani, poi il negro più giovane disse “quanto vuoi”, “trenta dollari” risposi senza convinzione “datemi trenta dollari e vi lascio tutto, anche gli scatoloni”. Mi misero in mano le banconote stropicciate e sudaticce, comunque presi i trenta dollari, senza tante storie e andai a piedi alla fermata del Greyhound.
Comprai il biglietto per Cape Canaveral e mi sedetti sulla panca di legno ad aspettare che passasse l’autobus. Ad un certo punto mi venne fame a furia di guardare un poster con una donna che cucinava, dentro la stazione dei bus c’era uno Starbucks deserto, l’impiegata al banco sembrava una faina annoiata, comprai una ciambella ed un caffè e ritornai ad aspettare.
Lo zio Englebert era stato avvertito da mia madre, e si fece trovare a letto: lo conoscevo poco, e di lui ricordavo un certo lugubre umorismo, che alle cene di Natale, quando ancora vivevamo tutti a Filadelfia, contrastava con l’allegria standard dei miei genitori, e di noi figli, che non vedevamo l’ora di piantare i denti nella carne del monumentale tacchino che troneggiava al centro del tavolo. Quello invece pregava a lungo, anche per l’anima del tacchino morto, salvo poi mangiarsi anche la pelle e le cartilagini che noi bambini lasciavamo nei piatti.
Le cure mediche di cui necessitava lo zio Englebert consistevano nel passargli i pacchetti di fazzoletti di carta con cui si soffiava il naso ogni cinque minuti, nel prendere le compresse delle confezioni, riempire bicchieri d’acqua e passargliele. Il farmacista aveva regalato allo zio una specie di rastrelliera in cui alloggiare le pillole della giornata: al mattino, quando le sistemavo, sembrava uno di quegli spartiti per scolari con le note colorate, tramite i quali si imparava a suonare Jingle Bells sul pianoforte giocattolo, che aveva appunto dei dischetti di colore diverso sui tasti. Era talmente facile che dopo dieci minuti di suonare veniva voglia di cambiare gioco, ma l’insegnante di musica aveva alcuni brutti vizi, tra i quali quello di sibilarti in faccia che ancora l’ora non era passata, e la sua alitosi era meglio evitarla.
Una mattina, mentre in bagno mi stavo radendo davanti allo specchio, sentii il passo pesante dello zio che si trascinava lungo il corridoio; pensai che dovesse fare la seconda pisciata della mattina, ma quando con la coda dell’occhio lo vidi affacciarsi alla porta mi accorsi che aveva preso la mia pistola, quella che mi aveva prestato il proprietario del negozio d’armi prima che l’arrestassero.
“Se viene qualche faccia di merda, piantategliela in bocca, vedrai che cambia aria” aveva detto lui. Lo zio biascicò qualcosa di cui riuscii a percepire solo “pillole…veleno…bastardo…crepa”, poi sparò.
Ebbi il riflesso di appiattirmi contro il lavandino, sentii un forte calore sul braccio sinistro e il tonfo secco della pallottola che si conficcava nel muro, lo zio cadde a terra nel corridoio per il rinculo del colpo.
Era grasso, con i muscoli inflacciditi dalla lunga permanenza a letto, non ci pensai su due volte, raccolsi la pistola che gli era scivolata dalle mani e gli sparai due volte, nel petto, senza neanche guardarlo in faccia. La puzza della balistite mi fece sentire bene, tamponai la ferita di striscio al braccio con una tovaglietta e in quel momento dal corpo dello zio uscì un rumore come di pneumatico che si sgonfia “maiale, ti scorreggi pure da morto”. Poi tolsi il sangue dal pavimento di linoleum verde acido con l’asciugamano, e trascinai il corpo in cucina, pesava più da morto che da vivo pensai anche. Le altre villette della zona erano abbastanza distanti e mi sentivo abbastanza sicuro che nessun altro avesse sentito gli spari: non riuscivo a decidermi se chiamare la polizia o fare finta di niente.
Uscii in giardino, buttai l’asciugamani sporco di sangue nel bidone della spazzatura, una mandria di nuvole basse all’orizzonte prometteva pioggia, rientrai convinto che mi conveniva tagliare la corda.
Andai al lavello in cucina, mi sciacquai le mani, poi sentii un rumore alle mie spalle: impugnai di nuovo la pistola e mi voltai di scatto, tenendo il dito sul grilletto. Un alligatore enorme, grosso quanto la Dodge dello zio, fissava il cadavere steso a terra in cucina dall’uscio sulla veranda, che era rimasto aperto. Non feci nulla, puntai tra gli occhi del rettile che aveva deciso di fare una scampagnata dalla palude alla villetta dello zio, quello si mosse sulle zampe, poi addentò avidamente il morto e se ne andò, trascinandolo per il vialetto.
Misi la caffettiera sul fornello, e la pistola sul tavolo, ma non si videro altri alligatori.

