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mercoledì 28 aprile 2010

il portamangiare




 



Ogni pomeriggio ci trovavamo al chianu, uno portava il pallone, se ce l'aveva. Altrimenti si pigliava una buatta di pomodori pelati sfondata, una mezza cucuzza, una palla di stracci sfardati. E diventavano pallone.


Io, sempre nella squadra di Piero giocavo. Quando si faceva il tocco a pari miei e dispari tuoi, Piero per primo si pigliava a me. Umbertino è mio, e mi spostava da una parte; capace che eravamo dispari, e allora lui diceva, siccome mi sono preso Umbertino, quello in più ve lo pigliate voi. Io ero nico, ma correvo, e facevo per tre. Tanto vincevamo lo stesso. Poi, un'estate Peppe, che abitava a Bologna, tornò con la novità che si poteva fare a porta romana, un solo portiere, e due squadre, una bella novità, che veniva meglio quando eravamo dispari.


In porta ci finiva sempre Pinuzzo, che era sciancato e non poteva correre, e qualche volta Mirella, la sorella di Peppe, che dice che era sua sorella ma cafuddava come un masculo, se serviva di alzare le mani. A me, quella mi era sempre sembrata un maschio con la gonna, e il dubbio mi restò a lungo. Un'estate non vennero al paese, né Peppe e manco Mirella; la gente diceva che avevano buttato il padre in collegio, perchè aveva sparato a uno. Ma che significa collegio? Non si chiamava galera?


Comunque non vennero più, per molte estati, e quando ripigliarono a venire al paese nel mese di agosto passavano sempre arraso al muro, e al chiano non si fermavano.


 


Lo sapevo, lo sapevano tutti che la mamma di Piero non stava bene. Quando passavo davanti alla sua casa lei era sempre assittata in una seggia di legno, col gatto sotto, e spicchiava fave e piselli, se era maggio, o tagliava i pomodori per farli secchi se era agosto,e mi chiamava, Umbertino, vieni vieni da zia. Io m'avvicinavo, ma mi faceva impressione, aveva la faccia mezza caduta, anche se rideva pareva che piangeva, e un poco di saliva ci scolava, che se l'asciugava con un fazzoletto che subito ammucciava nella sacchina del vestito. Mi faceva una carezza, e io mi scantavo, e un poco mi schifiavo, e poi per fortuna affacciava Piero e ci dicevo, Piero, amuninni al chiano, c'aspettano per la partita.


Però da casa sua usciva sempre un ciavuru, un profumo di roba da mangiare, e Piero me lo diceva, oggi a'mamà mi cucinò il coniglio, stasera ci sono le patate al forno con le cipolle, e a me mi venivano i rumori allo stomaco, che qualche volta ci sarei rimasto a mangiare, pure che sua madre mi faceva impressione, con quella faccia caduta e la bava che ci scendeva sul mento.


Invece a casa mia, che eravamo nove fratelli, e quelli grandi travagghiavano in campagna ci toccava un piatto funnuto di pasta e fagioli ogni sera, e a me se mi andava bene, nel mio piattino ci finiva la pasta rotta con tanticchia di acqua di fagioli.


Umbertino è nico ma crescerà, pigliati stò pezzo di pane diceva Paolo, mio fratello maggiore, e io me lo mangiavo, che quando uno è nico, sempre pititto ha.


 


Un pomeriggio, faceva un caldo che pareva che le pietre del chiano erano state messe nel fuoco, aspettavamo a Piero per giocare a pallone, a Salvuccio ne avevano regalato uno come quello che usavano i calciatori veri in televisione, a spicchi bianchi e neri, che prima di usarlo dovevamo passare da Santuzzu u'falegname, Salvuccio pigliava dalla tasca una specie di cannuccia di ferro, l'attaccava prima al compressore e poi al pallone e quello si gonfiava, e quando era bello gonfio a tirarlo di destro ci sentivo soddisfazione,  e diventava veloce.


Però Piero non arrivava, a un certo punto dissi che l'andavo a chiamare io a casa, e mi feci una corsa di quelle, che è vero che ero nico, ma ero veloce.


