Potrebbe essere un anno sensibilmente migliore del 2010, se...
Potrebbe essere invece drammaticamente peggiore di tutti quelli che abbiamo vissuto finora, se...
Sarebbe bello ringiovanire, arricchire, vedere enfatizzato il proprio fascino, tanto da diventare insopportabilmente affascinanti, se...
Sarebbe carino che il vicino rompipalle, il collega nocivo, il padrone del cane che vi caca davanti al portone si trasferissero su altro pianeta, se...
Vi auguro una ampia dose di culo, pazienza, fortuna, miglioramento della vista e dell'udito, potenziamento delle capacità sessuali, forza di persuasione, senso di orientamento, amore, dimagrimento o ingrassamento a scelta, che il vostro compagno o la vostra compagna acquisiscano la caratteristica di anticipare sempre i vostri desideri, anche quelli insulsi o capricciosi, così imparate ad essere capricciosi o capricciose.
Insomma, auguri.
Antonio
Vox clamans in deserto. Scrittore in pausa, fotografo consumatore ossessivo di Sd Card, ascoltatore di tanta musica, brontolatore professionista.
giovedì 30 dicembre 2010
duemilaundici
sabato 4 dicembre 2010
basso volume
Girò per i viali tristi di Pineta Marittima per più di mezz’ora, poi finalmente trovò la stradina, dove c’era la villetta di Giulio.
La sera prima aveva sentito Giulio, e l’amico gli aveva chiesto se, giacché tornava a Genova in macchina, avrebbe fatto una deviazione per lui. C’era da recuperare una valigetta, niente d’importante diceva Giulio, solo che la moglie lo stressava dicendogli che serviva a casa.
E ora aveva appena finito di esplorare la triste geografia invernale di un paesino di villette e stabilimenti balneari, privo di vita, come un cetaceo spiaggiato.
Parcheggiò l’auto sotto un platano, dal quale pendevano poche foglie di un marrone stecchito, spense l’autoradio, che aveva tenuto a basso volume tutto il tempo del viaggio, piovigginava e non voleva andare più veloce di quanto necessario, del resto il blues lento di Eric Clapton non invitava certo a premere il pedale sull’acceleratore.
Frugò nel cassettino portaoggetti, trovò le chiavi che gli aveva dato Giulio, rimpianse il comodo e tiepido abitacolo dell’auto, prese l’ombrello e s’infilò tra le gocce di pioggia nell’umida mattinata di Pineta Marittima.
Il catenaccio che chiudeva il cancello fece un po’ di resistenza, prima di scattare, gli fecero male le dita, quasi si bloccarono, per il contatto con il metallo bagnato e freddo, pochi passi sul vialetto di brecciale biancastro, ricoperto di foglie accartocciate, e fu sulla soglia.
Si sentiva a disagio, estraneo, osservato, con una strana eccitazione; si voltò “mi sento osservato da quello stupido nano da giardino”, fece una risatina isterica e aprì la porta.
“L’interruttore generale lo trovi a destra della porta d’ingresso” aveva detto Giulio, “non ti scordare di staccarla, la luce, quando te ne vai, altrimenti ti addebito le bollette” aveva aggiunto sogghignando.
Si accese un lampadario al centro della stanza, una misera lampada da venticinque candele, poi si sentì anche il compressore del frigorifero che si avviava con una specie di brivido metallico, l’aria era quella greve di una casa chiusa da cinque mesi, alcuni pesciolini d’argento scapparono a rintanarsi dietro i mobili.
“Devi aprire l’armadio della stanza da letto, la valigetta la trovi lì, appoggiata sul ripiano centrale”.
Ripassò mentalmente le indicazioni fornite da Giulio, aggirò il letto matrimoniale che era stato coperto da un foglio di cellophane, aprì l’armadio e vide la valigetta.
Vide anche un costume da bagno rosa, che sicuramente era di Nora, la moglie di Giulio, e se la immaginò per un istante, abbronzata, sfilarsi lo slip e mostrare la forma bianca del costume, in contrasto con il resto della pelle dorata.
