se uno vuole fare il mestiere di un altro, è giusto che ci pensi bene...ho visto ierisera "carnage", il nuovo film di Roman Polanski. I presupposti per una storia divertente e scomodamente attuale c'erano tutti: due famiglie, di diverso reddito e posizione sociale, si incontrano in un appartamento (dei meno ricchi) per dirimere la scomoda faccenda di una lite tra i figli, undicenni ma già abbastanza agitati, lite nella quale il ragazzino della coppia più sfigata subisce la perdita di due denti e tumefazioni sparse in faccia. Il film si svolge tutto dentro l'appartamento, e onestamente dopo la prima mezzora lo spettatore si immagina già come andrà a finire. La storia è sicuramente più adatta ad una trasposizione teatrale, ma al cinema annoia, e a questo punto spiego la faccenda del mestiere degli altri: Polanski, probabilmente tediato dalla lunga detenzione in Svizzera, voleva divertirsi e divertire con una pellicola divertente, che satireggiasse sul costume contemporaneo (iperprotettività delle famiglie, tensioni di coppia, lavori che invadono il privato etc.) ma non ha il mestiere di Woody Allen, a cui chiaramente voleva rubarlo. Poteva benissimo durare venti minuti, invece dell'ora e mezza abbondante che ruba allo spettatore, e sarebbe stato sicuramente più divertente. Jodie Foster è sprecata, ingessata nella parte di una madre frustrata che vorrebbe agire più di quanto non faccia, e gli altri sono automi, spinti stancamente dal copione. Conclusione, risparmiatevi i soldini del biglietto, e se proprio non potete fare a meno dell'ultima opera del signor Polanski, la noleggerete a tempo debito. Voto: 5 e mezzo, voto di mia moglie, 3.
Vox clamans in deserto. Scrittore in pausa, fotografo consumatore ossessivo di Sd Card, ascoltatore di tanta musica, brontolatore professionista.
domenica 16 ottobre 2011
Carnage, ovvero il difficile mestiere di fare il lavoro degli altri
mercoledì 29 giugno 2011
siccome non avevo da fare
http://hifimusica.blogspot.com/
in questa rivista online io mi occupo di recensioni di musica indie pop e indie rock e in genere di musica ignorante contemporanea.
leggetivillo.
venerdì 22 gennaio 2010
musica che mi piace: Muse
Poi, dopo che il cd è scivolato nella materna slitta del lettore, attacca un brano (uprising) che trasporta una ventina d’anni addietro, quando gli Ultravox suonavano “rage in eden”, anche se poi la linea dance si sporca della voce sofferente, che è una specie di marchio di fabbrica dei Muse.
Anche “resistance”, la traccia numero due, pare passata nelle officine dei Depeche e degli Ultravox prima di arrivare nei computer dei Muse, ma “it could be wrong”. E allora, pump on the volume, spuntano tastiere, un pianoforte, una serie di percussioni galoppanti, e la voce, quella. E poi, crescendo, e poi voci ed echi da cattedrali, pop lisergico allo stato nativo. Altro che ventunesimo secolo.
Ecco arrivare, dopo una terza traccia asettica, un piano e la solita voce ispirata, sì, sono proprio i Muse; o sono iQueen? Il dubbio è forte, la costruzione sinfonica, verdiana, del pezzo, rimanda a sonorità neoclassiche, sembra quasi di vedere i baffi di Freddie Mercury fare capolino dal display del lettore cd. E quel passaggio da marcia trionfale dell’Aida? Forse i nostri hanno mangiato qualche strano fungo che li ha rispediti a palla nel passato; un pianoforte solo, un pianoforte che attacca Chopin (un notturno). Leggo il titolo del brano , nascosto tra parentesi c’è un “collateral damage” che lascia intendere che probabilmente un virus mutante si è infiltrato negli spartiti scritti daBellamy, Howard e Wolstenholme. Il passaggio di un jet sulle ultime note di piano rimette le cose a posto.
La traccia 5 “guiding light” non può non essere un pezzo Muse, con leggera enfasi spiritualistica, e chitarre evangelizzanti, acccompagnate da una processione di percussioni, che fanno da tappeto al sermone vocale diBellamy.