Davanti alla porta la seggia non c'era, e manco il gatto. E la porta era chiusa. Piero Piero mi misi a chiamare, poi s'affaccio nella vanedda la gnà Giulietta, e mi disse Umbertino basta non abbanniare più. Poi uscì dalla porta, se la portarono all'ospedale la mamma di Piero, disse la gnà. E Piero dov'è, chiesi io, poi torna, andò in campagna a chiamare a so zio. 


Non ce n'era ciavuru di mangiare, allora passai al chiano e ci dissi agli altri che non si giocava.


Me ne tornai a casa, e mentre mia madre mi metteva la minestra nel piatto chi chiesi dov'era il portamangiare, quello d'alluminio col tappo a vite che si portava mio padre quando andava al cantiere della forestale. A che ti serve, rispose mia made, niente, a niente ci dissi io.


La sera arrivò la notizia che la zia Amelia, la mamma di Piero, era morta, e che l'indomani la portavano al paese per il funerale.


Prima di coricarmi, cercai nella dispensa, dietro alla burnia con le olive salate trovai il portamangiare.


Me lo misi sotto al cuscino, e all'angelo custode ci dissi che me lo doveva fare trovare pieno, che ci dovevo portare il mangiare a Piero, che mi sceglieva sempre per la sua squadra, ora che la sua mamma non ci poteva cucinare più.


 


domenica 4 aprile 2010

niente accade. niente. Accadde, il 28 in libreria

Il 28 marzo, a Palermo, accadde che alla Libreria Modusvivendi, in una tiepida mattinata di primavera, ci siamo incontrati, mescolati, salutati, presentati. C'erano anche gli sponsor e i librai, e poi anche noi tre, già Fulminati.niente accade 3niente accade 1niente accade 2



martedì 9 marzo 2010

tre date

ecco, le prime tre date per vedere e sentire gli autori di "niente accade, niente - storie in Sicilia".



19 marzo, ore 21,30 Caffè Letterario Sotto il Mare, Trapani



20 marzo, ore 17,30 B&B "al giardino dell'alloro" vicolo san carlo 8, Palermo



28 marzo, ore 9,30 Libreria Modusvivendi, via quintino sella, Palermo, breakfast letterario



noi ci saremo

lunedì 8 febbraio 2010

mi avevano avvisato



 



E io che sono solitamente impermeabile ai consigli, non li ho ascoltati. E dopo più di tre ore, mi sono detto che ho fatto bene
a non ascoltarli. Mi avevano avvisato, i soliti cinefili snob dal sopracciglio tremulo. Non andare a vedere Baaria. E non ci sono andato, anche perchè per ora mi ha preso una cinepigrizia indescrivibile. Però. Però l'ho noleggiato questo weekend, e me lo sono sorbito, diviso in due tranches, tra sabato e domenica. Dico subito che lo rivedrei, che ho visto la versione in dialetto siciliano, e che è piaciuto non solo a me, ma anche alla medmoglie, la quale ha un parametro di valutazione inequivocabile: se il film non le piace non è che si incazza o protesta, semplicemente si addormenta. E la sua palpebra è calata inesorabilmente su pellicole che invece pensavo le sarebbero piaciute. Durante Baaria, la palpebra non è scesa, anzi.

Perchè ci è piaciuto; non si può dire che la trama sia avvincente, anzi, però il modo con cui è raccontata, quello ci ha preso. E poi è un film inequivocabilmente siciliano, questo ne sono certo.



In subordine a questa informazione, visto che si parla di cinema, e visto che si vede una mucca, il progetto
vadopazzoperlevacche va avanti, cliccare il link per scoprire a che punto è.  

Ah, il regista cerca sponsor, questo lo scrivo.




 

martedì 17 novembre 2009

figghia di buttana (V parte)



Nella mezzorata successiva venni a conoscenza del fatto che Mimma era rimasta incinta dieci anni prima, che aveva partorito a casa sua, nella via Montegrotte, che l’aveva aiutata la madre e la negra della porta accanto “stà zafara niura, si mise d’accordo con una strega per rubarmi la picciridda, ma l’acchiappai e ci stoccai le gambe” aggiunse Mimma.

Scoprii anche che Rosalia non era stata registrata all’anagrafe, non era mai stata vaccinata, non aveva preso nessuna malattia, non andava a scuola che tanto era tempo perso e che mangiava quello che capitava “io travagghio, non ho tempo, mia madre è quello che è, non dava a mangiare a me e a mia sorella poteva dare mai a mangiare a mia figlia?”.

