Le folle oceaniche del ventesimo secolo erano ormai un ricordo. Spesso, si sedeva nella sua poltrona bianca, accendeva il televisore a schermo virtuale gigante, e rivedeva con enorme nostalgia le piazze piene, riascoltava i cori, gli applausi, la vibrazione che si propagava dalla folla fino a raggiungere la finestra dalla quale si compiaceva, leggeva, declamava, salutava, benediva le folle. E le colombe bianche, che volavano via incerte e spaventate.
Quella domenica, la piazza era semideserta, solo gli uomini della sicurezza, alcuni curiosi capitati lì per caso, una pattuglia di turisti tedeschi, di cui due omaccioni vestiti alla moda tirolese, un paio con giubbotti di pelle già brilli, uno con una t-shirt sulla quale campeggiava il faccione equino di Michel Schumacher.
Il consigliere, accanto a lui dietro la finestra aperta, da dietro la tenda mormorava tenendosi il volto tra le mani “la fine del mondo, la fine del mondo…”
L’uomo con le ciabatte rosse serrò le mascelle ruminando qualcosa d’incomprensibile, poi chiuse la finestra, si calcò la papalina sul cranio lucido, si ritirò nel suo ufficio.
“Lasciatemi solo”, disse ai suoi collaboratori. Il Papa aprì il cassetto del secretaire, prese la chiave della cassaforte, e scese le scale fino alla Cappella Sistina. Spense le luci, aprì il forziere che conteneva il tabernacolo, scostò il calice con le ostie consacrate, premette un grosso pulsante rosso.
“La fine del mondo, e così sia”, mormorò il Papa.
Dalle stazioni spaziali orbitanti, si vide un fiore di fuoco sbocciare sulla terra, poi tutto fu spazzato via dall’onda d’urto.
Vox clamans in deserto. Scrittore in pausa, fotografo consumatore ossessivo di Sd Card, ascoltatore di tanta musica, brontolatore professionista.
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venerdì 22 aprile 2011
la fine del mondo, domenica a mezzogiorno
sabato 11 aprile 2009
un figlio morto, una madre disperata
Alla processione della Madonna dell'Itria, oggi. La chiesa è quella della confraternita dei Cocchieri. Il quartiere è quello della Kalsa, a Palermo.
Esce prima l'incenso
poi arriva la banda, con le marce funebri,
la gente prepara i ceri,
esce la vara di cristallo, col figlio morto,
scortata dai centurioni,
un sacerdote al balcone di una casa spiega il momento alla gente,
piove, servono le luci,
poi, inizia la fatica dei portatori,
si passa davanti ad altre chiese,
ed altri spettatori osservano,
poi, sarà la giornata particolare, si incontra un'altra processione.
(foto di medicineman)
lunedì 24 marzo 2008
I colori di una giornata
Erano le voci dei bambini, gli scherzi dei cugini e degli altri ragazzi, le chiacchiere e gli sfottò degli zii e di quei parenti che si incontravano in quelle occasioni. Era il bacio della mamma alla sveglia, con gli auguri e l'invito ad una preghierina per la Resurrezione, il pranzo nella casa di campagna, pieno di rumori e di colori. Poi, dal paese scendeva qualcuno con una chitarra ed una fisarmonica. Si spostavano le automobili dal piazzale, si sistemavano le sedie a giro, sotto gli eucalipti, e si aiutava la digestione con le canzoni popolari. Folclore rustico, che faceva venire gli occhi marini alle donne, e gonfiava il petto di sospiri repressi agli uomini.
Grandi mangiate, ed ancora più faticose digestioni. Non mancava il botto sordo di qualche testa o qualche culo che sbattevano a terra cadendo dall'altalena sotto al grande pino. Spesso, corse ansiose, con il cibo che gorgogliava nell'esofago e il cuore impazzito, a cercare il medico condotto per rattoppare qualche strappo nel cuoio capelluto o a somministrare una miracolosa ed inutile iniezione di bivitasi.
Poi, la processione, con il latino sbilenco del parroco, zoppo come le sue gambe, e le devote croniche che miagolavano i rosari nei megafoni a batteria. E i saluti, gli incontri, gli abbracci, gli amici dell'estate che si ritrovavano per un giorno fuori ordinanza, in cui si strappavano le ragnatele dell'inverno trascorso senza avere notizie gli uni degli altri, e finiva sempre con ci vediamo a mare a luglio.
Ieri, stesso paese, stesse campagne, stessi riti minimi, però eravamo soli, noi quattro della famiglia Medicineman.
Guardando il camino che scoppiettava, tra le fiamme e le faville ho ricordato.

Brutto segno di vecchiaia, ricordare.






Grandi mangiate, ed ancora più faticose digestioni. Non mancava il botto sordo di qualche testa o qualche culo che sbattevano a terra cadendo dall'altalena sotto al grande pino. Spesso, corse ansiose, con il cibo che gorgogliava nell'esofago e il cuore impazzito, a cercare il medico condotto per rattoppare qualche strappo nel cuoio capelluto o a somministrare una miracolosa ed inutile iniezione di bivitasi.
Poi, la processione, con il latino sbilenco del parroco, zoppo come le sue gambe, e le devote croniche che miagolavano i rosari nei megafoni a batteria. E i saluti, gli incontri, gli abbracci, gli amici dell'estate che si ritrovavano per un giorno fuori ordinanza, in cui si strappavano le ragnatele dell'inverno trascorso senza avere notizie gli uni degli altri, e finiva sempre con ci vediamo a mare a luglio.
Ieri, stesso paese, stesse campagne, stessi riti minimi, però eravamo soli, noi quattro della famiglia Medicineman.
Guardando il camino che scoppiettava, tra le fiamme e le faville ho ricordato.
Brutto segno di vecchiaia, ricordare.
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