Qualcosa sta uscendo veloce e acido dai box del mio fido Kenwood r-k701. E’ la mitraglia elettrica di “unnantural selection”, la traccia numero sei. Vi suggerisco di ascoltarla ben seduti, anzi legati alla poltrona, altrimenti correrete il rischio di afferrare una scopa e mimare un famoso chitarrista volante davanti allo specchio, sedotti dal ritmo seghettato e urgente. Poi, veloce come era arrivato, rallenta, ritorna sound floydiano da cattedrale gotica, ma è sempre Muse, tranquillo caro il mio fonodipendente, roba buona, da far rizzare i peli sulle braccia. No hope for fate, it’s unnatural selection. Autostrada, datemi autostrada ed un sorpasso pericoloso, arriva negli specchietti la traccia numero sette, Mk Ultra, anche questa ha nascosto uno speed ball tra i byte, accelerano sia il ritmo che le pulsazioni, bisogna aumentare il volume, e che si fotta il rincoglionito del piano di sotto, stasera i Muse suonano più forte della sua tv da cui latrano i brunivespa di regime. Altra sorpresa, nel brano numero 8, compare Saint-Saens. Anche voi, caro Camille, nel caravan stellare con i Muse? Prego, accomodatevi, ci tocca rilassarci, dopo l’adrenalina dei brani precedenti.
E anche le tracce finali hanno costruzione sinfonica, in un clima sonoro da basilica nel deserto, una microsinfonia in tre parti, che aiuta a ricollegarsi con i propri pensieri. La microsinfonia si chiama Exogenesis, e se dovesse capitarmi di girare un film di science-fiction, credo proprio che questa sarebbe la colonna sonora ideale, per la sequenza in cui il modulo di atterraggio si apre, e gli astronauti posano il loro timido piede sul suolo di un pianeta sconosciuto e crudele, dal quale probabilmente non faranno più ritorno.
domenica 22 marzo 2009
e se un giorno arrivasse la banda
Si parla d'Israele, si parla di arabi, si parla di uomini, donne, deserto e sentimenti. Un gruppo bandistico di Alessandria d'Egitto, splendidamente naif nella sua uniforme azzurro cielo, viene scodellato in un aeroporto in terra d'Israele. Non c'è nessuno ad attenderli, il direttore della banda è un uomo pratico, anche se di pronunzia non perfetta, chiede informazioni sui bus per raggiungere la località che li attende e ovviamente finisce in un non-luogo in mezzo al deserto, abitato da esseri che sembrano presi da una collezione di casi quasi umani. La musica, e la semplice lingua delle emozioni aiuteranno questi musicisti prestati alla polizia egiziana a entrare in relazioni più o meno profonde con gli abitanti del posto, che li ospitano per una notte, in attesa del bus che l'indomani li porterà alla giusta destinazione. La notte. Piena di chiaroscuri, di bagliori nostalgici, di quella forte sensazione che ti fa dire "una cosa del genere è successa anche a me". La pellicola è realizzata con affetto, senza chiasso inutile, con una fotografia che si staglia contro il deserto fisico, facendo risaltare il miliardo di mondi nascosti dentro ogni uomo.Sembra che non accada nulla, invece non è così. Allora, piazzatevi davanti al vostro televisore, accendete il dvd, tiratevi sopra una copertina di pile che aiuta, e viaggiate nel flashback emozionale. Il regista è Eran Kolirin , il film è del 2007 e si intitola La banda. A me è piaciuto ( ma sono di gusti facili).
lunedì 9 marzo 2009
match point (il culo aiuta, una luparata risolve)
mercoledì 18 febbraio 2009
bravo, bravi ma vaffa...
Bravi, bravi, bravi tutti, i compagni. Continuando di questo passo, e la voglia di distinguo è tale e tanta che continueranno di questo passo, per leggere i risultati del PD alle prossime elezioni ci vorrà il microscopio elettronico.
Bravo, bravo, non so, er mitico Warter. Almeno uno che si dimette, mica Villari!
Bravo, bravo, bravo, già, bravo Roberto Benigni: mitica la battuta su Mina che manda solo filmati come Bin Laden; eccezionale nella difesa dell'amore. Punto. Perchè l'amore (per chi ci crede, ovvio) è un sentimento, il resto sono solo convenzioni sociali.
giovedì 13 novembre 2008
la terra degli uomini rossi (birdwatchers)
Non avevo ben chiaro ierisera, uscendo dal cinema, che tipo di sensazioni e di emozioni mi avesse suscitato la visione del film di Marco Bechis. Poi, durante la notte, ripensandoci, ho capito.