La madre russava come un cinghiale asmatico, per svincolarmi promisi a Mimma che sarei tornato nel pomeriggio a cercare Rosalia, e le domandai a chi potevo chiedere informazioni su dove rintracciarla. “ e che ne so, a casa torna, per dormire”.

Mi appuntai mentalmente il fatto che avrei dovuto richiamare l’assistente sociale ed incaricarla di cercare la sorella di Mimma, che faceva la bidella a Partanna, era maritata con un gommista e non si vedevano da prima che nascesse Rosalia. “quella si scurdò di noi, si chiama Mezzacasa Franca, ditecelo voi che sua sorella sta morendo in un tinto letto d’ospedale”.

mercoledì 4 novembre 2009

figghia di buttana (IV parte)

La porta del basso era semiaperta, ma l’interno del locale era buio. “Scendi con me, entriamo”gli dissi, e Michele ribestemmiò qualcosaltro in bagherese, ma mise la Vespa sul cavalletto, inserì il bloccasterzo, mi seguì strascicando i piedoni.

Il fondaco era deserto, c’era un bazar di rottami accatastati, brande sfatte, un tavolo ingombro di residui alimentari, dietro una tendina qualcosa la cui funzione poteva essere assimilabile ad un cesso.

Dalla porta si affacciò Michele, “Mario, qua ci sono due che ti vogliono parlare”. Minchia, guai, pensai subito. I due che mi volevano parlare più che altro volevano sapere che schifio facevo nella casa di Mimma. Inspirai profondamente, e parlai guardando negli occhi quello corto, che mi pareva più disposto ad ascoltare, mentre il lungo tentava di tenere Michele per il braccio, e Michele tentava di scuotere via la presa del lungo.

“quindi Mimma ce l’avete ricoverata voi all’ospedale” disse il corto, che sembrava avere capito il mio racconto. Approfittai del calo di tensione per chiedere dove fosse la figlia di Mimma. “la figlia? Ah Rosalia vuole dire, Rosalia è qui in giro, ora torna sicuro, chista è a sò casa”. Il lungo perse l’interesse al braccio di Michele e se ne tornò fuori nella strada, ed io domandai al corto se lui fosse un amico, un parente “e che sono parente di una buttana, io?” rispose schifiato il corto. Uscimmo tutti sulla via, dove l’aria gravida degli scappamenti degli autobus piantati nel traffico impazzito delle due e mezza era sicuramente più respirabile di quella del catojo di Mimma.

Restammo ad aspettare un’orata sana, poi Michele mi comunicò che si era rotto i cabbasisi di stare sul marciapiedi.

“io me ne vado, tu che fai, torni con me che ti lascio al parcheggio dell’ospedale oppure resti qui a sorvegliare questa tana?”  

Siccome avevo un sacco di cose da fare, mi rimisi la scodella in testa e salii sulla sella della vespa, Michele partì staccando la frizione in quel modo che significa “passeggero indesiderato”.

L’indomani arrivai prima del solito in ospedale, strisciai il badge sotto lo sguardo liquido del portiere di notte, che dormiva con gli occhi aperti, entrai in reparto, indossai il camice e mi diressi nella stanza dove avevamo ricoverato Mimma. La madre era sempre lì, spalmata sulla sdraio, con un filone mezzo mangiato in grembo, e la testa appoggiata al muro. Mi avvicinai al letto, Mimma era sveglia, aveva la febbre di sicuro, tremava e sudava.

“a truvò a picciridda?” mi disse subito, non appena entrai nel suo campo visivo. “Signora, dobbiamo parlare cinque minuti” e mi piantai ai piedi del letto, in modo che capisse che di lì non me ne andavo se non mi avesse detto tutto.

venerdì 30 ottobre 2009

figghia di buttana (III parte)

Mimma mi strinse il polso con una forza che non pensavo potesse esprimere, dopo una settimana di coma. “mia figlia, dov’è mia figlia”, disse con un rantolo roco. Guardai la vecchia accanto al letto, che continuò impassibilmente a rosicchiare grissini.

“Ora mi informo”, risposi con evidente imbarazzo. Mimma sembrò accontentarsi della risposta, liberò il mio polso dalla stretta, e si abbandonò sul cuscino, lamentandosi piano.