martedì 1 novembre 2011

lo zio englebert (ovvero come ho trovato un racconto completo dentro un sogno)


Mi sono svegliato, sapendo già che mi sarei messo  a scrivere questo racconto. Nelle fasi rem mi si era srotolato dentro la testa, mentre facevo colazione (e infatti ci sono ancora tracce di marmellata sulla tastiera del pc) l'ho scritto, così come lo avevo sognato. Sapevo anche che se avessi rimandato al pomeriggio, probabilmente lo avrei dimenticato. Eccolo:

 





Avevo perso il lavoro, il proprietario del negozio di armi che mi aveva assunto tre mesi prima era stato arrestato per una storia di tasse non pagate: era venuta l’Fbi, avevano messo sottosopra l’ufficio e poi se l’erano portato via in manette. Poi un ciccione aveva messo i sigilli alla porta e mi aveva detto “arrangiati”. Io ero rimasto per un po’ appoggiato al palo della luce sul marciapiedi, poi ero tornato a casa. Sistemate le mie cose in due scatoloni, scrissi un biglietto al padrone di casa che lasciai sul tavolo di formica  della cucina, misi le chiavi nel portavaso della pianta finta davanti l’uscio e me ne andai. In strada telefonai a mia madre, che non sembrò sorpresa  del fatto che fossi rimasto senza lavoro: mi disse che se volevo, lo zio Englebert aveva bisogno di assistenza medica, e che avrei potuto andare da lui per qualche tempo. “ma è in Florida” obiettai mentre due negri guardavano con cupidigia gli scatoloni fuori dalla cabina telefonica "arrangiati, sei adulto" rispose mia madre. “Che vendi” mi chiese il negro più anziano, “pentole, libri, una radiolina a transistor e qualche altra stronzata”. Vollero vedere gli oggetti uno ad uno, rigirandoseli tra le mani e poi gli dissi “datemi trenta dollari e vi lascio tutto, pure le scatole”. Presi i trenta dollari e andai a piedi alla fermata del greyhound, comprai il biglietto per Cape Canaveral e mi sedetti sulla panca di legno ad aspettare che passasse l’autobus. A un certo punto mi venne fame, dentro la stazione dei bus c’era uno Starbucks, l’impiegata al banco sembrava una faina annoiata, comprai una ciambella e un caffè, e ritornai ad aspettare.

 



 

 


Lo zio Englebert era stato avvertito da mia madre, e si fece trovare a letto: lo conoscevo poco, e di lui ricordavo un certo lugubre umorismo, che alle cene di Natale, quando ancora vivevamo tutti a Filadelfia, contrastava con l’allegria standard dei miei genitori, e di noi figli, che non vedevamo l’ora di piantare i denti nel monumentale tacchino che troneggiava al centro del tavolo. Quello invece pregava anche per l’anima del tacchino morto, salvo poi mangiarsene la pelle e le cartilagini che rimanevano nei piatti.

Le cure mediche di cui necessitava consistevano nel passargli i pacchetti di fazzoletti di carta con cui si soffiava il naso ogni cinque minuti, nel prendere delle compresse dalle confezioni, riempire un bicchiere d’acqua e passargliele. Il farmacista aveva dato allo zio una specie di rastrelliera in cui alloggiare le pillole della giornata: al mattino, quando le sistemavo, sembravano uno di quegli spartiti per bambini con le note colorate, tramite i quali si imparava a suonare Jingle Bells sul pianoforte giocattolo, che aveva appunto dei dischetti di colore diverso sui tasti. Era talmente facile che dopo dieci minuti di suonare il piano veniva voglia di cambiare gioco.