Praticamente non c'è una storia, ma una breve sequenza di eventi, tutti abbastanza violenti. Potrebbe quasi essere uno di quei documentari in cui l'autore fa vedere anche dei retroscena, utili comunque alla comprensione delle immagini.
Facendo le debite proporzioni, in quanto la denunzia viene sentita debole e distante dallo spettatore italiano, potrebbe essere paragonato a Gomorra, per il fatto appunto di essere una non-storia ma una cruda fotografia dello stato di degrado ed abbandono in cui versano gli Indios Guarani, assediati dai latifondisti brasiliani e ridotti a fenomeni antropologici da inserire in pacchetti turistici tutto incluso per birdwatchers europei in cerca di emozioni e di contatto con gli aborigeni. Alla fine, l'urlo del giaguaro, descritto dallo sciamano come l'unico amico degli Indios.
Se l'avete perso a settembre, recuperatelo adesso.
venerdì 24 ottobre 2008
vicky cristina barcelona
Pioveva, una serata adatta per andare al cinema. Ripresa di stagione, coi soliti amici. "un musical? vuoi vedere mammamia? nooo, andiamo a vedere il film di woody allen, che sicuramente ne vale la pena". Le ultime parole famose. A parte la scelta, discutibile, di raccontare con voce fuori campo una serie di scene che per comprimere i tempi non sono state messe nel film (mio cattivo pensiero), la colonna sonora infarcita di musiche prese dalle compilation economiche di cafè del mar, il film è poco. Le cose migliori sono i dialoghi in spagnolo tra una allucinata Penelope Cruz e un polifemico Javier Bardem che in questa pellicola non sbatte mai le palpebre, sembra finto. E anche la bambolina del cine che mi è tanto piaciuta in altri film, Scarlet Johansson, mi pare che in questo film non reciti affatto. L'amore a tre, ma anche a quattro, a tre meno uno, a due più due... Ora non voglio dissuadervi, ma...
martedì 27 maggio 2008
Leslie Feist, piacere di conoscerLa!
Siccome sono uno che fa un sacco di dietrologia, sono spesso restio a fidarmi delle opinioni altrui, ma con discreta capacità di autocritica, il che mi fa spesso cambiare opinione su certi fatti, avevo accolto con una certa diffidenza una recensione di una rivista di moda femminile su di una certa cantautrice. Però siccome sono sempre in cerca di musica nuova per riempire i chilometri tra un luogo e l'altro (eh, la macchina è il mio ufficio), mi sono attaccato al sito dove mungo download a pagamento ed ho scaricato il ciddì di cui sopra. Ah, ancora non l'ho scritto? Dunque, dicevo. Nella stessa sessione di download ho scaricato molti altri cd di personaggi che godono della mia incondizionata fiducia, perciò questa cantautrice è stata ascoltata per ultima. Non sto a farla tanto lunga: questo è il pensiero che si è formato nell'ampia camera oscura del mio cervello, in cui, a causa dell'età, molti e molti neuroni hanno lasciato spazio a incoerente tessuto fibroso, quindi incapace di pensare. E' come se qualcuno avesse rubato un solo efficace spermatozoo a sua insantità Tom Waits, e subito dopo si sia preoccupato di fecondare, in ambiente musicalizzato, un oocita della mia signora del pop preferita, lady Aimeè Mann. Il prodotto di questa operazione di musicofecondazione è Feist. Lei si dichiara infulenzata anche da P.J. Harvey, non posso non darle fiducia sconfinata. Misteriosa canadese di Toronto (ma in Canada ne nascono spesso, di fenomenali autori-esecutori). Il cd che ho ascoltato, e che ancora è in heavy rotation nella plancia della mia auto è The Reminder . My moon my man, The sea lion, bisogna ascoltarle obbligatoriamente. Ed anche a voi nascerà quel pensiero che facevo prima. Inoltre, per i fortunati di Milano, stasera Feist suona ai Magazzini Generali. I milanesi, che di solito non considero fortunati a vivere lì, questa sera possono inebriarsi. Lo facciano un pò anche per me.
venerdì 30 novembre 2007
c'era un motivo
al post esca di ieri.
C'era un motivo, anzi c'era un sogno. Un sogno lisergico. Che prima, avevamo avuto una lunga discussione, i quattro del giovedì sera. Stasera scelgo io avevo detto. Ho percepito il brivido di terrore lungo le schiene di tutti. E la med-moglie: è un musical? non ci vengo.