Telefonai all’assistente sociale. “Te la ricordi quella che abbiamo ricoverato in coma, Mimma, Mimma la buttana? Ma ci siete andati a casa? Vi siete informati bene all’anagrafe?”

Enza, l’assistente sociale era una che bastava poco a farla irritare, e mi rispose con voce acida che tutto quello che c’era da fare era stato fatto, e non risultava niente, nè a casa nè all’anagrafe.

“Mimma mi disse che ha una bambina, sì una figlia, e ora vuole sapere da noi dov’è”.

“Quella è pazza” sentenziò Enza “la malattia le ha squagliato il cervello”.

Chiusi la comunicazione, restai a guardare il telefono e la finestra, poi decisi che dovevo fare qualcosa, anche per evitare che quella si rimettesse a fare casino in reparto. Se però avessi avuto Enza tra le mani, l’avrei strangolata.

Alle due meno dieci arpionai Michele, un collega appena arrivato, che sapevo possessore e conducente di una vespa rallye, e gli intimai “accompagnami da una parte”, sfruttando il carisma inevitabile del collega anziano.

Michele bestemmiò qualcosa in bagherese stretto, ma non riuscì a sottrarsi; del resto non gli conveniva, mi doveva almeno un paio di favori, avendolo sottratto alle ire del primario dopo alcune sue non proprio felici intuizioni diagnostiche.

Timbrammo il cartellino alle quattordici precise, per non correre il rischio di regalare qualche prezioso minuto all’ingrata amministrazione dell’ospedale, e poi Michele serpeggiò nel traffico fino alla via Montegrotte.

“Ferma, ferma, è qui” gli urlai da sotto il casco, Michele inchiodò, la vespa si arrestò cigolando.

venerdì 23 ottobre 2009

figghia di buttana (seconda parte)





(immagine di Aapo Rapi)



Una settimana in coma era rimasta, e la madre non si era mai allontanata dal letto della figlia, consumava il pasto lì, nonostante i rimbrotti delle infermiere, che però a poco a poco smisero, tanto la vecchia non parlava, non si muoveva, non chiedeva niente.Poi, dopo una settimana, la donna si risvegliò dal suo stato di incoscienza, le infermiere le sistemarono meglio il letto, le tolsero i sondini per l’alimentazione artificiale, le diedero da mangiare.Mentre inghiottiva voracemente la pastina, Mimma si fermò col cucchiaio a mezz’aria.

 “La picciridda”.

La madre restò impassibile sulla sua sdraio.

“La picciridda”, disse di nuovo Mimma. La parente di una paziente ricoverata nel letto accanto a quello di Mimma si voltò, facendo una smorfia con la bocca sibilò “ma quale picciridda, qui picciridde un sinni vittiru”.

Mimma fece cadere il piatto con la pastina a terra, alzò le mani al cielo e poi buttò una voce acutissima “la picciriddaaa!”. La madre restò di legno, i parenti degli altri pazienti si murmuriarono, una più battezzata degli altri si avvicinò, le prese una mano tra le sue, le disse “non gridare, che gli altri malati si scantano, capace che ne muore qualcuno, ma di quale picciridda parla, qui picciridde non se ne sono viste”.

Mimma sembrò non sentire quelle parole, e continuò a urlare, finchè il trambusto non richiamò le infermiere ed il medico di guardia. Il medico di guardia ero io, e per evitare che quella facesse ancora bordello e invitasse pure gli altri ricoverati a gridare per qualche motivo, presi una siringa contenente un sonnifero ad azione rapida e mi avvicinai al letto per iniettarglielo nel catetere che collegava la flebo al braccio.

“dottore, dottore”, Mimma mi artigliò la mano, “dottore mi facissi parlare, ci devo dire una cosa”. Mimma era rauca, le guance incendiate. Mi misi la faccia del medico severo: “parli subito, ma l’avviso, che se si mette di nuovo a gridare, l’addormento finchè non la dimettiamo”.



(2-continua)

giovedì 10 settembre 2009

la merica, il gatto dai d.a.s., l'estate bella (parte 1)

il gatto a sciabola


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


(foto di medicineman)


L’estate è cominciata il 24 luglio, con la nostra partenza per gli stati uniti, il nostro primo viaggio in direzione della merica, dove nessuno di noi era stato prima d’allora. Avevamo tanti timori e tante aspettative, possiamo dire che la maggior parte dei timori è stata dissipata, e che le aspettative sono state realizzate appieno. Però prima parliamo del gatto nella foto.



