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giovedì 2 gennaio 2014

notte di capodanno

Zanna rotta era nervoso, aveva sentito lamenti, e ora insieme al branco stavano cercando nel bosco. Nel cielo, lampi di luce e boati, ma non preannunziavano pioggia o neve. Sono gli umani che si divertono, gli aveva detto una volta sua madre, la grigia,molto tempo prima. Che modo di divertirsi, aveva pensato zanna rotta, a fare tutto questo rumore si spaventano tutti gli animali, e si rischia il fuoco nel bosco. Zampe storte, il cane che gli umani avevano lasciato l'estate prima nel bosco aveva le orecchie tese e correva tutto storto, voleva arrivare prima di zanna rotta e del suo branco di lupi, aveva un presentimento. Poi li videro, i cuccioli d'uomo, nascosti sotto una roccia, nel muschio. Piangevano e si tenevano stretti. Orecchio mozzo si leccò i baffi, e un filo di bava pendeva dalla mascella. Il branco di cani e lupi si fermò a guardare, mentre nel cielo i fuochi non terminavano. Il primo a parlare fu orecchio mozzo, ce li mangiamo questi cuccioli disse ansimando. Zampe storte si irrigidì, lui non avrebbe mai potuto mangiare un cucciolo d'uomo, un bambino come quelli che giocavano con lui quando era pure lui un cucciolo. Nel bosco, non molto lontano, una donna aspettava che venisse la morte a prendersela, o che qualcuno la ritrovasse. Si era ormai dimenticata dei bambini e del motivo per cui li aveva abbandonati, c'era freddo, molto freddo, solo a questo pensava. Zanna rotta scoprì i denti, nessuno toccherà i cuccioli d'uomo, o dovrà vedersela con me, che sono ancora il vostro capo. Gli altri animali indietreggiarono, mentre zampe storte si avvicinò ai bambini che si erano addormentati stretti l'uno all'altro e si accucciò al loro fianco, ossa contro ossa, cuore contro cuore, per ripararli dal freddo di quella notte strana. Allora coda corta, la sua compagna, prese in bocca un guantino, perso dai bambini, e lo portò al sentiero, che non era distante; passeranno gli uomini e lo vedranno, e verranno da questa parte a cercare i cuccioli d'uomo, disse poi a zanna rotta. Sentirono voci che chiamavano, poi fasci di luce tra gli alberi. Arrivarono degli uomini, molto vicino al branco dei lupi e dei cani. Andiamo via, disse zanna rotta, e gli animali strisciarono tra i cespugli, fermandosi sul crinale della collina, e videro uomini grandi che prendevano in braccio i cuccioli d'uomo. Il sole stava per sorgere, andiamo via, disse di nuovo zanna rotta.

giovedì 5 dicembre 2013

a te l'euro ti ha rovinato

Parcheggio con difficoltà, sono arrivato con qualche minuto di ritardo rispetto al solito e i posti comodi sono già occupati. Scendo dall'auto e apro il portellone per prendere la borsa con il cambio e le racchette: è un attimo, si materializza accanto a me un tipo, ha un cartone in testa a mò di paracqua allargato, ma non sta piovendo. Cerca il mio sguardo, lo aggancia, io intanto penso che non ho soldi in tasca e che se questo vuole rapinarmi resterà parecchio deluso. Invece quello si mette una faccia allegra e mi dce, mi urla quasi "a te, l'euro ti ha rovinato. lo sapevi?". Io ribatto prontamente "ma ha rovinato pure te!". Quello si fa una risata e andandosene dice "a me non mi rovina nessuno, io sono pazzo e ho la pensione, ciao". La lezione di tennis a cui sto andando ha un inizio carveriano, chissà come va a finire.

venerdì 13 aprile 2012

Arrizzano i carni

"arrizzano i carni" è un modo di dire tipicamente siciliano, la cui traduzione italiana, che in verità non rende l'idea a sufficienza è "si accappona la pelle". Che poi, il meccanismo fisiologico è detto "orripilazione", anche questo non rende bene l'idea. Ma andiamo con ordine: ore 8 e qualche minuto di stamattina, mentre stavo davanti al lavabo della cucina, e mi accingevo a lavare la tazzina del caffè, una forza sovrannaturale ha spostato a destra e sinistra il lavandino. M'arrizzarono le carni, terremoto, che così intenso non lo sentivo da tempo. Il caffè mi è rimasto indigerito ed ha continuato a sciabordarmi nello stomaco per tutta la giornata. Blah. Poi, mentre mi recavo in un luogo di lavoro molto, molto lontano da casa, ho visto la tabella di un artigiano, che riprendeva il nome e cognome di un ex collega di università: mi sono detto, "saranno quindici anni che non lo vedo, chissà che fine ha fatto". E mentre mi avvicinavo a piedi all'ospedale di questo luogo molto, molto lontano da casa, mi sento chiamare "Antoooniooo". Mi volto, e mi arrizzano arreri le carni. Era lui, quello a cui avevo pensato una mezzoretta prima: ci siamo scassati le scapole a furia di pacche e abbracci, cose da pazzi, chissà se funzionerà di nuovo. Poi, nel pomeriggio ho ricevuto una telefonata inattesa, con complimenti e testimonianza di vera stima; non me l'aspettavo, ed inutile ribadire che anche in quest'occasione m'arrizzarono i carni. Avrete finalmente capito il valore omnicomprensivo del modo di dire: vale sia per le cose positive che per quelle negative, se accompagnate da genuina sorpresa. Tornato a casa, mi è rimasto da scaricare un paio di quintali dal bagagliaio della macchina, domani pioverà e mi sono comprato qualche mobiluccio dell'Ikea per arredarmi lo studio di casa nuova. In questo caso, nessun arrizzamento di carni, ma solo il pensiero che dovrò farmi un cuxx cos', prima a scaricare e dopo a montare. E il significato di farsi il cuxx non ve lo spiego.

domenica 11 dicembre 2011

se si toglie il tappo al lavandino dei ricordi

Oggi è ufficialmente iniziato il periodo in cui traslocherò. Dopo il blog, traslocheremo pure di casa, spostandoci in un altro quartiere, dove mia moglie ha il suo lavoro: casa e putìa.
Abbiamo aperto cassetti e armadi, carpette e faldoni, tirando fuori roba che nemmeno ricordavamo di avere.
Ho buttato alcuni quintali di roba varia, e altra roba finirà sui siti di compravendita online, chissà, magari troverò qualcuno a cui interessa conservarla ancora.
Adesso ho in mano un walkman, uno di quelli a cassette, uno di quelli sofisticati ad "alta fedeltà", uno di quelli che costò un botto, e che non utilizzavo da anni.
Da anni, perchè le musicassette ormai sono oggetti obsoleti, soppiantate prima dai cd e dai cd masterizzati, e poi dai riproduttori di file mp3, che nello spazio di una scatola di fiammiferi riescono a conservare tutta la musica che attualmente occupa una libreria di 3 metri per 3.
Ho aperto la confezione, l'oggetto è nero, smussato come una pietra di ossidiana, ha un suo peso e il contatto è piacevole.
Parte la macchina del ricordo: è il 1992, io sono su una nave da crociera che la società tedesca per cui lavoravo allora ha noleggiato per portare in "convention motivazionale" i dipendenti, nell'imminenza del lancio italiano di un nuovo prodotto.
Che tempi. Ricordo che una mattina ci svegliammo e la lira era stata svalutata nel cuore della notte: il cambio col marco cambiò di botto da settecento a mille lire.
E gli extra si pagavano in marchi...però non fu un problema per me, avevo capito come "arrotondare" al casinò di bordo.
Il ricordo: è l'alba, so che la nave atraverserà lo stretto di Gibilterra, per approdare poi sul lato atlantico della Spagna; ho puntato la sveglia per non perdermi questo momento, la mia prima volta oltre le colonne d'Ercole.
Il mio compagno di camera dorme, ha fatto le ore piccole in discoteca, indosso una tuta da ginnastica ed esco sul ponte. L'aria frizzante mi fa rabbrividire, prendo una sdraio e la pongo in direzione est, mi stendo e accendo il walkman.
Attraversammo lo stretto, con Pat Metheny nelle orecchie.

venerdì 21 ottobre 2011

kill gheddafi

In diretta, l'orrore trasmesso da un telefonino al satellite più vicino e quindi rovesciato senza preavviso sui telegiornali della sera, mentre le famiglie stanno cenando con i bambini. Kill Gheddafi, Kill!!!

