domenica 5 ottobre 2008

guardo la fotografia, ma non la vedo bene


Guardo la fotografia, lì è giovane, posso dire che somiglia al secondo dei miei figli, il dna non mente.


Lo sfondo è il muro della casa di campagna del nonno, con le persiane verdi. Lui ha una cernia bruna sulle braccia, l’animale ha le fauci spalancate, e il suo cacciatore esibisce un sorriso di circostanza, quello di un giovane pescatore subacqueo che ha sorpreso e arpionato un grande pesce nella sua tana.


Se si guarda bene la foto, ci sono pure io. Ho in mano una fetta di pane spalmato di burro, col sale sopra, e nell’altra un pomodoro rosso, raccolto dal nonno. Se la guardo bene (anche se basterebbe girare la piccola foto stampata su carta agfa per leggere la data che qualcuno ha scritto dietro a matita), riesco a ricordarmi che si tratta dell’agosto del 1968. Io indosso una t-shirt bianca, ed i miei primi blue jeans, che erano di una tela dura, forte, con le cuciture di un bel giallo oro, ed i rivetti di metallo brunito. Mi ricordo la marca, e mi ricordo che li avevo visti indosso a quel fratello di mia madre, che poi me li aveva acquistati,  lo stesso che nella fotografia mostra la grande cernia bruna al fotografo.


Erano i miei primi pantaloni lunghi, in qualche modo mi facevano sentire grande, avevo finito la terza elementare, l’estate lunga mi scaldava con i suoi raggi, l’estate di un bambino fortunato, che alla fine della scuola poteva godere di tre mesi di spiaggia e campagna, della vicinanza del nonno, dei genitori, degli zii che erano giovani. Appunto come il giovane della foto, dal quale mi separano diciotto anni. Praticamente un fratello maggiore.


Sposto la memoria più in là, all’estate del 1978: ho preso la maturità classica, un esame devastante, la solita orribile esperienza. Devo prendere la patente B.


Il ragazzo con la cernia sulle braccia è cresciuto, ha messo probabilmente la testa a  posto, mi dice che passerà a prendermi per la mia prima lezione di guida, visto che lui ha una autoscuola, anche se non è vicino casa ma in un paese della provincia. Manca poco agli esami, dico io. Non ci pensare, dice lui, del resto sono sicuro che sai guidare.


Certo, qualche volta sulle trazzere di campagna papà mi aveva messo al volante della fiat millecento color carta da zucchero, con un ostico cambio al volante, ma di sapere guidare non ne ero certo.


Passa a prendermi, scendi con qualche cambio di biancheria, dice al citofono. Ho capito, andrò a stare qualche giorno da lui, così avrò il tempo di prendere confidenza con la guida dell’automobile. Arrivo giù, lui ha le chiavi in mano, me le lancia, guida tu dice lui, va bene dico io, che penso di fare una classica prima lezione di guida di cinque minuti, e invece porto la macchina, che solo per mia tranquillità psicologica ha i doppi comandi, fino all’autoscuola, e per tutta la settimana successiva percorriamo insieme centinaia di chilometri.


Il giorno degli esami metto in atto i suggerimenti dati dallo zio, quando ti siedi avrai l’esaminatore accanto, salutalo, aggiustati il sedile alla giusta distanza dai pedali, sistema lo specchietto interno prima e quello esterno dopo, lo guardi negli occhi e gli chiedi ingegnere dove dobbiamo andare. L’esaminatore si rilassò, dopo che per tutta la mattinata aveva dovuto sopportare rustici  aspiranti automobilisti, mi disse ho già notato i movimenti che ha fatto, facciamoci un giro dove vuole lei, anzi andiamocene al bar sul lungomare che lo zio mi offre un caffè, finalmente mi posso rilassare.


Presi la patente, e dopo di me i miei fratelli ed i miei figli e tutti i cugini e i parenti.


Dieci anni dopo, è il 1988, io ho deciso di incasinarmi defintivamente, chiedo allo zio di farmi da testimone alle nozze , lui mi dice sei sicuro, io dico sono sicuro, anche se non era sicuro che ero sicuro, e dico di si.