Aveva spesso posato lo sguardo sui quarti posteriori di Nora, ma la libidine era mitigata dal fatto che si era imposto di non elaborare fantasie fornicatorie sulle mogli degli amici, almeno su quelle che l’avevano mai provocato; come invece era successo con quella stronza della donna di Sergio, il suo collega d’ufficio, che un giorno, in quella stessa villetta si era tolta la parte di sopra del bikini e gli aveva sfacciatamente chiesto se gli piacevano le sue tette nuove. Certo che gli piacevano, e le avrebbe anche volentieri toccate, e già sentiva movimenti sussultori dentro il boxer da bagno a fiori, quando Sergio dal giardino aveva gridato “ Elena, vieni fuori, che sono arrivate le pizze!”.
Scacciò con un gesto della mano il film fastidioso che scorreva davanti agli occhi della mente, allungò il braccio e prese la valigetta, una di quelle da fotografo in alluminio goffrato, massiccia ma leggera allo stesso tempo.
Ritornò all’ingresso, fece scattare l’interruttore generale sulla posizione di off, la pompa del gas del frigorifero emise un rantolo, l’oscurità si riappropriò della villetta, fino all’estate successiva.
Il nano da giardino lo guardava con il suo sorriso deforme, “ che cazzo ridi, che sei pure nano, e condannato a startene fuori con questo freddo che prima o poi ti spaccherà la vernice” pensò mentre si avviava verso la macchina.
Chiuse il cancello, il catenaccio scattò, aprì lo sportello lato passeggero posando la valigetta, girò attorno alla macchina, mise l’ombrello sul sedile posteriore, si sedette.
Allacciando la cintura lanciò uno sguardo alla valigetta metallica “Chissà che cosa c’è di così importante dentro” si disse “sarà sicuramente chiusa a chiave…”.
Riaccese l’autoradio, sentì il cd che ripartiva dentro il lettore, infilò la chiave nel blocchetto di accensione, mise in moto, spense subito dopo.
“Chissà che cosa può esserci di tanto importante qui dentro, da spingere Giulio a chiedermi di fare questa deviazione”, e sfiorò con la mano il coperchio di alluminio.
Sentì di nuovo la strana eccitazione di prima, “Ora la apro” disse ad alta voce.
Alzò istintivamente il volume dell’autoradio, mentre Tori Amos cantava elettrica “I’m not your senorita… I’m not from your tribe…”, provò le serrature, che scattarono immediatamente, “Cazzo, allora non siete chiuse a chiave…”.
Sollevò piano il coperchio, all’interno la gommapiuma color antracite era stata sagomata per contenere alcuni oggetti, che non riconobbe subito.
Un arsenale di falli di gomma in diversi colori e misure, un paio di manette, una pistola, alcuni altri piccoli affari, per i quali era per lui difficile decifrarne il possibile impiego.
Restò alcuni secondi con il fiato sospeso, poi allungò la mano.
“Ecco, come si diverte quel perbenista di Giulio con quella santarellina di Nora”.
Prese le manette, erano di vero metallo, fredde e minacciose. Le rimise subito nella valigetta.
Intanto aveva ricominciato a piovere.
Guardò la pistola, coricata sul fianco, sembrava finta, “sarà sicuramente una pistola giocattolo”, la estrasse dal vano, dove era incastonata, la sentì subito pesante e molto reale.
“Una pistola vera, gioca pesante il mio amico Giulio”, sfilò il caricatore da sotto il calcio, l’ogiva del primo proiettile occhieggiava cattiva, rimise il caricatore a posto.
L’eccitazione di prima aveva avuto un deciso incremento dopo l’esame del contenuto della valigetta.
Guardò l’orologio, “Ho ancora tempo, magari riesco anche a divertirmi con questa roba, a Genova arriverò lo stesso se proseguo sulla statale, invece di prendere subito l’autostrada”.