E ora, il coro sguaiato di chi esulta perche'un vecchio leone spelacchiato, a cui era rimasto solo il rauco ruggito, e' stato giustiziato. Gioisce chi ormai e'certo che l'ex-amico, ex-alleato, ex-socio ormai e'muto per sempre. Parecchie cosiddette democrazie occidentali avrebbero vacillato se il tiranno di Tripoli avesse parlato ad un processo. In casi del genere, sono i cosiddetti consiglieri strategici, sempre presenti, che aiutano l'esaltato di turno a premere il grilletto. 

venerdì 22 luglio 2011

(ec)cessi d'autore

cari amici,

stiamo preparando un volume che si chiamerà come il titolo di questo post.

se in fondo a qualche cartella, cassetto, carpetta giace un racconto che si svolge dentro, intorno, vicino al cesso, mandatemelo. Ne pubblicheremo una quindicina, su un libro vero, di carta, non igienica comunque.

comunicazioni e informazioni in mp.

sabato 30 aprile 2011

da un recente passato




Ci pensavo da parecchio tempo. Al passato, a quei mesi trascorsi in desolate caserme del nord, gonfie di spettri e di inutilità. Mi ero spesso chiesto che fine avessero fatto i compagni di quei tempi, dove fossero finiti quelli che avevano condiviso con me le brande, le camerate, l’obbedienza, il rancio, le paure, le notti insonni. Venticinque anni prima.



Nel frattempo mi ero realizzato nella professione, ero diventato uno scrittore famoso, avevo anche trovato il tempo di mettere su una famiglia, allevare dei figli, sfasciare la famiglia e allontanare i figli da me. Ero fuori giri, dedito a praticare sport assurdi e compagnie inopportune, abusare di quasi tutte le sostanze conosciute, disintossicarmi, farmi travolgere dalle religioni più strane, credere in tutto e in niente, farmi massacrare dai critici letterari, buttare alle ortiche la reputazione. Poi, un sussulto di ragionevolezza mi aiutò a riacquistare dignità e la protezione di un distratto angelo custode e di un agente letterario che ancora credeva in me. “Fallen Angels” era stato un best-seller, ne avevo ceduto i diritti cinematografici, ed in banca il direttore non mi guardava più storto, con la sua faccia da cane pechinese troppo cresciuto.



Ero tornato a vivere da solo, guardato con sospetto dagli amici e dai colleghi, odiato dalla mia ex moglie, ignorato dai miei figli, ai quali erogavo cospicui assegni per placare il rimorso della coscienza, ammesso che ne avessi una, come soleva dire la mia ex-moglie. Forse aveva ragione. Forse no.



Comunque, forse i farmaci, forse le costose terapie analitiche avevano dissepolto dai circuiti della mia memoria quei mesi di servizio militare, a cui pensavo assiduamente, in maniera insistente. Forse il tempo aveva trasformato in mitici quei giorni, che allora mi erano sembrati di grande fatica, non certo da mitizzare.



Poi, una sera, smanettando sul social network in voga in quel periodo, trovai delle facce collegabili a quelle che conservavo nella memoria. Facce e nomi che collimavano. Di alcuni non c’era traccia, altri sembravano troppo vecchi, altri ancora troppo giovani.



Così, cominciai a inviare e-mail, senza particolari speranze. Forse avrei ritrovato qualcuno, magari qualcun altro avrebbe letto il messaggio con fastidio e lo avrebbe cestinato. Avevo previsto come naturali anche un certo numero di risposte acide, o ironiche, del tipo “Antonio, ma che cerchi ancora dopo tanti anni?”



In pochi giorni rintracciai una ventina di ex-ragazzi, ci scambiammo i numeri telefonici, le email, notizie sulla carriera e sulla famiglia, c’era chi era diventato ricco e famoso, e chi ancora volava basso. Tra i compagni ritrovati c’era anche Francesco; avevamo vissuto nella stessa camerata, me lo ricordavo bene, sempre sul chi vive, nervoso come un animale selvatico, con una giacca indosso anche in estate. Un lupo solitario dicevano alcuni, uno che porta sicuramente sfiga dicevano altri. Francesco era un tipo taciturno che indossava occhiali dalle lenti fotocromatiche, che impedivano di leggere dentro i suoi occhi, ferocemente inappuntabile nelle sue operazioni da allievo ufficiale, che viveva in stretta simbiosi con il coinquilino del letto a castello, uno scuro, di poche parole pure lui, che quando era costretto a parlare scopriva i denti lucidi e appuntiti.







“Verrò a Milano, per affari, spero di trovare qualche minuto per rivederci, ci raccontiamo qualcosa, e poi pianifichiamo un raduno di tutti gli ex” avevo scritto a Francesco, e lui mi aveva fatto capire che non gli sarebbe dispiaciuto; ci scambiammo i numeri di telefono, fissammo un appuntamento.



La vibrazione del cellulare richiamò la mia attenzione, sul display lampeggiava un numero sconosciuto, risposi, era lui che mi diceva di essere nei paraggi e che di lì a poco sarebbe arrivato all’hotel.



“Che facciamo, ci prendiamo un caffè?”, Francesco mi rispose che era in auto, e che mi avrebbe portato a fare un giro.



Un giro, in compagnia di uno che non vedevo da venticinque anni. Risposi “Breve, questo giro, non sono solo qui a Milano, come sai stasera ho una riunione di lavoro, una cosa seccante, alla quale devo assolutamente arrivare puntuale”.



Mi rassicurò, un giretto, giusto il tempo di spicciare una commissione e poi ovviamente mi avrebbe riaccompagnato in albergo, niente di cui preoccuparmi, non avrei fatto tardi alla mia riunione. Nei minuti che passarono dalla fine della telefonata mi chiesi se avrei riconosciuto Francesco, le cui foto sul social network erano piccole e sfocate, se mi sarei sentito a disagio, se ne avrei gradito la compagnia, se, se, se.



All’orario dell’appuntamento passeggiavo nella hall, osservando gli oggetti contenuti nelle vetrine, tutte cose inutili che costavano il triplo di quanto si sarebbero potute pagare nel negozio sotto casa. Oggetti dalla squallida inutilità, adatti a placare le crisi di coscienza di mariti fedifraghi o padri distratti. Il cellulare vibrò nuovamente. Era lui “vieni fuori, qui non posso fermarmi perché ci sono i vigili, mi riconoscerai subito, ho una Skoda verde pisello”.



