La badante polacca che è entrata al supermarket oggi insieme a me, con la vecchietta d’ordinanza nella sedia a rotelle, che le ha fatto controllare la forma di tutti i pacchetti di brioscine esposti nello scaffale, infine ne ha scelto uno, la vecchiarda lo ha deliberato, sono andate alla cassa “quanto pago?” ha detto la polacca con gli stivali anni settanta in pelle di colori diversi, “sessantacinque centesimi” ha risposto la cassiera, quella strabica che quando ti porge il tastierino del bancomat ha paura che te lo rubi, “buttana manibucate” ha detto la vecchiarda rotellata quando ha sentito il prezzo delle brioscine.
Vox clamans in deserto. Scrittore in pausa, fotografo consumatore ossessivo di Sd Card, ascoltatore di tanta musica, brontolatore professionista.
martedì 15 marzo 2005
uso della lingua.1
Sono ricominciate le catene di S.Antonio di carta: certo che è una gran comodità potere stampare quattro pagine di minacce di apocalittiche disgrazie( nel caso che la catena venga interrotta) con il computer, la cosa seccante è leccare le buste e i francobolli, in più i francobolli si pagano. Non ho goduto particolarmente quando l’ho buttata nel cestino della carta da riciclare, interrompendo il propagarsi dell’infezione. Non c’è limite alla coglionaggine umana, i portalettere ringraziano per il sovraccarico.
lunedì 14 marzo 2005
cerbero vs godzilla
Esiste una similitudine tra la descrizione di Cerbero, nel sesto canto dell’Inferno di Dante Alighieri, e Godzilla, il mostro mutante dell’omonima serie giapponese, trasposta in film da Ronald Emmerich.
Infatti, se si segue il testo, esso descrive una situazione ambientale e comportamentale molto simile a quella cinematografica.
Vediamo:
grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa:
pute la terra che questo riceve.
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole canimente latra
sopra la gente che quivi è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spiriti, scuoia e disquatra.
…
quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non aveva membro che tenesse fermo.
Lo duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro alle bramose canne.
Qual è quel cane che abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ‘l pasto morde…
fin qui la descrizione dantesca del tremendo cane a tre teste.
Ma, non è forse frutto di una incredibile mutazione genetica un siffatto animale? Guarda caso, anche Godzilla nasce tale a causa di un incidente nucleare che trasforma una innocua lucertola in un mostro onnivoro e devastante, anche se fondamentalmente pirla perché si fa prendere per i suoi scagliosi fondelli dai microscopici umani.
E poi, tornando a Dante, la descrizione della scena dove domina la presenza invadente della continua pioggia e della neve fangosa, che rendono putrida e insopportabile l’aria, a causa della fermentazione della terra.
Allo stesso modo, nel cult-movie di Emmerich, le scene di vicinanza al mostro sono sempre girate sotto una insistente pioggia, e l’aria è fetida a causa del fatto che Godzilla si nutre di quantità industriali di pesce, che gli rendono infernale l’alito.
Nel sesto canto vengono presi di mira i golosi e gli ingordi, e gola e ingordigia dell’uomo moderno sono causa di rovina frequente nei moralistici film di fantascienza del ventesimo secolo; la fame insopprimibile di Cerbero, che se la piglia con le anime dei dannati facendole a pezzi, così come Godzilla provoca sterminio tra gli uomini dell’isola dove sceglie di deporre le sue uova malefiche, la fame di Cerbero dicevo, viene placata da ampie manate di cibo che gli vengono gettate nelle fauci da Virgilio, che accompagna Dante.
Allo stesso modo, per tranquillizzare il Mostro, enormi quantità di pesce vengono accumulate sull’orlo del cratere infernale da cui egli sorgerà, per poi restare vittima dell’ignobile trappola che i vili umani gli stanno tendendo.
Sia Cerbero che Godzilla si calmano a pancia piena, e lasciano temporaneamente campo libero agli uomini; mi sembra un archetipo standard, di facile replicazione anche ai nostri confusi tempi.
Saziare la fame equivale a sedare la rivolta, date fama a chi anela successo, date cibo a chi vuole bruciare la vostra casa e violentare le vostre figliolette boccolute, date denaro a chi vi ostacola nella realizzazione dei vostri progetti, date la mancia al luggage boy dell’hotel e lui vi porterà ossequiosamente i bagagli in camera.
