Potrebbe essere un anno sensibilmente migliore del 2010, se...
Potrebbe essere invece drammaticamente peggiore di tutti quelli che abbiamo vissuto finora, se...
Sarebbe bello ringiovanire, arricchire, vedere enfatizzato il proprio fascino, tanto da diventare insopportabilmente affascinanti, se...
Sarebbe carino che il vicino rompipalle, il collega nocivo, il padrone del cane che vi caca davanti al portone si trasferissero su altro pianeta, se...
Vi auguro una ampia dose di culo, pazienza, fortuna, miglioramento della vista e dell'udito, potenziamento delle capacità sessuali, forza di persuasione, senso di orientamento, amore, dimagrimento o ingrassamento a scelta, che il vostro compagno o la vostra compagna acquisiscano la caratteristica di anticipare sempre i vostri desideri, anche quelli insulsi o capricciosi, così imparate ad essere capricciosi o capricciose.
Insomma, auguri.
Antonio
Vox clamans in deserto. Scrittore in pausa, fotografo consumatore ossessivo di Sd Card, ascoltatore di tanta musica, brontolatore professionista.
giovedì 30 dicembre 2010
duemilaundici
martedì 7 settembre 2010
la geologia è materia estiva (prima e seconda parte)
Il fiordifragola, il camillino, raramente il lemarancio. La cocacola nella bottiglietta di vetro, con le bollicine che si sentivano distintamente nel palato, una dopo l’altra, seduto col nonno al tavolinetto di metallo del Giardino Inglese.
La prima bicicletta, ero malato, lei era una Olmo rossa, passarono alcuni giorni prima che potessi usarla. I materassi arrotolati prima di partire per le vacanze, la fiat 600 grigio fumo, poi la fiat 1100 D, l’autostrada che allora si prendeva solo sul continente.
Fermati, se già condividi qualcosa, nella geologia dei tuoi ricordi, continua a leggere, altrimenti sarà tempo perso. E per me, che il tempo sta accelerando, anche troppo per i miei gusti, non è mia intenzione farti perdere tempo.
I nonni, non ne ho conosciuti molti, e tutti quanti erano irrimediabilmente vecchi, e privi di attrattiva per un bambino. Nel senso che o erano malati, o molto malati, o avevano altro da fare.
Le costruzioni Plastic City Italocremona, il Lego che era pure meglio ma costava di più, era un prodotto d’importazione, quelle costruzioni fatte di cubi e parallelepipedi di balsa colorati come se fossero pezzi di muro, o finestre e porte: ne venivano fuori case precarie.
La cinepresa 8 mm, poi quella in super 8, le pizze dei cartoni animati montati a casa da papà. Il visore stereoscopico, lo mettevi davanti agli occhi, abbassavi la levetta nera sulla destra e viaggiavi dal Grand Canyon alla Piazza della Concordia, e poi ti sembrava di esserci, in quel posto. Il corriere dei piccoli, poi pomposamente diventato corriere dei ragazzi, ma già ero abbastanza ragazzo per passare a letture alternative. Cassati, non mi piacevano proprio, i fumetti noir e quelli western e pseudo western, passai direttamente a Linus, bello grande, coi fumetti americani che parlavano di politica, erano sarcastici, satirici e sardonici, ma allora questi aggettivi non li conoscevo, mi piacevano e basta.
Poi, la seconda bicicletta, a lungo sognai una Graziella cross, col cambio a cloche sul telaio, la sella lunga e lo schienale, ed uno dei nonni si era pure offerto di comprarmela, però poi papà mi fece comprare quella normale, di Graziella, bianca che si poteva anche piegare; una bici un po’ finocchia, se mi passate l’espressione, e con la quale ci si poteva ammazzare di fatica ma con le sue ruotine sempre troppo lenta andava.
Carosello, e i cartoni animati con personaggi improbabili che venivano dall’est europa, e poi Alvin, Braccobaldo, la domenica pomeriggio Disneyland, coi cartoni di Paperino e Topolino, documentari sulla vita degli animali, e rappresentazioni dell’America che andavano oltre il surreale, diventando metafisiche.
La spesa alla Standa, da trasportare nei sacchi di carta marroncino a righe, i pattini a rotelle allungabili, con una specie di chiavetta che dopo avevi sempre le mani sbucciate. L’odore delle stagioni che cominciava con gli odori dei tessuti inamidati dal sarto: a fine agosto le misure per i pantaloni di velluto, all’inglese, corti al ginocchio coi bottoncini di lato, le scarpe con la suola di para, i maglioni che saltavano fuori dalla naftalina. Il maxicappotto, il mio era un improbabile mongtomery lungo fino alla caviglia, poi chiesi alla mamma di accorciarlo, talmente era ridicolo.