“Verde pisello, va bene esco subito” dissi. Certo, ricordavo le stranezze di Francesco, certi atteggiamenti non del tutto lineari, e in fondo una Skoda verde pisello poteva essere coerente al personaggio. A quello che avevo conosciuto, ma l’avevo conosciuto veramente, oppure il tempo trascorso mi nascondeva qualcosa?



Uscii dall’hotel, attraversai la strada stando attento a non farmi arrotare dagli Schumacher del quartiere, poi passai dal giardinetto pubblico, facendo slalom tra un plotone di bottiglie di birra vuote e rotte, residuo di un rutto party o di uno scontro tra bande di qualche sera prima, infine raggiunsi la Skoda ferma accanto alla fermata del tram.



Francesco scese dall’auto facendo ampi segnali con le braccia; certo, era diverso da come me lo ricordavo, ma come me lo ricordavo?







“Eh, quanto tempo!” esclamammo praticamente all’unisono stringendoci in un abbraccio, reso ingombrante dalle nuove forme dei nostri corpi di cinquantenni in sovrappeso stipati dentro capaci giubbottoni imbottiti di piume.



Per superare l’attimo di imbarazzo seguito alle rumorose effusioni di prima dissi “Dai andiamo, dove mi porti?”



Ci accomodammo nell’abitacolo della Skoda, impregnata dal puzzo di fumo vecchio, Francesco sfilò un pacco da sotto il mio sedile e lo spostò dietro, poi infilò le chiavi nel cruscotto e accese il motore.



“Allora, per restare in tema con la nostra esperienza di allievi ufficiali ti porto al poligono di tiro, è qui vicino, devo incontrare una persona , poi possiamo prendere un caffè e sparare”, disse Francesco ingranando la prima.



La macchina partì con un goffo sussulto “la frizione, devo farla regolare” disse Francesco, e poi “Ah, nel pacco che ho spostato da sotto il tuo sedile, ho due pistole” aggiunse sogghignando. Restai zitto, e volsi lo sguardo verso di lui, che continuava a fissare la strada “Cosa credi, che solo a Palermo si giri armati? Anche a Milano… e senza porto d’armi!”



Un brivido freddo percorse la mia schiena ”due pistole sicuramente cariche e senza porto d’armi… magari con la matricola abrasa”.



“Ma in che cazzo di storia mi sto infilando, e se ci fermano i carabinieri che facciamo: mostriamo i documenti di ufficiali in congedo?” mi chiesi. Intanto Francesco guidava e parlava, nel traffico di una Milano avvilita dalla pioggia e dai cantieri della vorace speculazione edilizia per l’esposizione universale. Scheletri di cemento enormi, gru e strade semi dissestate, uomini come formiche al lavoro, fantasmi anonimi che passavano sui marciapiedi. Parlava del fatto che era costretto a vivere con una che lo odiava, che l’avrebbe lasciata volentieri ma la stronza era proprietaria di una casa col riscaldamento e comunque gli cucinava.



Pochi minuti dopo, arrivammo nel parcheggio del poligono. Francesco mi disse di aspettarlo in macchina, intanto che andava a rinnovare la tessera. “Passami il pacco” mi disse con uno sguardo cattivo e io, meccanicamente, quasi con sollievo, glielo diedi. Poi, Francesco scese dalla Skoda e si diresse verso la reception. Attraverso il parabrezza, punteggiato da gocce di pioggia, lo vidi avvicinarsi a un uomo, che nel frattempo era sceso da un’altra auto parcheggiata: iniziarono a discutere animatamente, poi il cielo si fece più scuro. “Sta per iniziare a grandinare”, mi dissi ad alta voce. Scesi anch’io dalla macchina, con l’ombrello in mano, dirigendomi verso i due che ormai avevano iniziato a gridare e sembravano pronti a litigare. O peggio. La discussione era confusa, non capivo bene cosa si stessero dicendo, sicuramente non discutevano di problemi condominiali. L'altro mi guardò, un lampo, riconobbi lo sguardo cattivo.



Uno degli ufficiali di carriera, che avevano reso difficile la nostra esistenza, una vera carogna. Uno cattivo, anzi cattivissimo, che era scomparso in circostanze misteriose. La sua jeep era stata centrata da un proiettile sparato da un obice mentre era in giro d'ispezione al campo di tiro in Sardegna.



Il corpo non era mai stato ritrovato, si era parlato di strani fenomeni che avvenivano lì, a Perdas de Fogu, di luci scintillanti tra le rocce, di notte, e di entità che sabotavano gli strumenti di puntamento, ma non si era mai scoperto niente, solo voci.



Era arrivato a pochi passi di distanza, quando i due si tolsero le giacche a vento, e spiegarono alla pioggia grandi ali nere, di piume gonfie, luccicanti e frementi. La pioggia sembrò fermarsi, improvvisamente si spensero anche i rumori di fondo, un break nel tempo, pensai. E ritornai col pensiero a quel giorno, quel giorno in cui era partita quella maledetta cannonata. E l'ufficiale responsabile del pezzo era proprio Francesco, e l'addetto al comando tiri ero io. E il tenente Porrus era sparito, sublimato insieme ai pneumatici della sua jeep.



Poi Francesco estrasse rapidamente dal sacchetto le due pistole, ed io cominciai a leggere la scena in slow motion. Fermo immagine, pallottole calibro 7,65 uscirono roventi dalle canne dei revolver. Fast forward, le ogive di piombo raggiunsero l’altro al torace, dal quale inizia a uscire sangue, nero come le sue ali. L’altro indietreggiò, portandosi le mani al petto, cercando forse di fermare l’emorragia. Poi gridò, un urlo lancinante, e in quel momento Francesco si avvicinò, l’altro era in ginocchio, e gli sparò un colpo a bruciapelo in testa. Mi parve di sentire il rumore di un pallone che si sgonfia. La mia bocca si aprì ma non ne uscirono parole, solo una nuvola di condensa, che rimase per qualche istante ferma a mezz’aria. Le loro ali sbatterono, senza rumore, ripiegandosi quelle di Francesco, restando aperte, in una tensione innaturale, impossibile quelle dell’altro. Per qualche istante, tutto si fece scuro, scariche elettriche attraversarono orizzontalmente il cielo gravido di nubi e orrore, restai a guardare ancora la scena, non potevo distogliere lo sguardo, sentivo che avrei dovuto fare qualcosa ma ero come paralizzato.



Poi Francesco si girò, ridendo forte, e sempre con le pistole in mano si avvicinò a me. “Ora mi ammazza” pensai, “a causa di quella vecchia storia, il passato ritorna sempre”. Non riuscivo a muovermi, osservavo con orrore il corpo dell’altro che a terra si stava disseccando, mummificando, poi diventò polvere e rapidamente si dissipò, scomparve, non ne restò nulla. Lo stato di congelamento della realtà sembrò rompersi, la cappa di nuvole si allargò, sentii il sangue che scorreva urgente nei miei vasi cerebrali, i rumori ambientali riempirono nuovamente le mie orecchie.