Certo, che se Dante avesse avuto a disposizione una macchina da presa a 35 mm, altro che Guerre Stellari!
sabato 12 marzo 2005
atmosferico
Oggi, nella piazza principale di un piccolo paese delle Madonie, stazionava una folla colorata di persone, chiaramente forestieri, intorno al banchetto di degustazione dei prodotti di una pasticceria locale.
In realtà, il pasticciere è diventato un industriale, inondando il mercato dei suoi prodotti, ottimi e fantasiosi in verità, ma non rinunciando alla necessità di avere dei testimonial per garantire della qualità dei suoi pandori artigianali, e quindi il negozietto è ricoperto dalle pagine dei giornali che riportano il fatto clamoroso che un produttore meridionale sia diventato fornitore ufficiale del team nazionale di formula uno; chissà quanto gli costa, ma lui è contento .
Mi sono avvicinato per diversi motivi: acquistare delle uova di cioccolato per i nipotini, in vista delle imminenti festività pasquali, salutare il pasticciere che solitamente staziona davanti al suo bar-pasticceria, approfittare anch’io, visto l’orario, di un pezzettino di pandoro o di torrone gratis.
Ho scelto le uova e pagato il conto, salutato il padrone della bottega, e mi sono messo ad ascoltare il dialogo tra i forestieri e l’impiegato del bar che somministrava gli assaggi di liquorini locali e di specialità da forno.
Tralascio di descrivere la rutilante policromia dei giubbotti imbottiti da minorenne indossati invece da panciuti cinquantenni, per segnalare come il più intraprendente del gruppo, dopo il terzo o quarto liquorino (gratuito) si sia lanciato nella proclamazione ad alta voce delle proprietà taumaturgiche ed eupeptiche del distillato di ficodindia, mentre gli altri annuivano e deglutivano bocconi e sorsi gratuiti.
Dopo che si sono spolverati tutto il ben di dio che era in esposizione, il capobranco ha dichiarato solennemente che se ne tornavano all’albergo in cui avrebbero trascorso il fine settimana, e che dopo cena, sarebbero ripiombati in paese, per gustare nuovamente le delicatezze della pasticceria (spero a pagamento stavolta) e per godere del paese, un paese sicuramente “atmosferico”, anzi “grandemente atmosferico”.
Mi sono domandato, camminando verso la station wagon che mi avrebbe riportato in città, di quanti eptopascal è il fascino di questo borgo medievale.
o.s.t. Orb: Little fluffy clouds
giovedì 10 marzo 2005
gomme per cancellare
Ricordavo molto bene quella cartoleria; il titolare, un omino grigio e magro, indossava un camice nero, dalle cui tasche spuntavano pennelli e matite colorate.
Mi chiedeva sempre, quando entravo nel suo negozio, con le monete da cento lire che appesantivano le tasche, “cosa desidera? Articoli per la scrittura o per le belle arti?”.
Mi prendevo qualche secondo per rispondere, lasciando scorrere lo sguardo sugli scaffali pieni di oggetti del desiderio.
Io restavo affascinato dalle scatole di metallo contenenti pastelli e colori ad olio in centinaia di sfumature diverse, e l’odore della carta e della gomma avevano per me una valenza magica.
Compravo alcuni quaderni, restavo nel dubbio di cosa potessero mai essere gli articoli per le belle arti, dal momento che non avevo mai avuto il coraggio di chiedere cosa fossero.
Poi dovetti trasferirmi in un’altra città, per gli studi universitari, e ci restai in quanto trovai subito lavoro in una ditta; con lo stipendio da magazziniere mi pagavo l’affitto e i libri e qualche scampagnata con le ragazze conosciute in ateneo.
Non ebbi più bisogno di entrare in una cartoleria, l’azienda per cui lavoravo si riforniva presso un grossista che consegnava sempre le stesse quantità di bloc-notes, penne bic, matite con la gomma in cima.
Per molti anni non tornai nella mia città natale, mi ero laureato e avevo fatto un po’ di carriera in ditta, avevo provato a crearmi una famiglia ma stavo meglio da solo, nel frattempo i miei genitori si erano trasferiti nella città adottiva, e non avevo altri parenti da andare a trovare.