Poi, però, due ore di vibrazioni positive, di emozioni. Si, di emozioni. Come pelle d'oca, orripilazione, liquido lacrimale dissipato non solo attraverso le narici ma anche lungo le valli del viso. Se dovessi dire se mi è piaciuto dovrei dire di no. Non mi è piaciuto. Di più . Sono, anzi siamo tutti caduti dentro il gorgo dello schermo, sprofondati nelle poltroncine, afferrati ai braccioli. Storie e musica, e la gioventù, e gli anni sessanta. Il grande sogno lisergico. E tutti i personaggi hanno nomi caduti scuotendo gli spartiti dei Beatles. E l'amicizia, e l'amore. Si, l'amore. Persino un lieto fine. Sto parlando di "across the universe", un film che-secondo me-dovreste andare a vedere. Io tornerò a rivederlo. Pace, amore, lotta per gli ideali, e le canzoni dei Beatles. Poi, fuori dal cinema, ho litigato con uno che mi aveva chiuso la macchina nel parcheggio, ma ero talmente permeato di pace universale che l'ho mandato a fanculo con amore.
mercoledì 31 gennaio 2007
digital drugstore.2
“ho visto in vetrina che è uscito”. Il digital pusher mette le zampe nel bancone illuminato, prende il quadrato di plastica e me lo mette in mano. E’ sigillato.
“li conosce, vero?” dice mettendosi le dita nelle bretelle.
“certo che li conosco, e ho degli ottimi ricordi”
“però devo avvisarla, dottore, stavolta non c’è la sorella”.
“assaggi la track numero due...Rollo campiona alla grande, non crede?”
“ok me li impacchetti, visto che qui non me li fa assaggiare, che me li ascolto a casa”, ed esco dalla connessione sicura a 128 bit.
Seduto alla scrivania impreco come sempre contro il cellophane che non si apre. Poi finalmente l’ostrica trasparente si schiude e lascia scorgere la sua idea di perla.
L’inizio è una specie di delirio da videogame, poi subentra un campionamento funky di lullaby. Mi sembra quasi un insulto, considerato l’alto valore specifico di ciò che è stato piratato con l’autorizzazione dei legittimi autori.
“ma è lullaby” penso io, indirizzando la riflessione al digital pusher.
Che poi non è vero che Dido non c’è. Ha anche scritto un brano, e lo canta anche, (last this day).
La traccia numero quattro è una suoneria di telefonino (ammetto l’ho campionata per il mio cellulare). Quasi due minuti di trillo alternato. Che dire della traccia cinque? Che sembra una traccia…degli Orb!
Arrivati a “last this day”si sente la voce di Dido Armstrong. Che, sarò banale, a me piace.
Però mi aspettavo qualcosa di meglio da lei, ed anche in questo brano si sentono suonerie di cellulari.
Però mi aspettavo qualcosa di meglio da Rollo Armstrong, suo fratello e leader dei Faithless.
Mi pare un colpo a vuoto, un ciddi fatto solo per pagare le bollette della luce e la Porsche nuova di Maxi Jazz.
Però se pigli per il culo i vecchi fan (io sono un fan vecchio), è possibile che non ci sia una prova d’appello.
Faithless: to all new arrivals.
domenica 28 gennaio 2007
digital drugstore.1
Entro, attraverso la porta ethernet nel mio digital drugstore preferito. Il passaggio è a 128 bit, dovrebbe essere abbastanza sicuro, nessuno mi vedrà. Il negozio è vuoto, la luce allo xenon mi indirizza, so dove andare.
“buonasera dottore, cosa posso servirle?” mi dice il digital pusher non appena mi vede arrivare.
“che hai di buono, fammi assaggiare qualcosa” dico io.
“uhm, vediamo…ah, si…provi questo…è appena arrivato”.
Una fetta sottile. L’assaggio, collego gli auricolari.
Dunque: rumori tamagochi, tracce di elettrodance che suona anni ’80, moog, mellotron, sintetizzatori. Basso elettrico.
“mi faccia assaggiare ancora un po’, trovo attraente questa faccenda del basso elettrico”.
“certo dottore, le suggerisco la porzione numero cinque”.
In effetti spizzicando da tutti i settori mi rendo conto che funziona, è diverso dagli altri prodotti di questa marca. In effetti tutti i prodotti di questa marca sono sempre diversi, non annoia, e riesce anche a sorprendermi.