L’ambra solare, l’ombrellone a righe verdi con i bastoni di legno, quei costumini da bagno larghi che scappavano via tutti gli ammennicoli, tanto in spiaggia eravamo quattro gatti.
Il gommoncino Pirelli gonfiabile, che a fine estate si riempiva di borotalco e si conservava nella sua sacca blu (esiste ancora, credo). E la luce dorata del tramonto, quella sempre mi è piaciuta, anche se adesso ha un gusto un po’amarostico, quando vedo che il sole si sposta sull’orizzonte, e finirà per tramontare dietro la rocca di Cefalù, mentre prima si tuffava arancione nel mare, significa che l’estate sta finendo. E sorprendermi a domandarmi quante ancora avrò la fortuna di vederne, e fino a quando potrò tuffarmi e fare quelle quaranta bracciate nel mio stile indeciso, che comunque mi porta a quella distanza dalla riva sufficiente a non farmi più sentire pastina nel brodo salato del mare basso-dove-si-tocca.
Il mangiadischi ed i quarantacinque giri che i cugini più grandi (spesso molto più grandi di me) mi regalavano. Antoine, Silvye Vartan, Celentano, Caterina Caselli. La prima radio, una Sanyo a transistor, tascabile che la potevo portare ovunque, e poi quella che mi mettevo sotto al cuscino, la notte, per ascoltare quella musica pop e poi rock che durante il giorno non trasmettevano. Allora c’era solo la rai, col primo, il secondo ed il terzo canale radiofonico, che però era roba per secchioni, di quelli che sapevano chi era Tchaichowskij. Già, chi era?
Il radioregistratore Grundig, quando arrivò mi ricordo ancora la prima canzone che ci registrai al volo, colta dalla radio, era Minuetto di Mia Martini, che ci volete fare, a tredici anni mi piaceva (e penso che mi piacerebbe ancora).
Il Pongo, i lampostil, la gomma-pane e poi il Das, con le sue brave vernici per trasformare in minime opere d’arte quegli ammassi di argilla auto indurente.
Le figurine dei calciatori, roba da idioti diceva papà, ed infatti non ne completai mai un’album; mi vendicavo ritagliando le sagome delle automobili dai quattoruote che lui comprava, allora il listino delle auto era di un paio di pagine appena, e tutte le foto rigorosamente in bianco e nero.
Due pagine di ricordi, e saranno meno dell’uno percento. E’ che quest’anno, in spiaggia, la solita spiaggia, sempre la stessa da cinquant’anni (cinquanta? Così tanti?), mancano un sacco di facce, di volti noti: che qualche anno fa a chiedere ti sentivi rispondere che avevano cambiato spiaggia, oggi ho paura a chiedere. Che il caso migliore è che quel signore, il papà di amici più giovani di te, bambini allora, padri di bambini adesso loro stessi, che quel signore dicevo prima abbia impiantato un pacemaker e che preferisca la canasta alla spiaggia. Che per altri è meglio non chiedere, tanto prima o poi me lo verranno a dire.
Il futuro? Ha le stimmate ai piedi: quelle che mi sono procurato girando per una Milano asfissiata a fine luglio, nel tentativo-miseramente fallito-di trovare un appartamento in grado di accogliere (bozzolo di sicurezza, utero confortevole, stanze per studiare) il mio secondogenito che ha deciso di diventare ingegnere. Ammilano.
Lo guardo e me lo dico “sono i tuoi ultimi giorni d’infanzia, baby. Goditeli, perché tra cinque anni o poco più non avrai più tempo di farlo, se tutto va per il verso giusto verrai travolto dalla vita, diventerai ingranaggio, comincerai a guadagnare, e in Sicilia ci tornerai, spero, solo da turista, portandoti dietro dei colleghi a cui fare conoscere la bellezza di questa terra, e dopo anche una donna, ed infine dei picciriddi che parleranno…che parleranno come? Inglese, tedesco, spagnolo?”.
Lo guardo e non glielo dico, lo scoprirà da solo.
Il futuro? E’ un dottorato di ricerca in Francia, dice il primogenito, e dopo? E dopo?
La Sicilia? Tornateci solo da turisti, dico io. Solo da turisti, che non abbiamo lingue sufficientemente lunghe e raspose per leccare culi e poi raggiungere l’insperato traguardo di fare l’operatore di call-center laureato o il precario a vita.