Dal cofano della zafira nera usciva uno strano rumore. “giuliana, hai i gatti nel cofano?”. Eppure, aprendolo, nel cofano si vedevano due minuscoli occhietti azzurri. “ tu chi sei?” ho chiesto agli occhietti azzurri. Tutti quelli intorno al cofano hanno infilato la mano per tirare fuori quella pallina di pelo nero, ma lui non era tanto d’accordo, si è dimenato come una biscia, ha graffiato e soffiato come una tigre, infine è riuscito a scappare a rotta di collo nella campagna, perdendosi chissà dove.


Però la notte successiva, il vigliacco è venuto a piagnucolare sotto le finestre di casa; sono uscito un paio di volte per prenderlo, ma non appena sentiva che ero fuori a cercarlo, smetteva di piangere.


L’indomani mattina lo abbiamo chiamato, facendo il verso della mamma gatta, e lui rispondeva, perso chissà dove nella fitta macchia mediterranea. Al pomeriggio si è organizzata una vera e propria battuta di caccia. Alla fina l’abbiamo individuato, nascosto sotto un cespuglio di rovi. Uno ha fatto da battitore, l’altro si è appostatp dall’altro lato del cespuglio, sperando che uscisse proprio di lì. Ho fatto tanto di quel casino che alla fine è stato costretto ad uscire, proprio dal lato in cui c’era Fabrizio ad aspettarlo. L’ha achiappato, e di nuovo la palla di pelo nero ha tirato fuori il suo armamentario da tigre per tentare di fuggire, ma ha finito la sua sceneggiata dentro una scatola di cartone; una siringa piena di latte prima, e dei croccantini junior poi lo hanno covninto che poteva essere una solizione valida, quella di restare con noi per farsi svezzare. Guardandolo bene, qualcosa di tigresco gli è rimasto; i denti di sopra non collimano perfettamente con la mascella inferiore, cosicchè sembra proprio un...gatto dai denti a sciabola!



la merica




il primo sterotipo che voglio demolire è quello relativo al fatto che i viasggi in auto attraverso gli stati uniti rischiassero di trasformarsi spesso in orrende odissee tipo "un tranquillo weekend di paura”. nessun inseguimento da parte di autobotti assassine, nè pattuglie di poliziotti zombie dalla pistola facile. il tragittto tra washington e boston, circa mille chilometri, è stato facile, non faticoso, ed è bastato seguire l'onda del traffico per arrivare a destinazione.


highway

















(foto di medicineman)


Precisazione: l'auto che ho noleggiato aveva in dotazione il navigatore satellitare, altrimenti non saremmo arrivati da nessuna parte: le indicazioni stradali sono in effetti accurate per quel che riguarda i numeri di autostrade ed interstatali , ma non danno alcun supporto nel caso si conosca la destinazione ma non la strada per arrivarci. Dicevo che basta seguire l'onda del traffico, per cui anche se il limite di velocità era quasi ovunque compreso tra 50 e 60 miglia all'ora, che corrispondono ai nostri 80-100 kmh, le altre auto sulle strade a quattro corsie andavano tra le 6 e le 75, così mi sono adeguato, anche per evitare di essere di ostacolo.


Gli autogrill sono di due tipi, quelli dove c'è starbucks, mcdonald ed altri ristoranti di questo tipo e quelli in cui invece ci sono ristpranti di catene più economiche, in cui il livello di servizio e qualità dei cibi e delle bevande servite è veramente pietoso.


refugium peccatorum















(foto di medicineman)



Che bello fare mille chilometri con trentaciqnue dollari di benzina...ecco perchè molti americani preferiscono l’auto all’aereo per i viaggi interni. Tutto chiaro.


Poi, una sera che la magia ci aveva avvolti del tutto, su una piccola isola collegata alla terra con un ponte, in una villa dove aveva soggiornato persino greta garbo, un bicchiere rotto ha lacerato il polpastrello di uno dei miei figli.