“va bene, me lo incarti”.
“ecco fatto, la confezione le piace? La può personalizzare come vuole, le ho incluso un kit di adesivi per realizzare la sua preferita, e dentro troverà anche un dvd.”
“si, si, per ora va di moda aggiungere il gadget per mascherare il fatto che, con l’euro, costa tutto più caro”.
“eh già, dottore, però lei qui è in porto franco, paga in miseri dollari svalutati, non è la prima volta che viene, e ci visita perché risparmia, e perché la direzione le consente di assaggiare e scegliere…”
“Hai ragione Pedro (o Jack, o Irina, o Mario), come sai tornerò ancora a visitare il vostro digital drugstore”.
Ritorno all’attualità di una scrivania con tappeto verde, computer e box in legno pregiato del k-701.
Apro il crystal box, estraggo il cd, lo faccio inghiottire dalla silenziosa bocca del lettore, pump on the volume.
(beck the information)
martedì 2 gennaio 2007
anche se ti chiami Yusuf ti voglio bene lo stesso
Una rivelazione. Probabilmente, naturalmente è una opinione personale, il miglior cd che io abbia acquistato nel 2006. Una affermazione forte, da giustificare; e lo faccio impadronendomi abusivamente di una frase dal disco: please, don’t let me be misunderstood.
Che qualcuno potrebbe dire “ehi ma questa frase la conosco, appartiene a qualcosa che…mi ricorda qualcosa…ma sì, la ballavamo”. Giusto. E me la ricordo pure io, anche se non la ballavo, perché (lasciamo perdere il perché).
Ora, dal libretto contenente i testi ed anche alcune citazioni di profeti e filosofi, vado a leggere i nomi degli autori del brano, tali Benjamin, Marcus &Caldwell. Sembra il nome di uno studio associato di legali dagli affilati denti.
Va bene, vi voglio mettere sulla strada giusta, forse. Qualcuno si ricorda di un disco dove c’era una hit chiamata appunto don’t let me be misunderstood? E se la memoria non mi tradisce, la sparavano in disco dei tizi piuttosto naif che si facevano chiamare Santa Esmeralda. Vedo alcune mani che si alzano “me li ricordo”: sono manine di persone dai capelli radi o grigi, just like me. A questo punto i puristi, quelli che non vogliono sentire parlare di robaccia dance hanno già cambiato pagina. E forse i più giovani, se non sono arroventati dal sacro fuoco della passione, si staranno chiedendo se vale la pena di dare ascolto al medicineman (che forse ha qualche rotella grippata, penserà qualcuno di loro).
Invece datemi ascolto: Yusuf Islam una volta, quando ero teenager si chiamava Cat Stevens. E secondo me (e non solo secondo me) era uno di quelli bravi, sensibili, una musicalità tra il pop ed il folk, insomma mi piaceva.
Per rinfrescarmi le idee vado alla cd-teca del corridoio, alla lettera S. Il greatest hits del 1975 è lì, lo prendo e lo infilo nel k-701. Per rinfrescarci le idee leggo e riporto qui le note di copertina :”Cat Stevens, greek father and swedish mother, but grew up in London, launched as a pop singer in the mid-sixties…at the height of his success, Stevens fell seriously ill with TB, when he returned, two years later, Stevens has honed a new, more direct, musical style.. Tea for Tillerman , Teaser&the Firecat, Catch Bull at Four, Buddha and the Chocolate Box and Numbers all reflected his new musical attitudes…following the release of Back to earth, in 1977, Stevens retired from music and devoted his life to religion”.
Di quel periodo continuo a canticchiare Wild World, Moonshadow, Peace Train, Morning Has Broken.
Vi vedo, cinquantenni o quasi, ritornare agli anni della rivoluzione hippy, a quando si credeva che bastasse un pò di musica , il libero amore, un trip lisergico, una vita psichedelica per arrivare all’Infinito. Ehi, svegliatevi, siamo nel 2007.
Allora, dopo trent’anni, bentornato Cat-Yusuf.
La versione di dont’t let me be misunderstood inclusa nel cd di Yusuf-Cat è soprendente, e vale l’acquisto ( o fate voi…) .
Perché: il testo, nonostante la discendenza dance è di carattere umanistico-religioso. L’arrangiamento è gotico, profondamente ispirato. Bellissimo.