Guardai Francesco negli occhi, lui prese le pistole dal lato della canna e me le porse “conservale, e ricordati di me”, mi disse, con una voce strana, irriconoscibile. Afferrai le pistole impugnandole, il calcio era gelido e sgradevole, e mentre stavo alzando lo sguardo nuovamente su di lui per chiedergli cosa farne, dove metterle, Francesco sparì, ancora qualche piuma nera volteggiò nell’aria e poi appesantita dalla pioggia cadde sull’asfalto umido del parcheggio. Ebbi il tempo di vedere le piume planare a terra e svanire, come assorbite dalla terra stessa, mentre sirene urlavano sinistramente nel tramonto inquinato e sanguinoso della città.



Tolsi il mio giaccone, lo buttai via lontano, si liberarono grandi ali bianche, sbatterono alcune volte, presero forza, mi alzai e presi quota mentre le pantere della polizia entravano nel parcheggio del poligono di tiro. Ero già alto, tra le nuvole impregnate di gas velenosi sopra la città, guardai sotto, forse questa storia non era ancora finita. Forse.


sabato 4 dicembre 2010

basso volume


Girò per i viali tristi di Pineta Marittima per più di mezz’ora, poi finalmente trovò la stradina, dove c’era la villetta di Giulio.

La sera prima aveva sentito Giulio, e l’amico gli aveva chiesto se, giacché tornava a Genova in macchina, avrebbe fatto una deviazione per lui. C’era da recuperare una valigetta, niente d’importante diceva Giulio, solo che la moglie lo stressava dicendogli che serviva a casa.


E ora aveva appena finito di esplorare la triste geografia invernale di un paesino di villette e stabilimenti balneari, privo di vita, come un cetaceo spiaggiato.

Parcheggiò l’auto sotto un platano, dal quale pendevano poche foglie di un marrone stecchito, spense l’autoradio, che aveva tenuto a basso volume tutto il tempo del viaggio, piovigginava e non voleva andare più veloce di quanto necessario, del resto il blues lento di Eric Clapton non invitava certo a premere il pedale sull’acceleratore.

Frugò nel cassettino portaoggetti, trovò le chiavi che gli aveva dato Giulio, rimpianse il comodo e tiepido abitacolo dell’auto, prese l’ombrello e s’infilò tra le gocce di pioggia nell’umida mattinata di Pineta Marittima.

Il catenaccio che chiudeva il cancello fece un po’ di resistenza, prima di scattare, gli fecero male le dita, quasi si bloccarono, per il contatto con il metallo bagnato e freddo, pochi passi sul vialetto di brecciale biancastro, ricoperto di foglie accartocciate, e fu sulla soglia.

Si sentiva a disagio, estraneo, osservato, con una strana eccitazione; si voltò “mi sento osservato da quello stupido nano da giardino”, fece una risatina isterica e aprì la porta.

“L’interruttore generale lo trovi a destra della porta d’ingresso” aveva detto Giulio, “non ti scordare di staccarla, la luce, quando te ne vai, altrimenti ti addebito le bollette” aveva aggiunto sogghignando.

Si accese un lampadario al centro della stanza, una misera lampada da venticinque candele, poi si sentì anche il compressore del frigorifero che si avviava con una specie di brivido metallico, l’aria era quella greve di una casa chiusa da cinque mesi, alcuni pesciolini d’argento scapparono a rintanarsi dietro i mobili.

“Devi aprire l’armadio della stanza da letto, la valigetta la trovi lì, appoggiata sul ripiano centrale”.

Ripassò mentalmente le indicazioni fornite da Giulio, aggirò il letto matrimoniale che era stato coperto da un foglio di cellophane, aprì l’armadio e vide la valigetta.

Vide anche un costume da bagno rosa, che sicuramente era di Nora, la moglie di Giulio, e se la immaginò per un istante, abbronzata, sfilarsi lo slip e mostrare la forma bianca del costume, in contrasto con il resto della pelle dorata.

Aveva spesso posato lo sguardo sui quarti posteriori di Nora, ma la libidine era mitigata dal fatto che si era imposto di non elaborare fantasie fornicatorie sulle mogli degli amici, almeno su quelle che l’avevano mai provocato; come invece era successo con quella stronza della donna di Sergio, il suo collega d’ufficio, che un giorno, in quella stessa villetta si era tolta la parte di sopra del bikini e gli aveva sfacciatamente chiesto se gli piacevano le sue tette nuove. Certo che gli piacevano, e le avrebbe anche volentieri toccate, e già sentiva movimenti sussultori dentro il boxer da bagno a fiori, quando Sergio dal giardino aveva gridato “ Elena, vieni fuori, che sono arrivate le pizze!”.

Scacciò con un gesto della mano il film fastidioso che scorreva davanti agli occhi della mente, allungò il braccio e prese la valigetta, una di quelle da fotografo in alluminio goffrato, massiccia ma leggera allo stesso tempo.

Ritornò all’ingresso, fece scattare l’interruttore generale sulla posizione di off, la pompa del gas del frigorifero emise un rantolo, l’oscurità si riappropriò della villetta, fino all’estate successiva.

 

Il nano da giardino lo guardava con il suo sorriso deforme, “ che cazzo ridi, che sei pure nano, e condannato a startene fuori con questo freddo che prima o poi ti spaccherà la vernice” pensò mentre si avviava verso la macchina.

Chiuse il cancello, il catenaccio scattò, aprì lo sportello lato passeggero posando la valigetta, girò attorno alla macchina, mise l’ombrello sul sedile posteriore, si sedette.

Allacciando la cintura lanciò uno sguardo alla valigetta metallica “Chissà che cosa c’è di così importante dentro” si disse “sarà sicuramente chiusa a chiave…”.

Riaccese l’autoradio, sentì il cd che ripartiva dentro il lettore, infilò la chiave nel blocchetto di accensione, mise in moto, spense subito dopo.

“Chissà che cosa può esserci di tanto importante qui dentro, da spingere Giulio a chiedermi di fare questa deviazione”, e sfiorò con la mano il coperchio di alluminio.

Sentì di nuovo la strana eccitazione di prima, “Ora la apro” disse ad alta voce.

Alzò istintivamente il volume dell’autoradio, mentre Tori Amos cantava elettrica “I’m not your senorita… I’m not from your tribe…”, provò le serrature, che scattarono immediatamente, “Cazzo, allora non siete chiuse a chiave…”.

Sollevò piano il coperchio, all’interno la gommapiuma color antracite era stata sagomata per contenere alcuni oggetti, che non riconobbe subito.

Un arsenale di falli di gomma in diversi colori e misure, un paio di manette, una pistola, alcuni altri piccoli affari, per i quali era per lui difficile decifrarne il possibile impiego.

Restò alcuni secondi con il fiato sospeso, poi allungò la mano.

“Ecco, come si diverte quel perbenista di Giulio con quella santarellina di Nora”.

Prese le manette, erano di vero metallo, fredde e minacciose. Le rimise subito nella valigetta.

Intanto aveva ricominciato a piovere.

Guardò la pistola, coricata sul fianco, sembrava finta, “sarà sicuramente una pistola giocattolo”, la estrasse dal vano, dove era incastonata, la sentì subito pesante e molto reale.

“Una pistola vera, gioca pesante il mio amico Giulio”, sfilò il caricatore da sotto il calcio, l’ogiva del primo proiettile occhieggiava cattiva, rimise il caricatore a posto.

L’eccitazione di prima aveva avuto un deciso incremento dopo l’esame del contenuto della valigetta.

Guardò l’orologio, “Ho ancora tempo, magari riesco anche a divertirmi con questa roba, a Genova arriverò lo stesso se proseguo sulla statale, invece di prendere subito l’autostrada”.