Lo scorso anno, era d’estate, mio padre mi chiese di andare a sbrigare per lui le pratiche di vendita del vecchio appartamento, così tornai per qualche giorno nel quartiere dove ero nato, e dove ero cresciuto.
Il negozio di cartoleria era sempre lì, a due isolati da casa: dei negozi vicini però la lavanderia era diventata un bar e dove c’era l’officina in cui si riparavano le macchine da scrivere Olivetti era stato aperto un fast-food.
Mi domandai se quel negozietto appartenesse ancora al vecchietto grigio con le matite nelle tasche del camice; mi risposi che era impossibile, erano passati quasi vent’anni, comunque parcheggiai la macchina proprio di fronte ed entrai.
L’odore era lo stesso, di gomma e di carta, l’ambiente però era più illuminato, e sugli scaffali erano esposti quaderni e portapenne nei rutilanti colori degli eroi dei cartoni animati.
Sulla parete in fondo, la stessa tenda di velluto pesante verde, dietro la quale si celavano gli armadi in cui il vecchio cartolaio conservava le scatole di metallo con i colori ad olio ed i pastelli made in germany, la merce più costosa, da allontanare dalle mani curiose dei monelli.
Mi immersi nel flashback, a rivedere le facce e gli oggetti di quel tempo, distante, ma fui richiamato al presente da una voce.
Era una donna, presumibilmente la nuova esercente del negozio.
“posso aiutarla?” mi chiese, sorridente.
Istintivamente le risposi: “lei è la figlia del vecchio titolare?”
“no, sono la nipote” rispose, sempre sorridendo “lo zio non era sposato. Dopo la sua morte è stato deciso che mi occupassi io del negozio”.
Mi sembrava che volesse dirmi ancora qualcosa, ed io, invece di chiederle una cartuccia per la penna stilografica che si stava scaricando, le rivolsi uno sguardo interrogativo.
“sono diplomata all’istituto d’arte, i miei genitori volevano che il negozio restasse aperto, nel retro c’è una stanza che ho attrezzato ad atelier; quando non ci sono clienti passo il tempo a dipingere”.
Indicai la tenda di pesante velluto verde “lì suo zio teneva le scatole di colori più belle, le matite costose, la merce più pregiata che non voleva far toccare agli scolari”.
La donna sorrise ancora “ci sono ancora delle scatole dell’epoca, vuole vederle?”.
Annuii, e così ci spostammo verso la stanza sul retro.
Tra gli scaffali di legno un ripiano era riservato a quei materiali d’altri tempi.
Curiosai un po’, toccando e spostando qualche confezione, e liberando un bel po’ di ricordi.
Trovai una scatolina di cartone giallo, legata con dello spago sottile, con la scritta “gomme per cancellare la t.”
La presi, chiedendomi cosa mai potesse voler dire quella scritta.
La ragazza prese lo scatolino dalle mie mani dicendomi “ se vuole gliene posso vendere alcune, sono gomme per cancellare che risalgono a molti anni fa, non si usano più…”
Lei sollevò il coperchio, a me sembrò che una luce dorata uscisse dalla scatola ad illuminarle il volto, pensai che si era trattato di un riflesso.
Poi prese un paio di gomme per cancellare, erano azzurre con la riga bianca, senza alcuna marca stampigliata sopra e me le porse.
Acquistai altri articoli, senza averne realmente bisogno, solo per avere il piacere di sceglierli, misi il pacchetto in tasca , pagai e mi avviai verso l’uscita.
Salutai con una stretta di mano ed uscii.
Ritornato a casa, dopo avere sbrigato la pratica con il notaio, raccontai della cartoleria ai miei genitori, indicando loro il pacchetto.
Passarono alcuni giorni, e rividi il pacchetto della cartoleria sulla scrivania: mi ritornò immediatamente alla memoria il volto della donna che aveva preso le gomme da cancellare; aprii la confezione, presi una gomma e la passai sul foglio su cui avevo schizzato a matita il nuovo organigramma dell’ufficio acquisti.
Cancellai un paio di scarabocchi, e mi sentii subito preso da un rinnovato ottimismo.