 


Stamattina pioveva, ho preso la macchina per andare nella sua casa di campagna, quando sono arrivato mi ha ricevuto mia cugina, lei vive a Berlino, ha in braccio il suo secondo cucciolo, quello che ha la faccia da tedesco. Entriamo nella casa, al muro c’è l’ingrandimento di quella fotografia, la guardo per qualche secondo, poi vado nella sua stanza.


Lo saluto, mi prende la mano e mi chiede se ho visto le sue analisi del sangue. Devo dire una bugia, non le ho viste, io so perfettamente che le analisi e tutto quello che è stato fatto per lui ed intorno a lui è completamente inutile.


Ha la bocca spalancata, come la cernia della fotografia, cerca aria, il cancro gli ha completamente invaso i polmoni. Gli porgo la mascherina della bombola dell’ossigeno, l’appoggia sul volto. Perché non c’è il dottore, dice lui. Verrà più tardi dico io. Più tardi, troppo tardi.


 


Sono tornato a casa, pioveva ancora, guidavo piano, sull’altra corsia dell’autostrada una vecchia auto stava bruciando, la polizia aveva chiuso la corsia e la gente scesa dalle altre auto in viaggio guardava attonita da sotto l’ombrello.


Guardo di nuovo la fotografia, lui, la cernia, il muro della casa, io bambino con il pomodoro in mano.


Guardo la fotografia, ma non la vedo più bene, forse perchè sta nascendo una lacrima


 

mercoledì 1 ottobre 2008

requiem




al capitalismo creativo.
a giorgino bush.
al dollaro.
e pare che anche i petrolieri siano sulla buona strada.

mercoledì 24 settembre 2008

new trends in self-poisoning



pills-mixed-2-AJHD












Dice lui, che lavora al pronto soccorso, che se potesse li riempirebbe di botte a scopo curativo. Non ha tutti i torti. E  io che ero fermo alle bevute di oro pilla per dimenticarsi di quella che t'aveva detto di no, e poi sulla panchina a smaltire. Dice che le nuove mode sono essenzialmente di due tipi, una etilica ed una farmacologica. Dice lui che quella etilica è abbastanza scontata, e che tutto sommato in un pronto soccorso di un ospedale di provincia ancora si può gestire. Sperando che nel cocktail non ci fossero anche liquidi strani tipo acquaragia, acetone o liquidi ignoti. E' successo? Si, dice lui, e non a scopo suicidario, almeno non volontario. E l'altra tendenza, dico io? Il venerdi notte comincia il bello, e fa una smorfia, si torcono i baffi bianchi. Vanno a casa di uno, fanno una specie di roulette russa e quello che deve pagare pegno va all'armadietto dei farmaci, bendato, prende il primo scatolo che capita sotto mano e butta giù tutto il contenuto.


Così si capisce l'effetto che fanno le pillole per la pressione del nonno, e tutti gli altri poi lo caricano in macchina, si gira per il paese finchè quello impasticcato non si sente male e allora lo portano al pronto soccorso. Ma che ha preso, dice lui che lavora all'ospedale, area di emergenza. E che ne sappiamo, dicono loro, solo che ci annoiavamo e abbiamo fatto la roulette rossa. Russa dice lui, no rossa dicono loro, come croce rossa, che ci divertiamo tutti.
Passatempi di paese, altro che squartare rane.

sabato 20 settembre 2008

efficenza silviatica




Non si riesce ad eleggere il presidente dell'organismo di vigilanza della Rai.

Però oggi sono state elette le due veline che sculetteranno sul desk di striscialanotizia.

Però le pulzelle erano in microgonna.
E mi sorge un dubbio.
Sono buttane-quindi multabili- quelle che portano sculettando e ancheggiando lascive la minigonna in strada, mentre non si può dire buttana a chi porta la minigonna in tv?
Ecco, la televisione SALVA.
Quello che è reato fuori, nella vita reale, si sublima nella finzione catodica.
Le buttane ora lo sanno, c'è un modo per evitare le noiose multe della buoncostume.
Basterà affittare uno studio televisivo, non un appartamento o un marciapiede, e non saranno più colpevoli di adescamento.

lunedì 15 settembre 2008

ben lubrificato














I MIRACOLI DI SANTO SILVIO




Il primo miracolo fu il lodo Alfano, tramite il quale ha stabilito per legge che non può più essere processato o condannato per nessun motivo.