Chiuse il coperchio della valigetta, rimise in moto la macchina, guardò nello specchietto il ghigno gelido del nano nel giardino che si allontanava, accelerò e si diresse verso la statale.

Per un tratto la strada seguiva la costa, con il nastro grigio della spiaggia deserta, e le onde che si frangevano annoiate, un panorama di mare d’inverno, in assoluto contrasto con il suo stato d’animo attuale.

Arrivò all’incrocio, dove la provinciale s’immetteva nella statale, si fermò allo stop, lasciò transitare un furgone con un grande pennello dipinto sulla fiancata, ripartì sgommando.

“Tra qualche chilometro, vediamo chi incontro” pensò mentre guidava sulla statale semideserta, continuava a piovere piano, e le spazzole del tergicristallo battevano una cadenza lenta, accordata con il ritmo della musica che usciva, di nuovo a basso volume, dagli altoparlanti sugli sportelli.

A sinistra il mare lontano, a destra la campagna bagnata, i cartelloni pubblicitari sbiaditi, superò un distributore di benzina chiuso, proseguì costeggiando adesso la pineta.

Mise la freccia a destra, rallentò e si fermò in una piazzola di sosta. Attivò l’alzacristalli elettrico lato passeggero, una testa bionda s’introdusse nell’abitacolo, “ciao bello, scopare in macchina 30 euro, se andiamo al motel, ti faccio divertire e mi dai 60 euro più la camera”.

“Sali” disse lui scostando la valigetta sul sedile posteriore della Mondeo, “facciamo presto, niente motel”, la ragazza si accomodò sul sedile e abbozzò una specie di sorriso.

Puzza di fumo e di sperma, pensò lui rimettendo in moto.

“Di qua, gira di qua” disse la ragazza, “poi ti fermi vicino a quella baracca, è tranquillo”.

Seguì le indicazioni, spense il motore dell’auto, slacciò la cintura di sicurezza.

La ragazza si stava sfilando il collant e gli slip, poi allungò le mani verso di lui.

“aspetta”, disse, “aspetta, voglio che facciamo una cosa diversa”.

Lei lo guardò, con gli occhi pieni di sospetto, mentre lui rovistava con le mani dentro la valigetta, da cui estrasse un cazzo oversize di gomma trasparente.

“Voglio guardarti mentre giochi con questo, ti pago lo stesso, non voglio scopare adesso”.

La ragazza lo guardò schifata, non prese l’oggetto che lui le tendeva, la situazione si stava cristallizzando in una specie di natura morta con cazzo di gomma.

“Con quello ci fai giocare tua moglie, io non ci sto, dammi i soldi, ti faccio un pompino che te lo ricordi per un anno”.

Lei non ebbe il tempo di aggiungere altro, perché vide l’occhietto nero e crudele della pistola che la scrutava.

“Non fare tante storie, ti pago, fammi vedere come fai e poi ti lascio andare”, disse lui mentre in una mano teneva la pistola e nell’altra il cazzo di gomma.

Una goccia di sudore gli colò lentamente dalla fronte sulla guancia poi sul collo della camicia.

Lei tentò di scendere dalla macchina, con le mutande ancora abbassate, ma non fu sufficientemente veloce, non tanto da scansare i due colpi di pistola che la raggiunsero alla spalla, e tra le costole, non tanto da evitare di sentire lui che diceva “hai fatto male, carina, a dirmi di no, non dovevi dirmi di no”.

Lui scese dalla macchina, girò da dietro per andare ad aprire lo sportello lato passeggero, ancora rintronato dal botto dei colpi nel chiuso dell’abitacolo.

Scostò lo sportello, la ragazza cadde sulla sabbia con tutto il tronco, lui la tirò dal collant che era rimasto semiabbassato, divincolò le gambe dall’abitacolo, la trascinò per un paio di metri fino alla baracca, la striscia lasciata dal corpo sulla sabbia era venata da un segno rosso vivo.

Le orecchie gli fischiavano, la strana eccitazione stava sbollendo, risalì in macchina, rimise a posto la pistola e il cazzo di gomma, chiuse la valigetta, innestò la retromarcia, ritornò sulla statale.

Prese il telefono cellulare, quando Giulio rispose, mise la radio a basso volume. 

giovedì 23 settembre 2010

new brand item


Tutto pronto per il lancio, i negozi son stati riforniti nella massima sicurezza e segretezza. Gli insiders sono già all'opera, e le azioni della società hanno raggiunto livelli impensabili, muovendo enormi flussi di capitale che serviranno alla mia prossima impresa..



i_motion ha fatto il vuoto tra la concorrenza, e contiene il nucleo del prossimo prodotto.



Oggi lanciamo i_love, periferica personale che instaura condizioni di amore, utilizzabile in modalità self, other, all, personalizzabile per egoisti, altruisti, cultori dell'amore universale.



Cosa dice, i cinesi? Quelli li abbiamo lasciati indietro, non sono in grado di seguirci; dopo il fallimento planetario della loro ultima copia, il my-pad, si sono arresi. Hanno dovuto comprare i nostri processori emozionali, e li ho costretti a vendere anche i loro prodotti con il nostro marchio.



I-love è un accessorio indispensabile, si potrà usare anche da soli, davanti lo specchio; se avete relazioni col pubblico, con parenti, con amici o solo volete sentirvi più amati, la soluzione è i-love.



Il prossimo progetto? Beh, glielo racconto, questo lo lanciamo il prossimo mese, i beta tester sono soddisfattissimi. I-god. Si, si ha capito bene. I-god. Abbiamo previsto quattro versioni base, i-jesus, i-buddha, i-mecca ed una per gli indiani, personalizzabile con l'ologramma della divinità prescelta. Le posso anche dire che ci sono arrivate richieste per realizzare una versione per Cuba, i-fidel si chiamerà. Ora devo lasciarla, il mondo aspetta, ha bisogno d'amore. Se passa alla reception, c'è un demo per lei.


mercoledì 28 aprile 2010

il portamangiare




 



Ogni pomeriggio ci trovavamo al chianu, uno portava il pallone, se ce l'aveva. Altrimenti si pigliava una buatta di pomodori pelati sfondata, una mezza cucuzza, una palla di stracci sfardati. E diventavano pallone.


Io, sempre nella squadra di Piero giocavo. Quando si faceva il tocco a pari miei e dispari tuoi, Piero per primo si pigliava a me. Umbertino è mio, e mi spostava da una parte; capace che eravamo dispari, e allora lui diceva, siccome mi sono preso Umbertino, quello in più ve lo pigliate voi. Io ero nico, ma correvo, e facevo per tre. Tanto vincevamo lo stesso. Poi, un'estate Peppe, che abitava a Bologna, tornò con la novità che si poteva fare a porta romana, un solo portiere, e due squadre, una bella novità, che veniva meglio quando eravamo dispari.


In porta ci finiva sempre Pinuzzo, che era sciancato e non poteva correre, e qualche volta Mirella, la sorella di Peppe, che dice che era sua sorella ma cafuddava come un masculo, se serviva di alzare le mani. A me, quella mi era sempre sembrata un maschio con la gonna, e il dubbio mi restò a lungo. Un'estate non vennero al paese, né Peppe e manco Mirella; la gente diceva che avevano buttato il padre in collegio, perchè aveva sparato a uno. Ma che significa collegio? Non si chiamava galera?