 

Una mattina, mentre in bagno mi stavo radendo davanti allo specchio, sentii lo zio che si trascinava lungo il corridoio, pensai che dovesse fare la seconda pisciata della mattina, ma quando con la coda dell’occhio lo vidi affacciarsi alla porta mi accorsi che aveva preso la mia pistola, quella che mi aveva prestato il proprietario del negozio di armi prima che l’arrestassero “se viene qualche faccia di merda, piantagliela in bocca, vedrai che cambia aria” aveva detto lui. Lo zio biascicò qualcosa di cui percepii solo “pillole…veleno…bastardo”, poi sparò. Ebbi il riflesso di appiattirmi contro il lavandino, sentii una specie di calore sul braccio sinistro, e lo zio cadde a terra nel corridoio per il rinculo del colpo: non ci pensai su due volte, raccolsi la pistola che gli era scivolata dalle mani e gli sparai due volte, nel petto, senza guardarlo in faccia. La puzza di balistite mi fece sentire bene, tamponai la ferita di striscio al braccio con un asciugamani, e in quel momento dal corpo dello zio uscì un rumore come di pneumatico che si sgonfia: “maiale, ti scorreggi pure da morto”. Poi tolsi il sangue dal pavimento con l’asciugamano, e trascinai il corpo in cucina: le villette vicine erano abbastanza distanti, e mi sentivo sicuro del fatto che nessuno avesse sentito gli spari, non riuscivo a decidermi se chiamare la polizia o fare finta di niente. Uscii in giardino, e buttai l’asciugamani sporco di sangue nel bidone della spazzatura, una mandria di nuvole basse all’orizzonte prometteva pioggia.

Andai al lavello in cucina, mi lavai le mani, poi sentii qualcosa alle mie spalle: impugnai di nuovo la pistola e mi voltai di scatto. Un alligatore enorme, grosso quanto la Dodge dello zio, fissava il cadavere steso a terra dall’uscio sulla veranda. Non feci nulla, puntai tra gli occhi del rettile che aveva deciso di fare una scampagnata dalla palude alla villetta dello zio, quello si mosse sulle zampe, poi addentò avidamente il morto, e se ne andò, trascinandolo per il vialetto.

Misi la caffettiera sul fornello, e la pistola sul tavolo, ma non si videro altri alligatori.  


sabato 5 marzo 2011

ma che bel sogno


Sto dormendo, e devo fare un sogno in cui faccio finta di. Scarto i sogni erotici, non ho più il phisique du role, scarto i sogni alimentari, sono a dieta, e scarto i sogni di volare, precipitare, lottare che tanto ne faccio di mio.

Facciamo finta che io sia un deputato del pdl. La mattina mi sveglio e penso a come migliorare l'Italia, le sue infrastrutture, valorizzare i giovani con lo studio e il lavoro, combattere il malcostume e lo sbracamento globale. Poi, mi ricordo che sono stato scelto dal premier per fare leggi adatte a salvargli il culo flaccido. Devo immediatamente svegliarmi, ma non ci riesco, o forse si, ma nel frattempo il deputato pdl del sogno urla come un ossesso" Fanculo all'Italia e agli italiani".


sabato 13 novembre 2010

il giorno che





(foto di medicineman)














Dovrà essere un pomeriggio. O meglio, spero che sia un pomeriggio. Il pomeriggio di un giorno d'autunno, quando il respiro dell'estate ancora riscalda le giornate, dalle mie parti. E regala ai pomeriggi bagni d'oro, e ai tramonti oro fuso, e tepore, non caldo, non freddo. Non voglio molte persone accanto, solo mi piacerebbe che chi ci sarà, l'avrà fatto per sua libera scelta, non per pietà, ma per compagnia.  Allora, spero di essere in grado di decidere, e capire, e che chi mi sarà vicino allora possa fare in modo che il mio desiderio sia trasformato in realtà. Non voglio che accada di notte, mentre sto dormendo; voglio avere gli occhi aperti, e capire cosa sta succedendo, o almeno spero che sia ancora in grado di capire cosa sta succedendo. Il giorno che morirò.




martedì 20 gennaio 2009

vado, anzi andiamo pazzi

Ora c'è un team:


autore, regista e sceneggiatore.


Si parte.


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La station wagon segue le curve della strada di collina. È


facile, basta seguire le indicazioni per la clinica, ha detto il


dottor Angelo F. quando l’ho chiamato l’altro ieri dal

giornale.

Il redattore capo mi aveva detto: Vacci tu, Antonio, che

hai dimestichezza con i medici. Secondo lui il fatto che io

abbia un fratello dottore mi qualifica a penetrare la psiche

di tutti i medici del mondo. Peraltro mio fratello svolge un

oscuro ruolo di funzionario al ministero, e non vede un

malato dai tempi dell’università.

