Un giorno sei in bicicletta, pedali lungo una strada di campagna, dritta.
All’improvviso senti un rumore, una specie di rombo lontano: guardi il cielo, non ci sono nuvole, non può piovere.
Ti fermi, metti i piedi a terra, ed il fremito di prima diventa un tuono, un urlo profondo, un sibilo e due folgori argentee nel cielo, con le scie attaccate dietro.
Guardi le strisce di aria combusta, si sfilacciano, perdono consistenza, sono solo una macchia bianca nella memoria della retina.
Ecco come sono i ricordi.
Un fragore improvviso, pochi secondi di vivido flash back, gambette di bambini, mamme giovani con vestiti larghi a fiori, padri che cominciano a perdere i capelli, mangiadischi accesi, un tavolo sotto una pergola.
Anche oggi mi è successo.
Percorrevo una rovente strada statale, costeggiata da campi ormai falciati, gialli nel colore triste delle ristoppie, un tappeto sonoro a tenermi compagnia e l’aria condizionata per isolarmi dal mondo esterno.
Un bivio, un cartello con un nome noto, una indicazione che innesca il botto supersonico del ricordo che arriva, della memoria che libera con violenza il suo film .
Mi sono risvegliato dal torpore in cui cadono gli automobilisti sulla via del ritorno, mentre il sole cuoce i tetti di latta delle automobili che ti riportano a casa.
Ho frenato, ho fatto retromarcia guardando nello specchietto le prospettive deformate dalla vampa del caldo, ho arrestato la station wagon davanti al segnale stradale.
Nessun dubbio rileggendo l’indicazione bianca su fondo blu, il posto è quello.
Ci vado. Arriverò un po’ dopo, non fa nulla, ho sete di ricordo.
Imbocco la strada comunale, è stretta e piena di buche, non ne ricordo il tracciato, ma ero piccolo, non guidavo io.
35 anni fa, ne percorsi un pezzo correndo a piedi, inseguendo l’automobile del padre che provava uno scherzo cattivo.
Ancora sette chilometri, niente di rilevante oltre l’asfalto e i paracarri, campagna, case coloniche, qualche vacca nei recinti, montagne sullo sfondo.
Non ho accelerato la marcia, mi sono bevuto il paesaggio cercando punti noti a cui collegare le coordinate della memoria, niente fino alle porte del borgo.
Poche case, nessun edificio recente, erbacce agli angoli, un cane appisolato sotto la pensilina della corriera.
Cerco, so cosa cercare, la chiesa, con annessa la scuola elementare.
Altre detonazioni nella mente, i nidi delle rondini nei cassettoni degli avvolgibili, ed il casino che facevano quando si aprivano le uova, un programma di cartoni animati americani la domenica pomeriggio, un go-kart a pedali difficile da spingere sul sagrato di brecciale, un paio di mocassini bordò portati dalla zia, il pancione di mamma che vomitava sempre, una sveglia all’alba per andare a fare gli esami di seconda elementare in un paese dal nome terribile.
I serpenti arrotolati sotto le pietre vicino al torrente, i campi di papaveri e di foraggio, quanto rosso e verde, i gattini neonati, ed i loro fratelli più grandi da sottoporre a giochi crudeli, l’uomo col trattore che portava il latte, il freddo ed il vento che entrava dentro dalle finestre tutte spifferi.
Arrivo ad un incrocio, riconosco le case dai tetti spioventi, cerco di immaginare se siano ancora vivi gli uomini e le donne che le abitavano.
A giudicare dallo stato dei giardinetti sembrerebbe di no.
Ripeto altre due volte il giro del borgo, in attesa di altre “madeleinettes”, ma l’unico evento che suscito è la comparsa di una vettura dei carabinieri che si accoda alla mia, automobile arrogante di forestiero presumibilmente molesto.
Ad un incrocio mi affiancano, ed il brigadiere mi fa cenno di fermarmi.
Accosto e scendo dalla macchina tentando di ostentare disinvoltura metropolitana.
Provo a citare, mentre mi controllano i documenti, i cognomi che mi vengono in mente, di quelle famiglie che ebbi modo di conoscere.
Il giovane carabiniere, a giudicare dall’accento, forse viene da un paesotto della bassa padana, e le mie domande lo irritano quasi.
Mi lasciano andare continuando a guardarmi con sospetto mentre mi allontano.
Basta coi ricordi per oggi, mi rimetto sulla statale in direzione casa.
Un rombo, due tuoni vicini.
Sfrecciano sopra di me due argentei cacciabombardieri, virano a destra e si infilano nel varco tra due montagne, scomparendo subito alla vista.
Seguo le due scie di aria combusta, si sfilacciano, perdono consistenza, sono poco dopo solo un alone bianco nella memoria della retina.
Vox clamans in deserto. Scrittore in pausa, fotografo consumatore ossessivo di Sd Card, ascoltatore di tanta musica, brontolatore professionista.
martedì 17 maggio 2005
passaggio di jet sulla campagna siciliana
blog d'impresa
mercoledì 11 maggio 2005
strane associazioni d'idee
Ho visto un orologio e sono diventato triste.
Non perché animato da frustranti desideri di possesso, in quanto ne ho da tempo uno molto simile.
L’orologio in questione era indossato dall’amministratore delegato dell’azienda per cui lavoro, ma niente contro di lui , niente di sindacalizzabile.