Comunque non vennero più, per molte estati, e quando ripigliarono a venire al paese nel mese di agosto passavano sempre arraso al muro, e al chiano non si fermavano.


 


Lo sapevo, lo sapevano tutti che la mamma di Piero non stava bene. Quando passavo davanti alla sua casa lei era sempre assittata in una seggia di legno, col gatto sotto, e spicchiava fave e piselli, se era maggio, o tagliava i pomodori per farli secchi se era agosto,e mi chiamava, Umbertino, vieni vieni da zia. Io m'avvicinavo, ma mi faceva impressione, aveva la faccia mezza caduta, anche se rideva pareva che piangeva, e un poco di saliva ci scolava, che se l'asciugava con un fazzoletto che subito ammucciava nella sacchina del vestito. Mi faceva una carezza, e io mi scantavo, e un poco mi schifiavo, e poi per fortuna affacciava Piero e ci dicevo, Piero, amuninni al chiano, c'aspettano per la partita.


Però da casa sua usciva sempre un ciavuru, un profumo di roba da mangiare, e Piero me lo diceva, oggi a'mamà mi cucinò il coniglio, stasera ci sono le patate al forno con le cipolle, e a me mi venivano i rumori allo stomaco, che qualche volta ci sarei rimasto a mangiare, pure che sua madre mi faceva impressione, con quella faccia caduta e la bava che ci scendeva sul mento.


Invece a casa mia, che eravamo nove fratelli, e quelli grandi travagghiavano in campagna ci toccava un piatto funnuto di pasta e fagioli ogni sera, e a me se mi andava bene, nel mio piattino ci finiva la pasta rotta con tanticchia di acqua di fagioli.


Umbertino è nico ma crescerà, pigliati stò pezzo di pane diceva Paolo, mio fratello maggiore, e io me lo mangiavo, che quando uno è nico, sempre pititto ha.


 


Un pomeriggio, faceva un caldo che pareva che le pietre del chiano erano state messe nel fuoco, aspettavamo a Piero per giocare a pallone, a Salvuccio ne avevano regalato uno come quello che usavano i calciatori veri in televisione, a spicchi bianchi e neri, che prima di usarlo dovevamo passare da Santuzzu u'falegname, Salvuccio pigliava dalla tasca una specie di cannuccia di ferro, l'attaccava prima al compressore e poi al pallone e quello si gonfiava, e quando era bello gonfio a tirarlo di destro ci sentivo soddisfazione,  e diventava veloce.


Però Piero non arrivava, a un certo punto dissi che l'andavo a chiamare io a casa, e mi feci una corsa di quelle, che è vero che ero nico, ma ero veloce.


Davanti alla porta la seggia non c'era, e manco il gatto. E la porta era chiusa. Piero Piero mi misi a chiamare, poi s'affaccio nella vanedda la gnà Giulietta, e mi disse Umbertino basta non abbanniare più. Poi uscì dalla porta, se la portarono all'ospedale la mamma di Piero, disse la gnà. E Piero dov'è, chiesi io, poi torna, andò in campagna a chiamare a so zio. 


Non ce n'era ciavuru di mangiare, allora passai al chiano e ci dissi agli altri che non si giocava.


Me ne tornai a casa, e mentre mia madre mi metteva la minestra nel piatto chi chiesi dov'era il portamangiare, quello d'alluminio col tappo a vite che si portava mio padre quando andava al cantiere della forestale. A che ti serve, rispose mia made, niente, a niente ci dissi io.


La sera arrivò la notizia che la zia Amelia, la mamma di Piero, era morta, e che l'indomani la portavano al paese per il funerale.


Prima di coricarmi, cercai nella dispensa, dietro alla burnia con le olive salate trovai il portamangiare.


Me lo misi sotto al cuscino, e all'angelo custode ci dissi che me lo doveva fare trovare pieno, che ci dovevo portare il mangiare a Piero, che mi sceglieva sempre per la sua squadra, ora che la sua mamma non ci poteva cucinare più.


 


lunedì 1 febbraio 2010

strano palindromo e un giorno sbagliato

 



 


Oggi, 01 02 2010. uno strano giorno palindromo, in cui sono successe cose strane, che potevano anche non succedere. Per esempio ho visto una che si è avvicinata ad una Quashai parcheggiata, ci ha guardato dentro, ho pensato che avesse dimenticato qualcosa, invece si è accosciata vicino allo sportello lato guida e col dito indice della mano destra ha cancellato la polvere accumulata. Poi si è rialzata, ha sputato sul polpastrello, se l'è ripulito sui jeans e quindi se n'è andata. Siccome sono curioso, ho attraversato la strada ed ho notato che aveva disegnato quattro cuoricini. Non credo che l'avesse fatto per via del fatto che lo sportello appartiene ad una vettura 4x4. Eppoi, avevo ancora i sensidistonici per quello che è successo ieri. Ieri.

Ieri  un amico se n'è andato, pochi minuti dopo uno scontro frontale su di una pericolosa bretella di uscita dall'autostrada. Se n'è andato anche l'altro, quello che sotto la pioggia aveva imprudentemente scatenato i cavalli bizzarri di una macchina tedesca dal carattere infido, e che poi saltando di carreggiata si è scontrato contro la monovolume dell'amico che se n'è andato. L'amico ha avuto il tempo di telefonare alla moglie ed al fratello, non so cosa si siano detti, non ho la sfrontatezza di immaginarlo, non è giusto che io lo sappia. Sabato sera, ad una cena con conoscenti comuni, avevo chiesto di lui, come se avessi avuto un presentimento. Se lo avessi interpretato, questo presentimento, gli avrei telefonato, magari dicendogli che andava incontro ad un giorno sbagliato, gli avrei detto di evitarlo. Ma si sa, il destino ti prende alla sprovvista con premeditazione, e così sia.

 

venerdì 22 gennaio 2010

musica che mi piace: Muse

 Che sia cambiato qualcosa te ne accorgi subito, basta guardare la copertina, un poliedro colorato che sembra caduto lì da un film di Kubrick, o da una cover sleeve degli Yes

Poi, dopo che il cd è scivolato nella materna slitta del lettore, attacca un brano (uprising) che trasporta una ventina d’anni addietro, quando gli Ultravox suonavano “rage in eden”, anche se poi la linea dance si sporca della voce sofferente, che è una specie di marchio di fabbrica dei Muse.

Anche “resistance”, la traccia numero due, pare passata nelle officine dei Depeche e degli Ultravox prima di arrivare nei computer dei Muse, ma “it could be wrong”. E allora, pump on the volume, spuntano tastiere, un pianoforte, una serie di percussioni galoppanti, e la voce, quella. E poi, crescendo, e poi voci ed echi da cattedrali, pop lisergico allo stato nativo. Altro che ventunesimo secolo.

Ecco arrivare, dopo una terza traccia asettica, un piano e la solita voce ispirata, sì, sono proprio i Muse; o sono iQueen? Il dubbio è forte, la costruzione sinfonica, verdiana, del pezzo, rimanda a sonorità neoclassiche, sembra quasi di vedere i baffi di Freddie Mercury fare capolino dal display del lettore cd. E quel passaggio da marcia trionfale dell’Aida? Forse i nostri hanno mangiato qualche strano fungo che li ha rispediti a palla nel passato; un pianoforte solo, un pianoforte che attacca Chopin (un notturno). Leggo il titolo del brano , nascosto tra parentesi c’è un “collateral damage” che lascia intendere che probabilmente un virus mutante si è infiltrato negli spartiti scritti daBellamy, Howard e Wolstenholme. Il passaggio di un jet sulle ultime note di piano rimette le cose a posto. 