Chiuse il coperchio della valigetta, rimise in moto la macchina, guardò nello specchietto il ghigno gelido del nano nel giardino che si allontanava, accelerò e si diresse verso la statale.
Per un tratto la strada seguiva la costa, con il nastro grigio della spiaggia deserta, e le onde che si frangevano annoiate, un panorama di mare d’inverno, in assoluto contrasto con il suo stato d’animo attuale.
Arrivò all’incrocio, dove la provinciale s’immetteva nella statale, si fermò allo stop, lasciò transitare un furgone con un grande pennello dipinto sulla fiancata, ripartì sgommando.
“Tra qualche chilometro, vediamo chi incontro” pensò mentre guidava sulla statale semideserta, continuava a piovere piano, e le spazzole del tergicristallo battevano una cadenza lenta, accordata con il ritmo della musica che usciva, di nuovo a basso volume, dagli altoparlanti sugli sportelli.
A sinistra il mare lontano, a destra la campagna bagnata, i cartelloni pubblicitari sbiaditi, superò un distributore di benzina chiuso, proseguì costeggiando adesso la pineta.
Mise la freccia a destra, rallentò e si fermò in una piazzola di sosta. Attivò l’alzacristalli elettrico lato passeggero, una testa bionda s’introdusse nell’abitacolo, “ciao bello, scopare in macchina 30 euro, se andiamo al motel, ti faccio divertire e mi dai 60 euro più la camera”.
“Sali” disse lui scostando la valigetta sul sedile posteriore della Mondeo, “facciamo presto, niente motel”, la ragazza si accomodò sul sedile e abbozzò una specie di sorriso.
Puzza di fumo e di sperma, pensò lui rimettendo in moto.
“Di qua, gira di qua” disse la ragazza, “poi ti fermi vicino a quella baracca, è tranquillo”.
Seguì le indicazioni, spense il motore dell’auto, slacciò la cintura di sicurezza.
La ragazza si stava sfilando il collant e gli slip, poi allungò le mani verso di lui.
“aspetta”, disse, “aspetta, voglio che facciamo una cosa diversa”.
Lei lo guardò, con gli occhi pieni di sospetto, mentre lui rovistava con le mani dentro la valigetta, da cui estrasse un cazzo oversize di gomma trasparente.
“Voglio guardarti mentre giochi con questo, ti pago lo stesso, non voglio scopare adesso”.
La ragazza lo guardò schifata, non prese l’oggetto che lui le tendeva, la situazione si stava cristallizzando in una specie di natura morta con cazzo di gomma.
“Con quello ci fai giocare tua moglie, io non ci sto, dammi i soldi, ti faccio un pompino che te lo ricordi per un anno”.
Lei non ebbe il tempo di aggiungere altro, perché vide l’occhietto nero e crudele della pistola che la scrutava.
“Non fare tante storie, ti pago, fammi vedere come fai e poi ti lascio andare”, disse lui mentre in una mano teneva la pistola e nell’altra il cazzo di gomma.
Una goccia di sudore gli colò lentamente dalla fronte sulla guancia poi sul collo della camicia.
Lei tentò di scendere dalla macchina, con le mutande ancora abbassate, ma non fu sufficientemente veloce, non tanto da scansare i due colpi di pistola che la raggiunsero alla spalla, e tra le costole, non tanto da evitare di sentire lui che diceva “hai fatto male, carina, a dirmi di no, non dovevi dirmi di no”.
Lui scese dalla macchina, girò da dietro per andare ad aprire lo sportello lato passeggero, ancora rintronato dal botto dei colpi nel chiuso dell’abitacolo.
Scostò lo sportello, la ragazza cadde sulla sabbia con tutto il tronco, lui la tirò dal collant che era rimasto semiabbassato, divincolò le gambe dall’abitacolo, la trascinò per un paio di metri fino alla baracca, la striscia lasciata dal corpo sulla sabbia era venata da un segno rosso vivo.