Il giornale per cui lavoro, il Gazzettino della Zootecnia, mi

manda spesso a visitare allevamenti modello,

generalmente condotti da individui che, a furia di stare

vicini alle loro bestie, a un certo punto ne assumono le

fattezze. Sono curioso di conoscere questo famoso

chirurgo allevatore. Arrivo al cancello, sporgo un braccio

dal finestrino, premo il pulsante del videocitofono: Sono

Antonio M. il giornalista del Gazzettino della Zootecnia.

Subito i battenti si aprono, guidati silenziosamente da

braccia elettromeccaniche.

Il dottor Angelo F. è sul prato, seduto sotto un gazebo

bianco. Appena vede arrivare la macchina lungo il viale, si

alza e mi viene incontro.

Ci presentiamo. La sua stretta di mano è forte,

leggermente disumana. Lo guardo negli occhi e ci vedo

riflesso il prato. Vado subito al sodo: devo partire per il

weekend e vorrei andarmene presto, per scansare traffico.

Sparo subito la domanda: Dottore, mi dica di questa sua

passione.

Vado pazzo per le vacche, di tutte le razze, di tutti i colori,

che siano al pascolo o in una tiepida stalla, confortato

dalle luci basse e dal quel morbido materno odore di latte

e merda, amo le vacche, dice.

Ho acceso il piccolo registratore digitale, lui guarda

alternativamente il led lampeggiante, il prato e me.

Mi sono specializzato in America, faccio il chirurgo,

lavoro la notte, la mia segretaria lo sa, prende gli

appuntamenti per le visite e le operazioni solo dopo le 20,

fino a quell’ora non voglio essere disturbato, esistono solo

loro, le mie creature preferite, dice.

Ricordo che da piccolo chiedevo a mia madre da dove

venisse il latte, e lei mi rispondeva: ma sono le mucche

che ce lo portano, Angelo mio, e io sognavo che, durante

la notte, venisse una mucca - la mia mucca personale - a

portare la bottiglia di latte sul pianerottolo di casa.

E così ho fatto costruire la mia clinica vicino ad una

fattoria, con un grande prato intorno, in cui loro possano

pascolare, accovacciarsi a ruminare, riposare, farsi

mungere nella stalla che hanno realizzato dei tecnici

specializzati che ho fatto venire apposta dalla Svizzera: le

mie vacche non devono avere nessuno stress.

C’è chi si butta in mare per dare da mangiare agli squali,

chi sta ore e ore appollaiato su una roccia con un binocolo

in mano per guardare il volo delle aquile; io ho desideri

più semplici, mi basta trascorrere la mia mattinata nella

fattoria, guardando le mie mucche, e riempirmi di felicità

quando mi accorgo che, chiamandole con il loro nome, si

voltano, e mi salutano. Certo, mi salutano agitando la

coda, è il loro modo molto personale di dire ciao, e il mio

cuore si riempie di gioia.

Ho fatto il giro del mondo per trovare gli esemplari che mi

servivano per arricchire la mia collezione, possiedo degli

animali rarissimi, ho assunto due veterinari che me le

curano, con i migliori mangimi e tutte le attenzioni che

sono necessarie.

Angelo F. è un chirurgo di successo, il suo nome circola

negli ambienti medici come uno che sa il fatto suo, si è

costruito potere e successo lontano dal policlinico e per

questo è invidiato e temuto, e anche molto chiacchierato.

Si ferma un attimo, mi versa, senza chiedermelo, del latte

freddo, ne beve anche lui, posa il bicchiere di plastica

verde, inspira profondamente, ricomincia a parlare.

La notte, invece, opero nella mia clinica. Faccio

soprattutto chirurgia vascolare, rappezzo ferite, impianto

protesi vascolari, opero spesso pazienti che mi vengono

indirizzati dai reparti di dialisi, per loro realizzo con una

tecnica innovativa delle fistole arterovenose. Ceno alle

18,30, faccio una sauna, una buona doccia, un massaggio,

prendo le mie compresse e alle 20 sono pronto per le visite

e per la sala operatoria.

Ho un metodo mio per selezionare i pazienti, non rifiuto

nessun ammalato, e loro sanno che potranno avere il

massimo da me se si attengono al mio modo di lavorare.