Non feci subito caso a questo effetto collaterale, che però si ripeteva ogni qual volta strofinavo la gomma azzurra su di un foglio.
Sorrisi, ripensando alla ragazza che mi aveva venduto quelle gomme azzurre , prese da una scatola con su scritto “ gomme per cancellare la t.”
Misi la gomma tra indice e pollice, guardandola in controluce, e sussurrai “gomma per cancellare la tristezza”.
domenica 6 marzo 2005
autopsia
da baghdad, senza spiegazioni possibili.
o forse si.
il nome della salma è Calipari, il prezzo del
viaggio un milione di dollari. il baratto la
vita di un uomo verso quella di una donna.
martedì 1 marzo 2005
polizia daziaria ovvero critica letteraria
Si è a lungo discusso qualche sera fa, al nostro mensile appuntamento di Brainstorming, dopo che Marcello ha lanciato le sue citazioni-provocazioni su etica e critica letteraria.
L’argomento lo aveva scelto Bice, che io avrei volentieri parlato di letteratura giapponese, o letto quelle produzioni del gruppo che erano in arretrato, ma così è stato.
Marcello ha tirato fuori una serie di pezzi da novanta, Eliot, Garboli, Rosseau, e intanto a me (e anche agli altri) le rotelle in testa giravano.
Stavo cercando, come spesso faccio, di produrre una metafora per semplificarmi la comprensione di certi meccanismi, che magari lì per lì spiego e smonto come una costruzione fatta col Meccano, ma che poi, a casa o a letto quando ci torno con la testa, non funzionano più.
E mi è venuta questa ,di metafora.
Polizia daziaria ovvero critica militante
Gli autori, quelli che non sono ancora scrittori perché tali, secondo me, lo diventano solo dopo che sono stati infilati in un libro da un qualche editore, gli autori, dicevo, sono come i bravi contadini ed i solerti vaccari, che caricano il biroccio o il carretto della loro produzione e la vanno a mostrare alla casa editrice, che funge da fabbrica di confezionamento e trasformazione del loro prodotto.
Qui, all’ingresso, alcuni personaggi più o meno biechi decidono chi e che cosa potrà entrare nella fabbrica, in qualche caso decidono secondo il loro gusto e la loro sensibilità, in qualche caso si devono attenere alle linee guida della fabbrica- casa editrice, in altri sono sensibili alla roboanza del nome del produttore o a quello di chi li sta presentando-raccomandando alla casa editrice.
Una volta che la materia grezza è entrata nella fabbrica, qui viene lavorata, sistemata, ordinata, da altre persone che mettono le mani nella pasta del futuro libro, aggiustando, limando, sfoltendo o suggerendo di arricchire l’amalgama.
Arriva il momento in cui il prodotto è pronto per uscire dalla fabbrica ed andare al mercato, che è in una città lì vicino, ed in cui ci sono i consumatori, gli acquirenti del prodotto, i lettori insomma.
Prima però, il libro deve o dovrebbe passare dalla porta daziaria ( il critico militante) che si trova all’ingresso della città, attraverso la quale passano le merci; anche il libro è una merce, più o meno pregiata, ed ha bisogno di una certificazione di qualità
A questo punto entra in gioco la polizia daziaria, o il critico letterario, che analizza, valuta, dovrebbe leggere a fondo le pagine del volume e quindi dare un responso, da appiccicare sulle fascette, orientando quindi la scelta del consumatore-lettore una volta che egli si avvicini ai ricchi banchetti del libro fresco e decida di sceglierne uno.
Ma si sa, anche i corpi militari si possono corrompere, o possono essere distratti, e chiudere involontariamente gli occhi, cosicché arriveranno al mercato delle merci di scarsa qualità, spacciate per prima scelta, o titoli interessanti che resteranno nell’oscurità dell’angolo buio del negozio perché non sono stati esaminati a dovere.
Resta una ultima considerazione, che mi coinvolge, e che dice che il primo critico dell’autore deve essere l’autore stesso, che non deve essere troppo indulgente con sé stesso, e neanche massacrarsi per puro spirito masochistico: questo può avvenire solo se l’autore, nell’ansia di diventare scrittore, non perde di vista la consapevolezza e la misura dei propri mezzi, cioè se in definitiva diventa il primo critico di se stesso.