Le orecchie gli fischiavano, la strana eccitazione stava sbollendo, risalì in macchina, rimise a posto la pistola e il cazzo di gomma, chiuse la valigetta, innestò la retromarcia, ritornò sulla statale.
Prese il telefono cellulare, quando Giulio rispose, mise la radio a basso volume.
sabato 13 novembre 2010
il giorno che
(foto di medicineman)
Dovrà essere un pomeriggio. O meglio, spero che sia un pomeriggio. Il pomeriggio di un giorno d'autunno, quando il respiro dell'estate ancora riscalda le giornate, dalle mie parti. E regala ai pomeriggi bagni d'oro, e ai tramonti oro fuso, e tepore, non caldo, non freddo. Non voglio molte persone accanto, solo mi piacerebbe che chi ci sarà, l'avrà fatto per sua libera scelta, non per pietà, ma per compagnia. Allora, spero di essere in grado di decidere, e capire, e che chi mi sarà vicino allora possa fare in modo che il mio desiderio sia trasformato in realtà. Non voglio che accada di notte, mentre sto dormendo; voglio avere gli occhi aperti, e capire cosa sta succedendo, o almeno spero che sia ancora in grado di capire cosa sta succedendo. Il giorno che morirò.
martedì 19 ottobre 2010
non aprite quella porta
Non apritela. La porta che conduce al focolare, all'angolo intimo e privato delle famiglie italiane.
Potreste trovarci, dietro una rispettabile facciata, fatta di lavoro e domenicale preghiera, il mostro.
Non solo l'orco, anche la strega, il molestatore, l'incestuoso, il pervertito.
Uomini violenti, donne succubi, per paura, per debolezza, per mancanza di coraggio.
Dentro ogni casa vige il patto familiare, quello che succede e' permesso, e non va raccontato all'esterno.
Il popolo, quello che si abbevera avidamente alle notizie vomitate quotidianamente dai media sui delitti domestici, il popolo ascolta, legge, approfondisce, cerca contatti con la propria realta' familiare.
Cerca la faccia del vicino, del conoscente maiale, del parrino porco, della signora cosi' perbene ma cosi' buttana, guarda cos'ha combinato.
Non aprite quella porta, i vermi escono dalla putrefatta realta'familiare e si riproducono.
Ma, si sa, i media campano di pubblicita', non di verita'. E lo spettatore-consumatore, dopo essere stato destabilizzato dall'orrore quotidiano, cerchera' linimento alla propria angoscia nel consumismo.
I morti ammazzati sostengono il pil.
mercoledì 13 ottobre 2010
scambio vantaggioso
Siccome i trentatre minatori rimasti bloccati lassotto in Cile a poco a poco stanno prendendo l'ascensore e stanno tornando su, lassotto, appunto resterà un sacco di spazio sprecato. E un sacco di lavoro da fare.
Allora, prendiamo quei trecento delinquenti di serbi che ierisera hanno fatto bordello a Genova e graziosamente li facciamo scendere, con l'ascensore, proprio in quella miniera. Ah, si divertiranno di certo.
giovedì 23 settembre 2010
new brand item
Tutto pronto per il lancio, i negozi son stati riforniti nella massima sicurezza e segretezza. Gli insiders sono già all'opera, e le azioni della società hanno raggiunto livelli impensabili, muovendo enormi flussi di capitale che serviranno alla mia prossima impresa..
i_motion ha fatto il vuoto tra la concorrenza, e contiene il nucleo del prossimo prodotto.
Oggi lanciamo i_love, periferica personale che instaura condizioni di amore, utilizzabile in modalità self, other, all, personalizzabile per egoisti, altruisti, cultori dell'amore universale.
Cosa dice, i cinesi? Quelli li abbiamo lasciati indietro, non sono in grado di seguirci; dopo il fallimento planetario della loro ultima copia, il my-pad, si sono arresi. Hanno dovuto comprare i nostri processori emozionali, e li ho costretti a vendere anche i loro prodotti con il nostro marchio.