Corsa in ospedale, ricovero al pronto soccorso, cinque punti di sutura. Dopo un mese è arrivato il conto, 2448 dollari. Avete letto bene, 500 dollari a punto. Si capisce perchè le lobbies non vogliono che la sanità diventi pubblica, perchè altrimenti questa fonte di ricchezza verrebbe dirottata dalle ricche tasche dei privati.


Ho stipulato-per eccesso di prudenza-una polizza assicurativa sanitaria prima di partire. Ora mi accorgo di aver fatto bene. Ne sarò sicuro quando arriverà il rimborso.


Faccio un paragone con la vita in italia: mangiare è più facile e costa meno, vestirsi costa meno (le lacoste in saldo a 28 euro...), viaggiare in auto costa meno. Sanità e case costano di più, le case in muratura al centro delle città, ovviamente, che quelle in legno sono in svendita.


Com’è per ora l’america? Con le infradito ed i piedi pittati, il 90% delle donne indossava infradito di plastica, di gomma, economiche. Scomparse le orrende crocs coi calzini, per fortuna. Il numero di saloon per manicure e pedicure era realmente impressionante, e con prezzi accessibili a tutti.



zoccoli tinti


 




















(foto di medicineman)



(fine parte 1)


domenica 21 giugno 2009

colpo di maestrale

dalla finestra


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


(foto di medicineman)


 


Il caldo durava da giorni. La notte, se si dormiva era un'agonia, e se si sognava, si sognava di essere in guerra, o arrostiti vivi in un terribile incendio. Poi, svegliandosi, la camiciola del pigiama era zuppa di sudore. Magari nelle mattinate si richiudevano le persiane per provare a fermare la luce, che infuocava  tutto già dall'albeggiare. Quella notte i sogni erano stati più inquietanti; la scuola  e il terribile maestro Pizzuto che lo minacciava con la verga di bambù (anche se l'aveva lasciata da un pezzo,) i lanci col paracadute (ma quando mai lui si sarebbe lanciato col paracadute, aveva paura pure della corriera, altro che aereoplano), il libri contabili della putìa che si smarrivano tra gli scogli della marina e bisognava cercarle anche di notte tra topi e granchi neri e minacciosi. Però verso le quattro del mattino, che ancora neanche una spruzzata di rosa e azzurro annunciava la giornata, cominciò a ventilare. Saverio cercò il lenzuolo con il piede, se lo tirò sopra, fino al ventre. Poi, visto che il venticello stava rinfrescando la casa, si cummugghiò fino al collo. Abbracciò il cuscino e si riaddormentò. Alla mattina dopo, si sentiva meglio. I mali sogni l'avevano abbandonato, e s'era potuto fare una dormita di sette ore, come un picciriddo. S'alzò dal letto, spalancò le persiane sulla strada dove sacchetti e foglie s'assicutavano, soffiati dal maestrale. S'affacciò nel balconcino che guardava la piazza, ancora era presto, c'erano solo un cani vecchiu appoggiato al muro della chiesa che pareva morto, ma per come russava si capiva che era vivo, e due manovali che aspettavano la chiamata per la giornata di lavoro in campagna. Saverio resipirò profondamente, l'aria fresca gli squagliò l'angoscia e il catarro che aveva nel petto. Nella piazza passò la signorina Sara, la figlia di Don Ciccio, che andava ad aprire l'ufficio postale. "No", c'aveva detto Sara a Saverio qualche anno prima, "no, e se non te ne vai chiamo a mio padre". E così Saverio se n'era andato. Un colpo di vento nella piazza alzò la munnizza in  aria. La signorina Sara si mise la mano sul foulard, che voleva scappare via, premendolo sulla testa. Però il vento vastaso ci alzò la gonna di voile a fiori, e ci si videro per qualche istante le cosce e le mutande.  Saverio rientrò in casa, che l'effetto del vento fresco gli era già passato; angoscia e catarro ammuttavano lo sterno, forte. Sentì caldo, caldo da crepare.

domenica 19 aprile 2009

per gli addetti ai lavori


(foto by Blackmamba)


Questo sono io: eh, chi se l'aspettava? Tutta stà messa in scena per informare gli addetti ai lavori , ovvero i blogger che sono anche biker (uh che accoppiata azzardata) che è online un nuovo (un altro!) blogmagazine, all'indirizzo www.lasiciliainmoto.it . Si, lo ammetto, ci scrivo pure io, ho una rubrica che si chiama scootervisions. Non solo per addetti ai lavori.

sabato 11 aprile 2009

un figlio morto, una madre disperata

Alla processione della Madonna dell'Itria, oggi. La chiesa è quella della confraternita dei Cocchieri. Il quartiere è quello della Kalsa, a Palermo.