Le altre tracce riportano alle atmosfere limpide, acustiche degli anni ’70. Ci sono anche un paio di poesie (brevi) recitate con delicato sottofondo orientaleggiante.
Anche se ti fai chiamare Yusuf, caro Cat, ti voglio bene lo stesso.
(Yusuf-another cup).
venerdì 29 dicembre 2006
paradossale preoccupazione
La paradossale preoccupazione del titolo è relativa a quel grandissimo carognone di Saddam Hussein. Sono convinto che la migliore pena sarebbe quella di fargli crescere la barba in galera fino a che allah non se lo ripigli, sono convinto che la sua impiccagione pubblica diventerà un martirio a cui si appelleranno instabili mentali e terroristi per fare ancora un pò di casino, e non solo in iraq. Buttate a mare la chiave della sua galera, ma non toccate il Mostro.
mercoledì 27 dicembre 2006
sentenze musicali postnatalizie
“Che qualcosa te la perdi, dico davvero, e non è come dici tu che è tutto gratis, qualcosa te la perdi.”
“se è per la qualità, e chi se ne può accorgere, con questi ridicoli auricolari non te ne puoi accorgere, ma sono comodi, e pratici, maledettamente pratici. Trenta grammi di peso e dieci ore di musica, vuoi mettere tu e i tuoi ciddì, per non parlare degli ellepi, che quelli erano veramente preistoria.”
“Sono d’accordo sulla praticità, ma ti perdi una parte della storia, guarda qui.”
“Hai ragione, comprali tu allora.”
Questo potrebbe essere il riassunto di un colloquio immaginario (ma non troppo) tra un sostenitore dell’acquisto (ragionato e motivato) della musica in cd, ed un fautore del download (selettivo e mirato) di file mp3 dalla magna rete.
Eppure il mio ideale interlocutore si sta perdendo un mutamento che a mio avviso è significativo: il cantautorato anglofono ( e non solo quello) inserisce tra le note di copertina delle cose che prima non avevo mai letto, come ringraziamenti alla madre ed al padre che ha messo al mondo codesti cantautori, ringraziamenti (soprattutto al padre e/o a qualche amico) per aver avuto la possibilità di attingere alla discografia degli anni passati e così restarne piacevolmente influenzati, in qualche caso persino folgorati.
Che appunto, se scarichi gli mp3 e non hai le copertine di carta lucida e patinata, se non leggi le note di copertina, e i testi, molte cose non le saprai, ti resteranno ignote, ed un ascolto passivo, ingordo perché gratuito, secondo me fa rima con ignorante.
Ovvio, adesso si apriranno le bocche di tutti quelli che sostengono che la fruizione delle arti moderne (proprio perché effimere) deve essere gratuita, popolare e liberamente downloadabile.
Lascio perdere lo spinoso argomento per non entrare nel merito di diritti d’autore e difesa degli interessi capitalistici o capitalartistici delle major (e non solo quelle) e vado al punto (collaterale ma sempre punto).
Nella grand abboffeè degli acquisti natalizi di cd (spesso originata dall’avere ricevuto dei buoni idonei a convertire le poco fantasiose banconote del donatore, avaro anche di senso musicale, in qualche cd di quelli che si dice sempre lo comprerei ma mi pare superfluo) ho trovato qualcosa di cui mi pare valga la pena parlare.
Premetto che non li avevo ascoltati alla radio, che non ne ho letto nessuna recensione e che quello che –come sempre- scrivo qui non ha valore di istigazione all’acquisto compulsivo, ma è un punto di vista, originato da un personalissimo ascolto.
Allora, cincischio come al solito, però arrivo alle segnalazioni.
Un tizio che si chiama John Mayer ha consegnato ai posteri un lavoro dal titolo “continuum”; mi sembra abbastanza pastoso, una specie di Lenny Kravitz bianco, con una pericolosa e involontaria somiglianza fisica con Paolo Maldini il pallonaio; il ciddì ha una certa coerenza, non cambia stile da un brano all’altro, si lascia ascoltare e in alcuni brani è non solo orecchiabile ed evocativo. E, fatto non trascurabile, nel libriccino accluso ci sono anche i testi, che non sono niente male. E le dediche e i ringraziamenti e due paginette di things you should know.
Come le avremmo sapute, queste cose, se non avessimo avuto sotto mano il cd con la sua confezione d’ordinanza?