Poi, Santo Silvio andò dall’amico Gheddafi, regalandogli cinque miliardi di euro (ci si comprano cinque alitalie con quei soldi) in cambio della fine degli sbarchi in Sicilia: i fatti di oggi provano che purtroppo il miracolo è leggermente difettoso.


L’Operazione Alitalia: chiamiamola così. L’Alitalia è (o era) una azienda statale, compagnia di bandiera in cui per una serie di meccanismi perversi, i manager che la hanno affondata hanno beccato liquidazioni miliardarie, in cui i fornitori di cocacola o biscottini sono stati capaci di vendere a prezzi fino a cinquanta volte il prezzo di mercato, compagnia di bandiera che nel bene e nel male ha assicurato i collegamenti lungo la nostra tormentata penisola e con il resto del mondo, riuscendo anche a trasportare milioni di turisti a scoprire quel che ancora resta dell’Italia.


Arrivato al potere, Santo Silvio decide di sdebitarsi con i Furbetti della Cordata, e decide di vendere la compagnia statale. Però compie un miracolo: i debiti resteranno allo stato, e verranno succhiati dalle tasche dei contribuenti. Ricordatevela questa parola: contribuenti. Che bisogna stare attenti a pensare che il debito pubblico derivante dal Miracolo Alitalia si riversi sulle spalle di tutti gli italiani: giammai! Verranno inculati solo quelli che le tasse le pagano, cioè i lavoratori dipendenti.


Dicevamo che i debiti li pagherò io e tutti quelli che le tasse le vedono sparire direttamente alla fonte, in busta paga, mentre la Parte Buona di Alitalia viene regalata ai Furbetti della Cordata.


Costoro però vogliono solo il malloppo, e non possono permettersi di pagare stipendi ai dipendenti e così dicono loro: i vostri stipendi sono fuori dal mercato (falso), non vogliamo pagarli, per cui se volete starci, voi che avete causato la crisi dell’azienda, voi sporchi lavoratori, dovete assoggettarvi ad un taglio minimo dello stipendio del venti per cento. Aspetta aspetta, ma non abbiamo detto che l’azienda era gestita male da manager nominati dalla politica? E che c’entrano i lavoratori?


C’entrano, e sono sicuramente agitatori e comunisti, che ostacolano il salvataggio della compagnia,


Così il fido Fantozzi minaccia: tra ventiquattrore tutti a terra per colpa dei sindacati. Aboliamoli, stì sindacati, e torniamo al Fascio dei Lavoratori; come? Persino Gianfranchino Fini ha abiurato? Fa niente, ci sono altri validi mentòri del periodo.


Quindi, il miracolo di Santo Silvio consiste nell’apparire il salvatore con la collaborazione dei Furbetti della Cordata.


Asino chi ci crede. Tutti asini.


A proposito di asini; tutti così li vuole i nostri figli, nostro Signore delle Emittenze, Santo Silvio da Arcore, tramite la mediazione della sua ministressa Gelmini: riduzione del numero delle ore scolastiche, che a scuola i bambini si annoiano e non hanno tempo di vedere tanta buona televisione da cui venire simpaticamente educati al Cafonismo Nazionale ed al Consumismo di Marca Obbligatorio. Non basta ridurre le ore? Ma sì, ragazzi miei, tagliamo anche un anno delle superiori! Basta con questi noiosi anni di scuola, il Paese ha bisogno di manodopera ignorante e manovrabile, lo studio e la cultura fanno male, anzi malissimo. Perché il più grande pericolo che corre chi ha studiato e riesce ancora a fare funzionare il cervello è che si accorga che il piffero suonato da Santo Silvio da Arcore è taroccato, e a poco a poco si trasformerà in un lubrificato fallo da piantare nel culo del contribuente (per chi non se lo ricordasse, il contribuente è quello che paga le tasse, non quello che le evade: chi le evade manderà i figliuoli alle scuole private, nelle università a  pagamento e otterrà il diritto di far parte della nuova classe dirigente, poveri noi). Tengo a precisare che questo genere di divertimento sessuale non mi divertirebbe per niente.


 


This is the end, beautiful friend


This is the end, my only friend


The end of our elaborate plans


The end of ev'rything that stands


The end


No safety or surprise


The end


I'll never look into your eyes again


(jim Morrison)

lunedì 8 settembre 2008

meglio tardi



antegatto e postgatto



 



questo lo spiego dopo.


