I-love è un accessorio indispensabile, si potrà usare anche da soli, davanti lo specchio; se avete relazioni col pubblico, con parenti, con amici o solo volete sentirvi più amati, la soluzione è i-love.
Il prossimo progetto? Beh, glielo racconto, questo lo lanciamo il prossimo mese, i beta tester sono soddisfattissimi. I-god. Si, si ha capito bene. I-god. Abbiamo previsto quattro versioni base, i-jesus, i-buddha, i-mecca ed una per gli indiani, personalizzabile con l'ologramma della divinità prescelta. Le posso anche dire che ci sono arrivate richieste per realizzare una versione per Cuba, i-fidel si chiamerà. Ora devo lasciarla, il mondo aspetta, ha bisogno d'amore. Se passa alla reception, c'è un demo per lei.
martedì 7 settembre 2010
la geologia è materia estiva (prima e seconda parte)
Il fiordifragola, il camillino, raramente il lemarancio. La cocacola nella bottiglietta di vetro, con le bollicine che si sentivano distintamente nel palato, una dopo l’altra, seduto col nonno al tavolinetto di metallo del Giardino Inglese.
La prima bicicletta, ero malato, lei era una Olmo rossa, passarono alcuni giorni prima che potessi usarla. I materassi arrotolati prima di partire per le vacanze, la fiat 600 grigio fumo, poi la fiat 1100 D, l’autostrada che allora si prendeva solo sul continente.
Fermati, se già condividi qualcosa, nella geologia dei tuoi ricordi, continua a leggere, altrimenti sarà tempo perso. E per me, che il tempo sta accelerando, anche troppo per i miei gusti, non è mia intenzione farti perdere tempo.
I nonni, non ne ho conosciuti molti, e tutti quanti erano irrimediabilmente vecchi, e privi di attrattiva per un bambino. Nel senso che o erano malati, o molto malati, o avevano altro da fare.
Le costruzioni Plastic City Italocremona, il Lego che era pure meglio ma costava di più, era un prodotto d’importazione, quelle costruzioni fatte di cubi e parallelepipedi di balsa colorati come se fossero pezzi di muro, o finestre e porte: ne venivano fuori case precarie.
La cinepresa 8 mm, poi quella in super 8, le pizze dei cartoni animati montati a casa da papà. Il visore stereoscopico, lo mettevi davanti agli occhi, abbassavi la levetta nera sulla destra e viaggiavi dal Grand Canyon alla Piazza della Concordia, e poi ti sembrava di esserci, in quel posto. Il corriere dei piccoli, poi pomposamente diventato corriere dei ragazzi, ma già ero abbastanza ragazzo per passare a letture alternative. Cassati, non mi piacevano proprio, i fumetti noir e quelli western e pseudo western, passai direttamente a Linus, bello grande, coi fumetti americani che parlavano di politica, erano sarcastici, satirici e sardonici, ma allora questi aggettivi non li conoscevo, mi piacevano e basta.
Poi, la seconda bicicletta, a lungo sognai una Graziella cross, col cambio a cloche sul telaio, la sella lunga e lo schienale, ed uno dei nonni si era pure offerto di comprarmela, però poi papà mi fece comprare quella normale, di Graziella, bianca che si poteva anche piegare; una bici un po’ finocchia, se mi passate l’espressione, e con la quale ci si poteva ammazzare di fatica ma con le sue ruotine sempre troppo lenta andava.
Carosello, e i cartoni animati con personaggi improbabili che venivano dall’est europa, e poi Alvin, Braccobaldo, la domenica pomeriggio Disneyland, coi cartoni di Paperino e Topolino, documentari sulla vita degli animali, e rappresentazioni dell’America che andavano oltre il surreale, diventando metafisiche.