La traccia 5 “guiding light” non può non essere un pezzo Muse, con leggera enfasi spiritualistica, e chitarre evangelizzanti, acccompagnate da una processione di percussioni, che fanno da tappeto al sermone vocale diBellamy.

Qualcosa sta uscendo veloce e acido dai box del mio fido Kenwood r-k701. E’ la mitraglia elettrica di “unnantural selection”, la traccia numero sei. Vi suggerisco di ascoltarla ben seduti, anzi legati alla poltrona, altrimenti correrete il rischio di afferrare una scopa e mimare un famoso chitarrista volante davanti allo specchio, sedotti dal ritmo seghettato e urgente. Poi, veloce come era arrivato, rallenta, ritorna sound floydiano da cattedrale gotica, ma è sempre Muse, tranquillo caro il mio fonodipendente, roba buona, da far rizzare i peli sulle braccia. No hope for fate, it’s unnatural selection. Autostrada, datemi autostrada ed un sorpasso pericoloso, arriva negli specchietti la traccia numero sette, Mk Ultra, anche questa ha nascosto uno speed ball tra i byte, accelerano sia il ritmo che le pulsazioni, bisogna aumentare il volume, e che si fotta il rincoglionito del piano di sotto, stasera i Muse suonano più forte della sua tv da cui latrano i brunivespa di regime. Altra sorpresa, nel brano numero 8, compare Saint-Saens. Anche voi, caro Camille, nel caravan stellare con i Muse? Prego, accomodatevi, ci tocca rilassarci, dopo l’adrenalina dei brani precedenti.

E anche le tracce finali hanno costruzione sinfonica, in un clima sonoro da basilica nel deserto, una microsinfonia in tre parti, che aiuta a ricollegarsi con i propri pensieri. La microsinfonia si chiama Exogenesis, e se dovesse capitarmi di girare un film di science-fiction, credo proprio che questa sarebbe la colonna sonora ideale, per la sequenza in cui il modulo di atterraggio si apre, e gli astronauti posano il loro timido piede sul suolo di un pianeta sconosciuto e crudele, dal quale probabilmente non faranno più ritorno.

domenica 3 gennaio 2010

lunedì 28 dicembre 2009

gran rottura di palle dalla russia (elena, smettila)









 Come dicono in molti, magari dallo spazio profondo qualcuno ci manda email, che sono il mezzo di comunicazione più diffuso sulla terra (grazie, amici spammers), ma sicuramente i nostri antivirus li scartano, gli antispam li cestinano, noi non li leggiamo mai. Invece, da due anni stà stronza sovietica continua a mandarmi ( e la manda a migliaia di altri stronzi dotati di posta elettronica) la stess lacrimosa lettera, che allego. Mi domando: quanto pensa di incassare, l'autore di questo natalizio raggiro?



Elena scrive:



Salve,



Il mio nome e` Elena, ho 33 anni e vivo in una provincia in Russia. Io

lavoro in una libreria e posso usare computer dopo il mio lavoro, quando

possibile. Ho trovato il vostro indirizzo in internet e ho deciso di

scrivere questa lettera.



Ho una figlia - che e` di 8 anni, suo padre ci ha lasciato e viviamo

insieme con mia madre.



Come risultato di una profonda crisi finanziaria che mia madre

improvvisamente perso il lavoro e la nostra situazione e` diventata

molto difficile.



Prezzo del gas e dell'elettricita` sono molto costosi nella nostra

citta` e non possiamo usarlo per riscaldare la nostra casa piu`.



Il clima e` molto freddo qui gia` e la radio dice che la temperatura nella nostra regione saranno fino a meno 25

gradi Celsius, alla fine di questa settimana. Siamo molto paura e non

sappiamo cosa fare.



L'unico modo possibile per noi, per riscaldare la nostra casa e` quello

di usare legna portatile forno, che forniscono il riscaldamento dal

legno che brucia. Abbiamo abbastanza legno nella nostra provincia e

questo calore del forno la nostra casa tutto l'inverno per il prezzo

minimo.



Purtroppo non possiamo comprare questo forno nel nostro mercato locale

perche' il suo prezzo e` equivalente a circa 191 Euro e non abbiamo una

tale quantita` di denaro.



Ho deciso di fare appello a voi con una preghiera nel mio cuore per un

piccolo aiuto. Se avete qualche vecchio forno a combustione portatile in

legno e se non si usa piu`, saremo molto grati se potete donare a noi e

di organizzare il trasporto di questo forno al nostro indirizzo (175 km

da Mosca). Questi forni sono diversi, hanno fatto di ghisa e peso 100

kg.



Per favore fatemi sapere se potete aiutare e scrivero` il nostro

indirizzo di casa.



Da tutto il mio cuore vi auguro un Buon Natale. Mi auguro che il Nuovo

Anno 2010 vi portera` Hapiness e tutti i tuoi sogni!



Elena e la mia famiglia.



PS. Ho tradotto questa lettera con il traduttore di computer e per favore

di rispondere in inglese, perche' 'ho studiato l'inglese a scuola

e io non conosco la lingua italiana. Se si risponde in italiano,

«Non saro` in grado di capire voi e risposta alla Sua lettera. Graz
ie.



Elena, o chi per te, non lo sai che hai rotto?

sabato 26 dicembre 2009

postnatalizio post









Eccerto,  eccerto, dopo la massima carica governativa, la massima carica religiosa. Andranno in vacanza insieme, i due feriti di stagione. Che meraviglia, che coincidenza, che partitura celestiale, che regali sotto l'albero. Meglio cambiare argomento, che questi due mi fanno venire la colite.

A qualcuno è venuta la fregola di farmi spostare da Palermo, ricca di alberi di natale di munnizza, per trascorrere tre giorni importantissimi a Modena. Che sono stato pure fortunato. Io speravo che lunedì mattina il volo Pa-Bo, dopo i caos siberiani del weekend venisse annullato, ed io me ne potessi tornare a casa. Invece no. Volo perfetto. Lo stesso al ritorno, o quasi. IIn perfetto orario siamo stati stipati, come sardine volanti, e aspettavamo solo di decollare. Invece le porte della supposta con le ali non si chiudevano, è salito un sosia di Shrek che ha detto sottovoce (ma neanche poi tanto) all'assistente di volo vicina alla cabina di pilotaggio che in quell'aereo c'era un passeggero in più. Senza autorizzazione del comandante non si sarebbe decollato, a meno di non riuscire a far scendere il passeggero in più. La stronzata l'aveva combinata la biglietteria, con un minimo overbooking, però quando hanno chiamato il passeggero in più, una mamma con due picciriddi attaccati al collo, il marito, fieramente terrone come me, ha detto che piuttosto di far scendere la moglie, provvista di regolare biglietto ed efficace carta d'imbarco, avrebbe spaccato tutto. Io mi sentivo combattuto tra la voglia di aiutare il conterraneo nella sua intenzione devastatoria e tra il desiderio di arrivare presto a casa ed amen. Alla fine si è trovata una soluzione, in una trattativa diplomatica ad alta tensione si è individuato un padre con figlio piccolo che aveva comprato due biglietti, gli è stato offerto il rimborso del biglietto del cucciolo in cambio della possibilità di far sedere il passeggero in più, che in piedi non poteva volare. Se lei tiene il bambino in braccio, ha detto il caposcalo, le rimborsiamo il biglietto, e questa dannata diligenza volante potrà partire per Palermo. Miracolosamente, ha funzionato. Arrivato in vista delle coste siciliane, lo scirocco ha shakerato un pò i passeggeri, però siamo arrivati, in africa con 24 gradi.