Madrilista



Prima parte della vacanza. Che non me lo immaginavo proprio. Temevo di andare incontro ad una città pomposa, tutta compresa nel suo ruolo di bomboniera monarchica. 



madrid 2



Invece no; dove sorgono edifici di fantasiosa architettura, spesso si legge “qui c’era la chiesa dei santi pinco e pallino” che siccome non se li filava nessuno è stata abbattuta e al suo posto c’è stò palazzone, che tanto se tra qualche decennio ai madrileni non piace più, un po’ di tritolo e lo buttano giù e ci fanno magari uno zoo o una piscina per anziani poveri convalescenti.



madrid 3



M’è piaciuta la metropolitana, le strade pulite, i ristoranti tipici, anche il caldo m’è piaciuto, che era secco e non faceva sudare. Poi, dopo qualche giorno, è caduto un aereo di potenziali bagnanti, e un po’ di dolore l’ho sentito anch’io, che di quell’enorme aeroporto mi ero beato. Tranne il fatto che l’aereo che arriva e parte da Palermo lo imbarcano da una specie di corridoio segreto, di quelli da dove possono passare solo irregolari e fantasmi.



madrid 6



Siamo entrati (e poi ci siamo tornati) in un ristorante asturiano, vicino la Puerta di Toledo, e siccome non capivamo niente della lista dei cibi uno dei camerieri ha capito la difficoltà e si è avvicinato, dicendoci che ci mandava il chico italiano, che poi ci ha spiegato: “qui si mangia in compagnia, dalla stessa padella e dalla stessa pentola, ordinate una cosa per volta, e vedrete che vi riempirete la pancia”. Infatti, con le raciones ci si mangiava in quattro, e poi restava voglia di assaggiare ancora qualcos’altro. Se passate da quelle parti una puntatina alla sidreria “la burbuja que rie” fatevela. E se proprio vi va di essere esotici, ordinate il sidro, che necessita di una mescita acrobatica, che da sola vale la spesa; altrimenti meglio la birra o il vino. Ma si, va tutto bene quando si sta tra gente accogliente. E poi, tra tutti quei Lopez e Fernandez e Rodriguez mi sentivo a casa.



 madrid 5



Trenta giorni di mare



Senza meduse, non se ne sono viste, e allora nuotate amniotiche, che ho ancora i seni paranasali pieni d’acqua salata, e bracciate sott’acqua tra le castagnole e le piccole occhiate. Però qualcuno mancava, ci sono stati dei giorni irreali, come se nulla fosse successo, come se l’equilibrio fosse ancora mantenuto. Il fatto che mi preoccupa e che comincio a conoscere un certo numero di vedovi e vedove miei coetanei, si vede che sto invecchiando.



 



Appuntamenti inevitabili



Con le persone che non si vedono per trecentotrenta giorni, fino all’agosto successivo, con quelli a cui viene voglia di dirlo, che non importa la frequenza e la presenza, siamo amici anche se ci parliamo ormai solo due o tre volte sulla spiaggia o al belvedere.



Con la casa, il giardino, gli alberi che crescono, qualcuno si dovrà tagliare per fare posto a qualcun altro che vegeta più impetuosamente, con la necessaria inevitabile manutenzione; lo scorso week-end ho finalmente riparato un avvolgi tubo cannibalizzandone un altro che si era rotto un paio d’anni fa e che-prudentemente-non avevo ancora buttato.



Con i tramonti, con i pensieri del dopo cena, con la domanda quanto durerà ancora, con le zanzare e gli uccelli notturni, e con la vendemmia, anticipata come sempre, e dimezzata da gazze e colombacci. Ho già in programma l’acquisto di una carabina a piombini per fare in modo che le cento bottiglie previste l’anno prossimo si riempiano davvero, di chardonnay e pinot grigio, torrefatti nella vigna che si calcina a sud, davanti alla casa.



Con le visite al cimitero, dalle quali ritorno sempre con l’urgente necessità di un collante emotivo, dato che a guardarli, i nomi ed i volti mi fanno sentire incolmabile e definitiva la mancanza dell’intera famiglia di mio padre. Ti porterò le rose del mio giardino, anche se so che i fiori non ti piacevano.