Urge una spiegazione.
L’orologio è un modello subacqueo degli anni ’60, uno dei primi ed ancora immutati orologi subacquei, di quelli che comunque è più facile vedere al polso di yuppies e manager, perché è uno status symbol.
Quando, negli anni ’60 appunto, tale orologio non era ancora “il submariner”, era pubblicizzato, in rigoroso bianco e nero, sulle pagine di una rivista che tuttora esiste e che si occupa di barche.
Su quella rivista sognavo io, nel paginone centrale si potevano osservare le più affascinanti attrici dell’epoca in bikini, e qualcuna straniera anche in un estremo topless, e su quella rivista sognava mio padre, che desiderava possedere una barca a vela.
Ma tre figli da fare studiare, il grosso peso di una famiglia, e il suo inossidabile rigore morale non gli diedero mai la possibilità di acquistarne una.
Probabilmente se ne rese conto alla fine degli anni ’70, quando la nautica da diporto era ormai diffusa, ma la rivista era piena di barche dai prezzi impronunciabili, e smise di acquistarla.
Ma rivedendo quel quadrante nero con le cifre fosforescenti ho pensato ancora una volta a lui, che non c’è più, ed al suo desiderio di fare bordi di bolina tra il golfo di Cefalù e Capo Raisigerbi .
fantasia al potere
Neanche uno scrittore dalla fantasia sconfinata avrebbe potuto immaginarlo: sembra una storia inventata da Garcia Marquez.
uno stadio nella foresta del Chapas, un lungo viaggio a cavallo, evitando i posti di blocco dei militari, scortati da uomini incappucciati, marce forzate nella notte messicana, e finalmente la notte della partita: il subcomandante Marcos che dà il fischio d’inizio.
Di un incontro tra una squadra di militanti zapatisti e…l’Inter di Milano.
Forse il subcomandante Marcos crede che l’internazionale sia una squadra rivoluzionaria?
Giuro, l’ho sentito alla radio; ed ho anche fatto il seguente cattivo pensiero: il subcomandante Marcos utilizzerà la scontata vittoria dei suoi calciatori zapatisti per propagandare l’invincibilità della guerriglia?
lunedì 9 maggio 2005
margini
http://www.letteralmente.com/news.htm#008
venerdì 6 maggio 2005
ma io la conosco
“ma io a lei la conosco”, mi sono sentito dire mentre una mano artigliava il mio braccio sinistro.
Stavo per immergermi nella musicale e capiente pancia sotterranea del negozio Ricordi a Milano, quello dentro la galleria, a fare una overdose di musica e spartiti per i miei figli, quando sono stato bloccato proprio sull’ingresso.
“cazzo” ho pensato, “neanche a Milano posso stare tranquillo”, e subito dopo ho guardato in viso chi mi aveva placcato.
Lui mi scrutava, cercando di trovare un file nella memoria che fosse compatibile con la mia faccia, io lo guardavo, rassegnato a dovergli chiedere “scusi, forse ci conosciamo ma non mi ricordo, non se la prenda, mi dica il suo nome”, ma miracolosamente il mio cervello ha sputato un nome ed un luogo, cosa che raramente gli riesce in quei pochi secondi in cui chi mi incontra, dopo il saluto, è sicuro di essere riconosciuto, ed amabilmente intrattenuto in futili affettuose chiacchiere.
Mi sono quasi meravigliato di me stesso, anche se a dire il vero due indizi nella persona che si ostinava a pinzarmi l’avambraccio avevano aperto la cartella dei ricordi.
“lei lavora all’ospedale di p…, ed è il dottore r….” ho sparato a colpo sicuro.
Lui si è illuminato, la geografia delle rughe sul suo viso descriveva rughe profonde come canyon, più profonde dall’ultima volta che lo avevo incontrato, almeno dieci anni fa.
Sarò sincero, la matassa intricata dei capelli, e l’ostinata abitudine di indossare scarpe da basket marca Converse mi hanno aiutato a dargli un nome.
“mi ha riconosciuto allora…” ha detto lui, ma mi sono accorto che la mia fisionomia, sebbene familiare, non lasciava affiorare un nome, una situazione, un contesto.
“sono Antonio M…di P…” ho scandito allora per toglierlo dall’imbarazzo, “ e la venivo a trovare alcuni anni fa, nel reparto di o…”.
l’espressione si è aperta in un largo sorriso, lo stesso sorriso semitossico di un decennio prima, probabilmente causato dalla lunga permanenza in sala operatoria aspirando gas anestetici, e finalmente mi ha lasciato andare il braccio.
“sono in pensione adesso” ha aggiunto lui “ e dopo una vita passata in un ospedale di provincia mi sono messo in viaggio per conoscere l’Italia”.
“le scarpe adatte le ha sempre avute”, ho pensato io.
Mi ha guardato ancora una volta, “che mondo piccolo” ha aggiunto, e se ne è andato.
domenica 1 maggio 2005
casa lontana
poi questo racconto è entrato dentro una mia pubblicazione, e mi piaceva leggerlo, e quindi è stato inserito in una raccolta di fantascienza; fantascienza?
non credo che sia fantascienza, comunque il racconto-annulla-sogno è adesso consultabile online seguendo questo link: http://www.progettobabele.it/SF2/downloadsf2.php
da qui si scarica un e-book , il mio racconto si chiama "casa lontana".