La spesa alla Standa, da trasportare nei sacchi di carta marroncino a righe, i pattini a rotelle allungabili, con una specie di chiavetta che dopo avevi sempre le mani sbucciate. L’odore delle stagioni che cominciava con gli odori dei tessuti inamidati dal sarto: a fine agosto le misure per i pantaloni di velluto, all’inglese, corti al ginocchio coi bottoncini di lato, le scarpe con la suola di para, i maglioni che saltavano fuori dalla naftalina. Il maxicappotto, il mio era un improbabile mongtomery lungo fino alla caviglia, poi chiesi alla mamma di accorciarlo, talmente era ridicolo.
L’ambra solare, l’ombrellone a righe verdi con i bastoni di legno, quei costumini da bagno larghi che scappavano via tutti gli ammennicoli, tanto in spiaggia eravamo quattro gatti.
Il gommoncino Pirelli gonfiabile, che a fine estate si riempiva di borotalco e si conservava nella sua sacca blu (esiste ancora, credo). E la luce dorata del tramonto, quella sempre mi è piaciuta, anche se adesso ha un gusto un po’amarostico, quando vedo che il sole si sposta sull’orizzonte, e finirà per tramontare dietro la rocca di Cefalù, mentre prima si tuffava arancione nel mare, significa che l’estate sta finendo. E sorprendermi a domandarmi quante ancora avrò la fortuna di vederne, e fino a quando potrò tuffarmi e fare quelle quaranta bracciate nel mio stile indeciso, che comunque mi porta a quella distanza dalla riva sufficiente a non farmi più sentire pastina nel brodo salato del mare basso-dove-si-tocca.
Il mangiadischi ed i quarantacinque giri che i cugini più grandi (spesso molto più grandi di me) mi regalavano. Antoine, Silvye Vartan, Celentano, Caterina Caselli. La prima radio, una Sanyo a transistor, tascabile che la potevo portare ovunque, e poi quella che mi mettevo sotto al cuscino, la notte, per ascoltare quella musica pop e poi rock che durante il giorno non trasmettevano. Allora c’era solo la rai, col primo, il secondo ed il terzo canale radiofonico, che però era roba per secchioni, di quelli che sapevano chi era Tchaichowskij. Già, chi era?
Il radioregistratore Grundig, quando arrivò mi ricordo ancora la prima canzone che ci registrai al volo, colta dalla radio, era Minuetto di Mia Martini, che ci volete fare, a tredici anni mi piaceva (e penso che mi piacerebbe ancora).
Il Pongo, i lampostil, la gomma-pane e poi il Das, con le sue brave vernici per trasformare in minime opere d’arte quegli ammassi di argilla auto indurente.
Le figurine dei calciatori, roba da idioti diceva papà, ed infatti non ne completai mai un’album; mi vendicavo ritagliando le sagome delle automobili dai quattoruote che lui comprava, allora il listino delle auto era di un paio di pagine appena, e tutte le foto rigorosamente in bianco e nero.
Due pagine di ricordi, e saranno meno dell’uno percento. E’ che quest’anno, in spiaggia, la solita spiaggia, sempre la stessa da cinquant’anni (cinquanta? Così tanti?), mancano un sacco di facce, di volti noti: che qualche anno fa a chiedere ti sentivi rispondere che avevano cambiato spiaggia, oggi ho paura a chiedere. Che il caso migliore è che quel signore, il papà di amici più giovani di te, bambini allora, padri di bambini adesso loro stessi, che quel signore dicevo prima abbia impiantato un pacemaker e che preferisca la canasta alla spiaggia. Che per altri è meglio non chiedere, tanto prima o poi me lo verranno a dire.
Il futuro? Ha le stimmate ai piedi: quelle che mi sono procurato girando per una Milano asfissiata a fine luglio, nel tentativo-miseramente fallito-di trovare un appartamento in grado di accogliere (bozzolo di sicurezza, utero confortevole, stanze per studiare) il mio secondogenito che ha deciso di diventare ingegnere. Ammilano.