 



Musica, musica.



Chissà chi contatta i manager dei gruppi che si presentano all’Ypsigrock, quest’anno erano più di un paio i nomi di rilievo, a suonare nella piazzetta davanti al castello medievale.


art brut



Art Brut, rumorosi, dissacranti, la macchietta rock di Brian Ferry e compagni, e la sera dopo i DeUs, dei quali le radio FM quest’estate hanno mandato una hit in heavy rotation, facendo pensare al popolo italiano intero che loro siano dei sofisticati musicisti pop; siccome che Tangerine me li aveva amichevolmente consigliati, li conoscevo per quelli che sono, cioè dei tosti rocker di un paese dove il rock manco te l’aspetti, infatti vengono dal Belgio. Bravi, cento minuti spesi bene, che neanche loro ci credevano, e continuavano a ringraziare la Sicilia e l’Italia. Li avranno soffocati di mare, vino e sole, così imparano a vivere a Bruxelles.


DeUs



 













Ritorno alla normalità?



Praticamente, come già descritto, domenica 31 siamo tornati in città, lasciandoci dietro la sensazione di trenta giorni passati troppo velocemente, e la mattina presto dell’1 settembre ero in aeroporto, poco dopo scodellato a Firenze per una simpatica riunione tra colleghi di lavoro. Ovviamente non potevo fare a meno di fare quello che mi riesce meglio, cioè spiare il prossimo in aeroporto, o godermi le gesta dei passeggeri latitanti nello schiumoso vuoto emotivo che accompagna i viaggi aerei con risicate coincidenze.



Al ritorno da Firenze, un procione viaggiatore camuffato da magra donna presumibilmente dell’est Europa ha sgranocchiato, pescandole da un sacchetto di cellophane trasparente, un numero impressionante di mele e pesche. Forse si stava preparando al letargo, e quando è passata la hostess per il micro rinfresco che ancora Alitalia (ancora per poco, poveri i miei punti millemiglia che finiranno dissipati nel niente, come un peto di Tremonti) graziosamente somministra, la prociona non ha capito nulla, ha afferrato una bottiglia di cocacola e messo le mani nel cassettino con gli snack, e non c’era verso di farglieli restituire.



Menomale che l’hostess era di buonumore, e se l’è presa a ridere (pure io me la sono presa a ridere, per solidarietà con l’hostess) nonostante che, temo, perderà il posto. La mia vicina di posto plantigrada ha continuato a rosicchiare salatini e biscotti per tutto il viaggio, accompagnando il bolo con ampie sorsate di cocacola, e quando è ripassato il carrello-cestino ha buttato dentro pure quegli snack che non era riuscita a mangiare. Poi, ha ruttato in maniera composta, coprendosi la faccia con un fazzoletto di carta. Ecco il bello di viaggiare, si imparano usanze sempre nuove.



 



Questo lo spiego dopo


eccomi che lo spiego:



Siamo stati adottati, da lei.


gatta pollina


Grande mangiatrice di croccantini e lucertole, dispensatrice di fusa a tonnellate e strusciamenti sulle gambe, e contenitore ambulante di coccole a tempo: scaduto il tempo dissuadeva i coccolatori con precise unghiate, tipo freddy krueger, che ne portiamo ancora tutti i segni sulle mani.



Ma si sa, i gatti di campagna non vanno tanto per il sottile, e non sono avvezzi alle mollezze dei gatti cittadini.



Tanto, in città, al b&b della med-moglie, siamo stati adottati da un gatta’altra, pazza come una tempesta tropicale in scatola di montaggio, che si presenta solo se le si fischia (il muci-muci con cui si chiamano i gatti siculi con lei non funziona) e che per fare le feste preme con i cuscinetti delle zampe sulle mani e mordicchia, è di modi più urbani anche se inconsueti.



Ecco spiegato l’Al Stewart d’antan. Se proprio devo dargli un nome, questo me lo ricorderò come l’anno dei gatti.

domenica 31 agosto 2008

qualche giorno



Qualche giorno ancora.
le ferie sono finite adesso; ho finito di scaricare la station wagon ed ho cominciato a preparare la
valigia per la inevitabile riunione di inizio anno lavorativo. A Firenze fino a giovedì.
Poi, venerdì, torno.
E parlerò di questa estate bella.