Esce prima l'incenso




l

















































poi arriva la banda, con le marce funebri,




la banda

































la gente prepara i ceri,




i ceri














































esce la vara di cristallo, col figlio morto,




le braccia











































scortata dai centurioni,




il centurione e la vara 2












































un sacerdote al balcone di una casa spiega il momento alla gente,




la parola e la madonna











































piove, servono le luci,




luci











































poi, inizia la fatica dei portatori,




la fatica del trasporto











































si passa davanti ad altre chiese,




la madonna dell










































ed altri spettatori osservano,




altri spettatori











































poi, sarà la giornata particolare, si incontra un'altra processione.




l










































(foto di medicineman)

venerdì 6 marzo 2009

piccoli particolari e una buona frittura

isola delle femmine brutta giornata


 


 


 


 


 


 


 


 


 


(foto di medicineman)


Che per fare una buona frittura, non è necessario essere grandi cuochi. Affatto, basta conoscere la chimica. Certo è un po’ più difficile, però io la conosco. Lo so, non è sufficiente fare una bella frittura croccante, evitando di inondare la casa di fumo ed evitando i sapori di bruciato per essere stimati e rispettati, ma può essere un buon punto di partenza. Ah, l’olio non deve fumare, perché quando l’olio inizia a fumare significa che la temperatura è salita troppo, e quando la temperatura sale troppo si formano le acroleine. Che alla faccia della parolina che finisce in ine non sono per niente sostanze carine.

Chiedete al fegato, per conferma.

E che le cose non siano sempre come sembrano lo si può dedurre anche dal nome di quest’isola. Che si chiama Isola delle Femmine, ma che con le femmine non ha assolutamente niente a che vedere.

Però, se chiedete agli indigeni che abitano nel piccolo borgo marinaro che sta sulla terraferma, vi racconteranno delle storie orrende, alcune strappalacrime, altre in cui tenterete di provare ad immaginare il cinico destino cui furono destinate delle povere donne portate lì dai mammalucchi. Falso, tutto falso. Sull’isola non ha mai vissuto nessuno.


Stasera, dopo che finalmente sono riuscito a parcheggiare la macchina, mi sono accorto che comincia a fare buio più tardi; non si direbbe, proprio non si direbbe visto che il clima è ancora orrendo e fino a oggi ho incontrato pioggia mista a nevischio e temperature polari andando in giro per la Sicilia. Non si direbbe che l’inverno sta per finire, e che finalmente la luce darà nuovamente dignità al pomeriggio.

E poi, dopo aver fotografato l’isola, ho visto un aereo passare basso, diretto a Punta Raisi. Così per provare, l’ho fotografato. Lì per lì ho pensato se qualcuno su quell’aereo sapeva che a poche centinaia di metri qualcun altro lo stava guardando.

aereo e kitesurfer
















 (foto di medicineman)


 Però a casa, quando ho riversato la foto sul computer, mi sono accorto di un piccolo particolare che mi era sfuggito. Già, guardando le cose grandi, spesso le piccole sfuggono. C’è un kitesurfer, in basso a sinistra, nonostante la giornata terribile, probabilmente si è divertito un sacco.

dettaglio


























(foto di medicineman)


L’Isola delle Femmine non ha nessuna valenza metaforica, no non c’entra niente con l’8 marzo, anzi.

mercoledì 25 febbraio 2009

sicilia double-face

La giornata inizia sul versante tirrenico, si sale, e dopo pochi tornanti si può dare uno sguardo alle Isole Eolie.


filicudi invernale rid










pochi chilometri dopo, il paesaggio cambia, non lo riconosco.


tanta neve in sicilia 23 feb












davvero, non lo riconosco.


tanta neve 23 feb











però, bastano pochi chilometri ancora e tutto cambia di nuovo


nicosia 1 rid













e di nuovo


nicosia 3 rid














e ancora


nicosia 4 rid


 


 


 


 


 


 


 


 


 


e ancora...


nicosia 2 rid


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


(foto di medicineman)

mercoledì 31 dicembre 2008