Lo guardo e me lo dico “sono i tuoi ultimi giorni d’infanzia, baby. Goditeli, perché tra cinque anni o poco più non avrai più tempo di farlo, se tutto va per il verso giusto verrai travolto dalla vita, diventerai ingranaggio, comincerai a guadagnare, e in Sicilia ci tornerai, spero, solo da turista, portandoti dietro dei colleghi a cui fare conoscere la bellezza di questa terra, e dopo anche una donna, ed infine dei picciriddi che parleranno…che parleranno come? Inglese, tedesco, spagnolo?”.
Lo guardo e non glielo dico, lo scoprirà da solo.
Il futuro? E’ un dottorato di ricerca in Francia, dice il primogenito, e dopo? E dopo?
La Sicilia? Tornateci solo da turisti, dico io. Solo da turisti, che non abbiamo lingue sufficientemente lunghe e raspose per leccare culi e poi raggiungere l’insperato traguardo di fare l’operatore di call-center laureato o il precario a vita.
La Sicilia? Scherzando dico agli amici, che vogliono forse sentire la mia opinione (uno che scrive libri ha quasi sicuramente un’opinione da condividere, spesso cambia da un giorno all’altro, ma non ha importanza) la Sicilia dovrebbe essere ricoperta nottetempo da una cupola di vetro, senza uscite, e sotto questa cupola dovrebbero restarci tutti i siciliani, me compreso (e anche voi, amici sulla spiaggia, inutile che ridete se ancora non avete capito dove voglio andare a parare), e dopo aprire il gasdotto che viene dall’Algeria, per tre giorni, giusto il tempo di sterminarci tutti, i Siciliani. Tutti. Politici, parrini, intellettuali, mafiosi, impiegati del comune, dipendenti dell’Ato, burocrati, professori, panellari, ristoratori, parcheggiatori abusivi, figli di buttana, scrittori, giornalisti e invalidi.
E dopo tre giorni, fare arrivare alcune migliaia di islandesi, canadesi, giapponesi, gente di buona volontà, con le ruspe e i cartelli. Con le ruspe per buttare a mare i cadaveri dei siciliani (quelli scampati dovrebbero avere l’ostracismo al ritorno, assoluto) per fare ingrassare i tonni (si dice che i tonni mangino volentieri i cadaveri degli extracomunitari andati a picco nel canale di sicilia) e i cartelli dove dovrebbe essere scritto “Sicilia, paradiso terrestre per i turisti: vietato l’accesso a tutti quelli che vengono senza amore”. Niente fabbriche, niente uffici, niente assessorati e assessori. Solo le spiagge, le campagne, le montagne, i vulcani, i tramonti, le pecore, la ricotta, la pasta coi ricci, il profumo della zagara.
Qualcuno, in spiaggia si sta allontanando facendo quel gesto a verso di cacciavite sulla tempia che ha un suo preciso significato, altri si stanno toccando gli attributi, qualche signora dice che proprio ora che è diventata capufficio o dirigente proprio non le piace questa prospettiva.
I ragazzi e i bambini mi guardano e restano senza parole, forse pensano che sono pazzo o che l’ho sparata grossa.
Il futuro? Scrivere un romanzo, ci vuole tempo e solitudine. Oppure. Oppure fare il ristoratore ad Oslo, o a Milwakee, oppure in qualche città della Cina che non hanno ancora costruito ma che tra sei giorni sarà già lì, con cinque milioni di abitanti, le macchine e tutto il resto, e cucinare pasta coi ricci, sarde a beccafico, spatola impanata, polpette col sugo di estratto, e cassate e cannoli da farci venire il diabete, a chi se le mangia. E sperare che i miei figli (ops, il miei non è da intendersi in senso possessivo, ma solo attributivo) ci restino per un po’, in quelle città, e non mi costringano a lasciare il ristorante così presto, che poi ve lo immaginate di entrare in un ristorante all’estero che si chiama “Quattru seggie- sapori delle Madonie” e poi scoprire che lo gestisce un norvegese, un messicano americano o un cinese?