La Sicilia? Scherzando dico agli amici, che vogliono forse sentire la mia opinione (uno che scrive libri ha quasi sicuramente un’opinione da condividere, spesso cambia da un giorno all’altro, ma non ha importanza) la Sicilia dovrebbe essere ricoperta nottetempo da una cupola di vetro, senza uscite, e sotto questa cupola dovrebbero restarci tutti i siciliani, me compreso (e anche voi, amici sulla spiaggia, inutile che ridete se ancora non avete capito dove voglio andare a parare), e dopo aprire il gasdotto che viene dall’Algeria, per tre giorni, giusto il tempo di sterminarci tutti, i Siciliani. Tutti. Politici, parrini, intellettuali, mafiosi, impiegati del comune, dipendenti dell’Ato, burocrati, professori, panellari, ristoratori, parcheggiatori abusivi, figli di buttana, scrittori, giornalisti e invalidi.
E dopo tre giorni, fare arrivare alcune migliaia di islandesi, canadesi, giapponesi, gente di buona volontà, con le ruspe e i cartelli. Con le ruspe per buttare a mare i cadaveri dei siciliani (quelli scampati dovrebbero avere l’ostracismo al ritorno, assoluto) per fare ingrassare i tonni (si dice che i tonni mangino volentieri i cadaveri degli extracomunitari andati a picco nel canale di sicilia) e i cartelli dove dovrebbe essere scritto “Sicilia, paradiso terrestre per i turisti: vietato l’accesso a tutti quelli che vengono senza amore”. Niente fabbriche, niente uffici, niente assessorati e assessori. Solo le spiagge, le campagne, le montagne, i vulcani, i tramonti, le pecore, la ricotta, la pasta coi ricci, il profumo della zagara.
Qualcuno, in spiaggia si sta allontanando facendo quel gesto a verso di cacciavite sulla tempia che ha un suo preciso significato, altri si stanno toccando gli attributi, qualche signora dice che proprio ora che è diventata capufficio o dirigente proprio non le piace questa prospettiva.
I ragazzi e i bambini mi guardano e restano senza parole, forse pensano che sono pazzo o che l’ho sparata grossa.
Il futuro? Scrivere un romanzo, ci vuole tempo e solitudine. Oppure. Oppure fare il ristoratore ad Oslo, o a Milwakee, oppure in qualche città della Cina che non hanno ancora costruito ma che tra sei giorni sarà già lì, con cinque milioni di abitanti, le macchine e tutto il resto, e cucinare pasta coi ricci, sarde a beccafico, spatola impanata, polpette col sugo di estratto, e cassate e cannoli da farci venire il diabete, a chi se le mangia. E sperare che i miei figli (ops, il miei non è da intendersi in senso possessivo, ma solo attributivo) ci restino per un po’, in quelle città, e non mi costringano a lasciare il ristorante così presto, che poi ve lo immaginate di entrare in un ristorante all’estero che si chiama “Quattru seggie- sapori delle Madonie” e poi scoprire che lo gestisce un norvegese, un messicano americano o un cinese?
sabato 16 gennaio 2010
stipendio probabile garantito
Vuoi il lavoro? Devi eliminare fisicamente quello che per ora occupa il tuo posto, recitava il bando. Fisicamente, con tutti i mezzi. Possibilmente senza spargimento di sangue, che non si sa mai, con tutti i virus che circolano, basta sbatterlo via dal modulo di produzione, e infilarlo nel recinto dei perdenti.
Qualcuno aveva guardato il vicino di seggiola, mentre il Collocatore spiegava come prendere parte al concorso, cinquanta maledetti posti a stipendio probabile garantito, al Ministero delle Nuove Opportunità.
Non ci aveva dormito, la notte prima. Anche perchè suo padre, il vecchio maledetto, si agitava nel letto, poi si era alzato cinque o sei volte, dannato prostatico, per andare a pisciare, tirando lo sciacquone.
Cazzo, avercelo un lavoro, avrebbe potuto andare a vivere nella residenza cubicolare che il Ministero offriva a tutti i nuovi dipendenti. Una casa propria, anche se cubicolare.
Gliel'avrebbe fatta vedere lui, al concorso, come avrebbe strappato uno di quelli abbarbicati alla scrivania da troppo tempo, gente inutile, improduttiva. Era ora di dare spazio ai giovani, a gente come lui che aveva morso il freno troppo a lungo. Cazzo, se lo sarebbe preso, questo lavoro, a tutti i costi.
