“La tigre e la neve” di Roberto Benigni.
Tutto un problema di corna. Un bizzarro professore di poesia tradisce la moglie per una giovane collega inglese, causando l’allontanamento da casa della moglie, che viene a scoprire quanto successo tra i due.
Lui comunque tenta di ricongiungersi con lei con acrobazie materiali e verbali, ma senza successo.
La moglie, giornalista, si reca in Iraq per completare la biografia di un poeta, amico del marito; durante l’ultima intervista però resta coinvolta in un attentato, prende una botta in testa ed entra in coma.
Il professore viene avvisato telefonicamente dall’amico iracheno, trova il modo,rocambolesco e truffaldino, di arrivare in Iraq con un volo della Croce Rossa per tentare di salvare la vita della moglie.
Sorvolando sulle avventure stile Totò le Mokò che il professore di poesia è costretto suo malgrado a vivere, ci si avvicina ad un epilogo.
Il poeta iracheno, sconvolto dalla guerra e dall’impotenza della forza intellettuale e dell’arte a bloccarla, si suicida appendendosi all’albero di ciliegio del patio della sua casa di Baghdad, la moglie del professore, grazie alle amorevoli cure di lui riesce ad uscire dal coma, e lascia l’Iraq senza il marito, che nel frattempo è rimasto coinvolto in una retata americana ed imprigionato come sospetto terrorista.
Quando finalmente riesce a farsi rilasciare, torna in Italia anche lui, ma all’aeroporto viene arrestato poiché inseguito da un mandato di cattura nazionale, derivante dal non essersi presentato ad un’udienza, nonostante il suo avvocato lo avesse avvertito.
Viene rilasciato, e mentre tenta di raggiungere la moglie e le figlie a casa, incappa in un blocco stradale causato da un incendio allo zoo di Roma: gli animali sono tutti scappati mentre la primavera riempie l’aria di batuffoli di polline, e sembra che stia nevicando.
La moglie di lui, mentre tenta di rincasare, si imbatte in una tigre, e questa immagine riporta lo spettatore ad una affermazione di lei, fatta all’inizio del film, quando gli dice che ritornerà insieme a lui solo quando vedrà una tigre nella neve, parafrasando così il titolo di un libro di poesie.
Finalmente il professore riesce a rientrare a casa, la moglie non sa che è stato lui a guarirla a Baghdad, lo capisce solo quando vede che la sua collana con ciondolo pende dal collo di lui; a questo punto qualsiasi spettatore ottimista immagina, anche se non lo vede, un amorevole lieto fine.
Quella che ho sommariamente raccontato è la trama del nuovo film di Roberto Benigni, “la tigre e la neve”.
Chi si aspettava un’opera epica, dalla poetica mistica, con una raffica di denunce forti contro la guerra e la follia dell’uomo resterà deluso. Il film descrive, in maniera per certi versi esilarante, le conseguenze di un tradimento; nella storia sono iperboliche, e proprio questo aumenta il risultato tragicomico.
Roberto Benigni si inventa delle gag in cui sembra proprio Totò, la moglie interpretata dalla reale moglie, Nicoletta Braschi, è sufficientemente antipatica per il ruolo che le compete, Jean Reno, solitamente coinvolto in storie al limite della realtà, assomiglia ad un poeta iracheno ma non lo è.
Compare nel film anche un cameo di Tom Waits, del quale però non si comprende la motivazione.
Per finire, io lo consiglio per sorridere e non pensare troppo, per farsi convinti che la poesia non può salvare il mondo dalla pazzia, e che un film per essere gradevole non debba per forza contenere messaggi di denuncia.
Tutto un problema di corna, e guai a catena.