Cito una frase (intelligente appunto) contenuta nel brano “I don’t trust myself”, in cui il nostro buon John Mayer dice ad una ipotetica lei “Who do you love? Me or the thought of me?”. Cacchio, il ragazzo ha stanato la ragazza, domandandole appunto, ma tu bella mia chi ami? Ami me o l’idea che ti sei fatta di me?
Oso affiancare al predetto Mayer ( e non me ne vogliano i puristi, quelli che sanno tutto di tutti, quelli che prediligono l’ascolto impegnato, quelli che se me lo dicevi prima non te lo facevo comprare, quelli che te lo copiavo io –grazie E.J. per le citazioni) un altro giovane virgulto del cantautorato anglofono che risponde al nome di James Morrison. Credo, ma non sono sicuro (monterey e amici, correggetemi se sbaglio) che sia il suo esordio, e per essere tale è notevole che le prime tracce suonino tutte in maniera coerentemente convincente. Anche in questo caso, una strana somiglianza calcistica, in quanto il signor Morrison potrebbe essere scambiato per un delpiero versione esistenzialistica. Non me ne voglia nessuno dei due, ancora si può scherzare, credo. Dicevo che anche qui la pagina finale del librettino in carta lucida è piena di sorprese, almeno per me che sono un ingenuo e sprovveduto fruitore di pop-rock contemporaneo. Mr. Morrison (ehi, ma se confidenzialmente lo chiamiamo Jim invece che James…ma lasciamo perdere) non solo ringrazia mami e papi, ma persino “the guy in the sky” per il dono della vita, gli amici, etc (io ringrazierei anche per la birra, il vino, il caffè, le donne, le macchine sportive and so on perché si sa, gli ingenui e sprovveduti ascoltatori hanno un sacco di motivi anche per ringraziare).
Poi fa un elenco di tutti quelli a cui si sarebbe ispirato durante la composizione delle sue canzoni, ma tale elenco, per fortuna, è del tutto fuorviante e non ha nessuna connessione con il materiale sonoro contenuto nel testo: sarebbe ingegnoso riuscire a mixare il pathos ispirazionale di Michael Jackson, Nirvana, Van Morrison, Jimi Hendrix e altri santi nomi come fa lui. Sul libretto accluso al cd, ovvio. Anche in questo caso non suggerisco l’acquisto, ma se qualcuno dei vostri amici lo ha fatevelo prestare (oops prestare, non masterizzare che è politically scorrect), e sentitevelo un paio di volte. Due tre brani si infilano in loop tra corteccia e pia madre senza lasciarvi scampo.
Però, quanto ho scritto parlando di una cosa che non si può leggere; concludo segnalando un cd di jazz ricevuto in regalo (incredibile, a me il jazz non piace), e lo segnalo perché pur essendo di quel genere lì che come ho scritto tra parentesi non mi piace, è originale, diventando la versione originale e piena di vita e sentimenti di un genere meticcio tra jazz e acid jazz, con anima ‘taliana.
Il disco in questione si chiama “handful of soul”, suonato da Mario Biondi and the High Five Quintet. Mi azzardo a suggerirvi di investire le due decine di euri necessari, ma non venite a lamentarvi, dopo.
sabato 22 luglio 2006
extra crying
E' stato come se avessi visto qualcuno in un campo, vicino ad un razzo spaziale conficcato nel terreno. Mi sono fermato, sceso dalla macchina e andato a vedere che cazzo era successo. E c'era un tipo di extraterrestre, che piagnucolava, fisso, monotono, e dallo stereo del razzo uscivano dei rumori strani, come di organo farfisa per bambini taroccato o guasto. Ho guardato meglio l'extraterrestre, era thom yorke, e i suoni sono quelli del suo nuovo cd, "the eraser". A parte l'impatto emotivo di riascoltare dopo un sacco di tempo qualcosa di marca radiohead, nel cd-delusione-non ci sono i testi, la copertina è una specie di fisarmonica che prima di scovare dove sta il cd viene la depressione. E onestamente, il disco è noiosetto.
con buona pace dell'anima dell'extraterrestre yorke, invece di piagnucolare per undici tracce, era meglio chiamare gli amici e fare un pò di casino, o almeno mettere un fogliettino coi testi, dato che il cd non lo regalano.
thom yorke-the eraser.
giovedì 6 luglio 2006
cortesie vere e finte, ed altri suoni
"vuoi che ti lasci un acconto?" ho chiesto a Rosi, dopo che lei aveva finito di "prendermi le misure" per rifarmi un nuovo paio d'occhiali da sole (il precendente, dalla forma così blasè, si era autodistrutto per vecchiaia).