Non aveva dormito, la sera prima. Lo aveva saputo alle sette di sera, con l'ultima mail circolare sonora, domani verranno messi a concorso cinquanta posti in questo Ministero, urlava la mail, sono coinvolti gli impiegati del quattordicesimo piano, sezione quinta. La mia, aveva pensato l'uomo. La mia, cazzo, proprio ora che mi mancano solo due anni alla pensione, e mio figlio ancora non ha un lavoro. Passa il tempo a fumare, sul letto, invece di andare in giro e vedere di sbattere quel culo grasso e rimediare qualche soldo. Invece niente, mangiare, dormire, oziare, cagare, bestemmiare e chiedere denaro. Testa di cazzo, e se perdo il lavoro, come faremo?
Alle sette il piazzale davanti al Ministero delle Nuove Opportunità era pieno di gente, alcuni mostravano i muscoli, altri scatenavano scaramucce e risse localizzate, altri ancora fissavano un punto nel vuoto in silenzio, bestemmiando mentalmente ed attendendo che i funzionari del Collocatore aprissero le porte, e poi via, su per le scale, fino al quattordicesimo piano, sezione quinta, a cancellare dal libro paga del Ministero cinquanta parassiti improduttivi, e poter sperare in una retribuzione ed in un alloggio.
La sirena diede il via con un urlo rauco, una massa imbufalita si lanciò verso le scale (gli ascensori erano stati sigillati). Qualcuno fu calpestato, altri non riuscirono ad infilarsi nel flusso tumultuoso di quelli che erano riusciti ad arrivare alle scale, altri ancora si massacrarono di botte, dopo meno di un minuto le porte metalliche del Ministero vennero richiuse; alcune gambe e braccia restarono impigliate, i funzionari del Collocatore scesero nel piazzale dagli elicotteri, e a colpi di manganello elettrico fecero allontanare tutti quelli che non erano riusciti ad entrare nel palazzo del Ministero.
Al quattordicesimo piano, sezione quinta, gli impegati si preparavano alla resistenza. Molti di loro avevano conquistato il lavoro allo stesso modo, alcuni anni prima, e si ricordavano bene di come avevano strappato via dalle postazioni i vecchi parassiti che le occupavano.
Il rumore proveniente dalle scale si fece intenso, un rombo, poi una vibrazione sismica scossero l'ufficio, un'orda di barbari feroci invase l'open space, alcuni puntarono alle postazioni lavoro più vicine, altri si lanciarono in direzione di quelle più distanti dall'ingresso, sperando di incontrare minor resistenza.
Cazzo, ora ne acchiappo uno e lo sbatto fuori, e poi l'impiego sarà mio, pensava mentre correva verso una scrivania defilata.
Si trovarono faccia a faccia, si riconobbero. Il figlio esitò per un centesimo di secondo, il padre approfittò per spazzargli via le gambe con un calcio, poi lo legò col nastro adesivo e lo trascinò fino al recinto dei perdenti.
Testa di cazzo, disse tra i denti, non sei capace neanche di prendertelo, un lavoro.
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leggetene altri, al gioco di zop
venerdì 1 gennaio 2010
Finiti gli anni zero, iniziano quelli uno. Speriamo bene!
che augurarci. Felicità, perchè è importante essere felici e la felicità è importante.
Così come è importante condividerla, non tenerla solo per sè stessi.
Ok, si comincia un altro anno. Al lavoro. Schifiate pure questo. (mi riferisco ai soliti noti)
mercoledì 1 aprile 2009
si aspettavano molto da me
Tutti, proprio tutti, si aspettavano molto da me. E così, sono stato costretto a diventare una star patinata.
ma ancora non gli basta, non gli basta.
venerdì 13 giugno 2008
14 giugno 1960
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mercoledì 2 gennaio 2008
ti ricordi di me?
lunedì 12 novembre 2007
A-TEMPO
C’era il tempo dei formaggini, che forse non c’è più. Ma non ho tempo per andare a controllare.
C’era il tempo del latte condensato in barattolo, ci voleva l’apriscatole, che ha finito anche lui il suo tempo.
C’è il tempo degli auricolari e dell’illusione di totale connessione, con il guscio degli altri.
C’è il tempo della violenza e della carne tritata analizzati al microscopio dei talk show.
Per qualcuno, c’è ancora tempo per la scrittura.
Ci sarà il tempo in cui saremo solo cumuli di byte nei torrenti di informazioni.
Ci sarà quel tempo, io spero che il mio sia già finito.