Che ho trovato sotto l'albero? Libri, ho chiesto libri, a tutti. E libri sono arrivati, così non dovrò neanche esercitarmi nella nobile e proficua arte del riciclaggio del regalo sbagliato. Buon postnatale a tutti.

martedì 17 novembre 2009

figghia di buttana (V parte)



Nella mezzorata successiva venni a conoscenza del fatto che Mimma era rimasta incinta dieci anni prima, che aveva partorito a casa sua, nella via Montegrotte, che l’aveva aiutata la madre e la negra della porta accanto “stà zafara niura, si mise d’accordo con una strega per rubarmi la picciridda, ma l’acchiappai e ci stoccai le gambe” aggiunse Mimma.

Scoprii anche che Rosalia non era stata registrata all’anagrafe, non era mai stata vaccinata, non aveva preso nessuna malattia, non andava a scuola che tanto era tempo perso e che mangiava quello che capitava “io travagghio, non ho tempo, mia madre è quello che è, non dava a mangiare a me e a mia sorella poteva dare mai a mangiare a mia figlia?”.

La madre russava come un cinghiale asmatico, per svincolarmi promisi a Mimma che sarei tornato nel pomeriggio a cercare Rosalia, e le domandai a chi potevo chiedere informazioni su dove rintracciarla. “ e che ne so, a casa torna, per dormire”.

Mi appuntai mentalmente il fatto che avrei dovuto richiamare l’assistente sociale ed incaricarla di cercare la sorella di Mimma, che faceva la bidella a Partanna, era maritata con un gommista e non si vedevano da prima che nascesse Rosalia. “quella si scurdò di noi, si chiama Mezzacasa Franca, ditecelo voi che sua sorella sta morendo in un tinto letto d’ospedale”.

mercoledì 4 novembre 2009

figghia di buttana (IV parte)

La porta del basso era semiaperta, ma l’interno del locale era buio. “Scendi con me, entriamo”gli dissi, e Michele ribestemmiò qualcosaltro in bagherese, ma mise la Vespa sul cavalletto, inserì il bloccasterzo, mi seguì strascicando i piedoni.

Il fondaco era deserto, c’era un bazar di rottami accatastati, brande sfatte, un tavolo ingombro di residui alimentari, dietro una tendina qualcosa la cui funzione poteva essere assimilabile ad un cesso.

Dalla porta si affacciò Michele, “Mario, qua ci sono due che ti vogliono parlare”. Minchia, guai, pensai subito. I due che mi volevano parlare più che altro volevano sapere che schifio facevo nella casa di Mimma. Inspirai profondamente, e parlai guardando negli occhi quello corto, che mi pareva più disposto ad ascoltare, mentre il lungo tentava di tenere Michele per il braccio, e Michele tentava di scuotere via la presa del lungo.

“quindi Mimma ce l’avete ricoverata voi all’ospedale” disse il corto, che sembrava avere capito il mio racconto. Approfittai del calo di tensione per chiedere dove fosse la figlia di Mimma. “la figlia? Ah Rosalia vuole dire, Rosalia è qui in giro, ora torna sicuro, chista è a sò casa”. Il lungo perse l’interesse al braccio di Michele e se ne tornò fuori nella strada, ed io domandai al corto se lui fosse un amico, un parente “e che sono parente di una buttana, io?” rispose schifiato il corto. Uscimmo tutti sulla via, dove l’aria gravida degli scappamenti degli autobus piantati nel traffico impazzito delle due e mezza era sicuramente più respirabile di quella del catojo di Mimma.

Restammo ad aspettare un’orata sana, poi Michele mi comunicò che si era rotto i cabbasisi di stare sul marciapiedi.

“io me ne vado, tu che fai, torni con me che ti lascio al parcheggio dell’ospedale oppure resti qui a sorvegliare questa tana?”  

Siccome avevo un sacco di cose da fare, mi rimisi la scodella in testa e salii sulla sella della vespa, Michele partì staccando la frizione in quel modo che significa “passeggero indesiderato”.

L’indomani arrivai prima del solito in ospedale, strisciai il badge sotto lo sguardo liquido del portiere di notte, che dormiva con gli occhi aperti, entrai in reparto, indossai il camice e mi diressi nella stanza dove avevamo ricoverato Mimma. La madre era sempre lì, spalmata sulla sdraio, con un filone mezzo mangiato in grembo, e la testa appoggiata al muro. Mi avvicinai al letto, Mimma era sveglia, aveva la febbre di sicuro, tremava e sudava.

“a truvò a picciridda?” mi disse subito, non appena entrai nel suo campo visivo. “Signora, dobbiamo parlare cinque minuti” e mi piantai ai piedi del letto, in modo che capisse che di lì non me ne andavo se non mi avesse detto tutto.

venerdì 30 ottobre 2009

figghia di buttana (III parte)

Mimma mi strinse il polso con una forza che non pensavo potesse esprimere, dopo una settimana di coma. “mia figlia, dov’è mia figlia”, disse con un rantolo roco. Guardai la vecchia accanto al letto, che continuò impassibilmente a rosicchiare grissini.

“Ora mi informo”, risposi con evidente imbarazzo. Mimma sembrò accontentarsi della risposta, liberò il mio polso dalla stretta, e si abbandonò sul cuscino, lamentandosi piano.

Telefonai all’assistente sociale. “Te la ricordi quella che abbiamo ricoverato in coma, Mimma, Mimma la buttana? Ma ci siete andati a casa? Vi siete informati bene all’anagrafe?”

Enza, l’assistente sociale era una che bastava poco a farla irritare, e mi rispose con voce acida che tutto quello che c’era da fare era stato fatto, e non risultava niente, nè a casa nè all’anagrafe.

“Mimma mi disse che ha una bambina, sì una figlia, e ora vuole sapere da noi dov’è”.

“Quella è pazza” sentenziò Enza “la malattia le ha squagliato il cervello”.

Chiusi la comunicazione, restai a guardare il telefono e la finestra, poi decisi che dovevo fare qualcosa, anche per evitare che quella si rimettesse a fare casino in reparto. Se però avessi avuto Enza tra le mani, l’avrei strangolata.

Alle due meno dieci arpionai Michele, un collega appena arrivato, che sapevo possessore e conducente di una vespa rallye, e gli intimai “accompagnami da una parte”, sfruttando il carisma inevitabile del collega anziano.

Michele bestemmiò qualcosa in bagherese stretto, ma non riuscì a sottrarsi; del resto non gli conveniva, mi doveva almeno un paio di favori, avendolo sottratto alle ire del primario dopo alcune sue non proprio felici intuizioni diagnostiche.

Timbrammo il cartellino alle quattordici precise, per non correre il rischio di regalare qualche prezioso minuto all’ingrata amministrazione dell’ospedale, e poi Michele serpeggiò nel traffico fino alla via Montegrotte.

“Ferma, ferma, è qui” gli urlai da sotto il casco, Michele inchiodò, la vespa si arrestò cigolando.