"no, non serve, ci conosciamo da così tanto tempo" ha risposto Rosi. In realtà, non avevo un euro in tasca, e poca voglia di anticipare (dice il saggio "cu paga prima mancia pisci fitusu"), e sono invece certo che Rosi lo avrebbe voluto, l'acconto, ma le buone maniere le hanno impedito di chiedermelo.
E ho riflettuto su come il modo di articolare le proprie azioni da parte degli umani ha influsso sull'economia.
Immaginiamo per un attimo che io desideri concupire la tizia che ho conosciuto ieri in aereo: se non fossi incrostato delle stratificazioni culturali e caratteriali le avrei detto direttamente: "mi presenti il tuo materasso matrimoniale? desidero divorare il tuo perizoma, e gustare quello che c'è dentro". Invece so che avrei agito differentemente: sms, telefonate, email, fioraio, profumeria, autolavaggio, benzinaio, farmacia, ristorante.
Se fossimo tutti più diretti il P.I.L. della nazione cadrebbe in picchiata.
garage.
Sono i Clash, dice la parte storica del vostro cervello. No, non sono i Clash, suonano in maniera simile, ed anche i testi si somigliano, ma non sono i Clash, dice la parte razionale del vostro cervello.
Allora non resta che mettersi a picchiare sulla saracinesca, nella speranza che qualcuno, fantasma o reale, apra e vi fornisca le delucidazioni necessarie.
Insomma, quando lunedì sera ho infilato nel lettore quel cd così giallo, che avevo adocchiato dal mio solito spacciatore, ed acquistato insieme ad un altro consigliato da mr. Tangerine man, ho proprio avuto l'impressione di una resurrezione dei predetti. Il gruppo si chiama Hard-fi, e vale i 15 euri necessari.
musica per matrimoni.
ho sempre considerato (opinione personale, quindi contestabile, per carità) gli Inxs come una simpatica band per suonare ai matrimoni. Poi in questi giorni ho sentito alla radio un brano dei suddetti, ed ho pensato, nella mia gigantesca ingenuità, che avessero raffinato il genere, che avessero cambiato rotta.
Così, lo confesso, oltre ad Hard-fi e Muse, ho prelevato dallo scaffale mieloso dello spacciatore una copia dell'ultimo degli inxs. Confermo, a parte la traccia che mi piaceva, è rock da matrimoni. Così imparo ad acquistare di fretta, spinto da crisi d'astinenza.
domenica 7 maggio 2006
calexico
lunedì 20 marzo 2006
c'era una volta
mercoledì 15 marzo 2006
phil, brian e robert
prendi questo, ha detto il mio solito spacciatore di musica. la carne è debole, ed ho accettato che il cd finisse nella pila delle cose da ascoltare. che almeno di buono c'è questo, che mi fa provare la roba, prima di spacciarmela. E posso controllare se alla prima sniffata mi pare del rumore giusto. Va bene lo ascolto, visto che lui insisteva. Phil Manzanera? Ma chi, quello dei Roxy Music? ho detto io. Devo aver fatto una faccia un pò schizzinosa quando ho detto Roxy Music, perchè il pusher si è affrettato a dire: Eno, Wyatt e Manzanera, ma coi Roxy non c'entra niente. Ho ascoltato le prime quattro tracce: vabbè lo compro. Poi in macchina e a casa me lo sono riascoltato, a basso volume, ad alto volume, nell'impianto buono e nel mini. molto poco a che fare con le avventure esotiche dei Roxy M. Le prime tracce sono allegramente rock, bello luminoso, con le chitarre di Phil al posto giusto, good vibrations, e credo di avere fatto incazzare quello del piano di sotto quando mi sono sparato "technicolor ufo" ad un volume indecente. le tracce 4 e 5 (50 minutos tarde e desaparecido) risentono invece di una decisa influenza latina, non proprio afrocubana, probabilmente Phil si è ricordato di avere un padre centramericano nonostante sia cresciuto in U.K. il cd è condito da un decente libretto, con i testi delle tracce e sulla copertina l'ultimo pezzo, dalle chiare influenze di Eno-pensiero è preceduto dalla scritta "audio warning enter at your own peril". l'ultimo brano del cd si chiama enotonik bible black. Non poteva che firmarlo sua audiosantità Brian Eno.