I primi interventi sono quelli in cui la mia parcella è più

alta, sono riposato, concentrato, la riuscita sarà

sicuramente perfetta, e si sa, c’è chi è disposto a pagare di

più pur di avere la perfezione.

Quando le compresse iniziano a fare il loro effetto, il

sonno scompare, la mia attenzione si moltiplica, le pupille

si dilatano, i movimenti diventano veloci e non posso

tollerare che chi mi sta accanto abbia i riflessi lenti.

Così anche le assistenti al tavolo operatorio devono

prendere le compresse; un giorno una di queste stronze mi

ha accusato di drogarla, di stare rovinando la sua vita, e mi

ha denunciato al procuratore della repubblica.

Improvvisamente il suo sguardo si accende di una luce

algida, da lampada scialitica.

La stupida non sapeva che io avevo operato gratis la

madre del procuratore, e il caso è stato chiuso. Ora lavora

alla cassa del supermarket.

Io non l’ho più vista, non ci vado al supermarket, me lo ha

raccontato Samir, il cameriere.

Si ferma, per rispondere ad una chiamata al cellulare:

poche battute secche, continuando a guardare il prato. Poi:

In questi giorni il prato è bellissimo, e io mi diverto a

stendermi accanto alle mie vacche che ruminano o

riposano. È verdissimo, l’irrigazione automatica è la stessa

dei campi da golf, non bado a spese, e l’erba è sempre

pulita, perché ci pensano i pachistani o i negri a togliere

via la cacca delle mucche, a lavare subito l’erba e

spruzzare un prodotto che non la fa seccare, e quindi

chiunque può stendersi a guardare le vacche sul mio prato.

In effetti non invito quasi mai nessuno, ho scoperto che le

donne non amano le vacche, chissà forse sono gelose delle

loro grandi tette, e il latte delle donne non è così buono

come il loro.

E allora non ho bisogno d’altra compagnia, loro

muggiscono e il mio cuore si riempie di gioia.

Qualche notte fa ho operato un tizio, uno che mi ha fatto

degli assegni postdatati che poi sono risultati scoperti; era

uno degli ultimi interventi della notte, l’effetto delle

pillole stava per finire, mi è scivolato il bisturi e gli ho

reciso un’arteria, avrebbe potuto crepare ma non è morto,

la sala operatoria si è ridotta una schifezza, piena di

sangue, e ho dovuto operare gli altri nella sala numero

due, che era pulita e pronta per l’indomani. Che spreco.

D’altro canto lo sapeva bene: per gli ultimi interventi mi

faccio pagare di meno perché qualcosa potrebbe non

essere perfetta, sono umano, la stanchezza si fa sentire.

La moglie del morto di fame è venuta a minacciarmi che

mi avrebbe denunciato. Faccia pure, poco tempo fa ho

salvato la figlia del questore.

Oggi è successo un fatto spiacevole, che mi ha molto

turbato, tanto che ho detto alla segretaria di annullare tutti

gli interventi di stanotte, non sono sereno.

È successo che ho scoperto uno dei nigeriani che inveiva

ad alta voce, sicuramente diceva delle brutte parole nella

sua lingua schifosa, contro Mammina, la mia vacca

preferita, una piacentina, e ad un certo punto ha pure

tentato di darle un calcio.

È intollerabile che si comporti in questo modo dopo che

l’ho accolto alla fattoria, dopo che lo faccio dormire nel

fienile vicino la stalla, dopotutto al suo paese dormiva

sotto le stelle o sotto qualche foglia di palma; gli pago

persino uno stipendio e gli permetto di mangiare vicino

alle mie vacche.

Il suo compare ha capito che ero furioso e si è defilato

subito, invece questo negro ha avuto pure il coraggio di

dire ghe non essere vero, ghe non volere golbire

Mammina; io le bugie non le sopporto, e l’ho licenziato,

gli ho detto vattene da questa fattoria, e subito.

Lui mi ha risposto du essere bazzo. In fondo ha ragione,

sono pazzo per le vacche.


(pubblicato sul volume "Fulminati" Navarra editore 2008)

lunedì 3 novembre 2008

il sogno di Felipe

l'immagine è stata rimossa su richiesta del proprietario geloso.

rappresentava una mustang del 66, in giro di notte con la pioggia.























Il sogno di Felipe dura trentotto secondi.







 Lui nuota, felice, vede una bandiera.








 Poi arriva l'uomo nero e lo costringe ad un risveglio perdente.